Lana Del Rey considerata come un personaggio di J.G. Ballard

Copertina della prima edizione originale (particolare)

«Nessuno viene più a Vermilion Sands, e immagino che pochi ne abbiano sentito parlare. Ma dieci anni or sono, quando Fay e io andammo ad abitare al numero 99 di Stellavista, poco prima che il nostro matrimonio naufragasse, la colonia veniva ancora ricordata come ex luogo di villeggiatura di stelle del cinema, ereditiere criminali ed eccentrici cosmopoliti in quegli anni favolosi prima della Vacanza. Certo, le astruse ville e i palazzi finti erano in gran parte vuoti, gli immensi giardini invasi dalle erbacce e prosciugate da tempo le piscine su due livelli, e quel luogo stava degenerando come un luna park abbandonato, ma dalla bizzarra stravaganza che ancora vi aleggiava era facile capire che i giganti se ne erano andati da poco.»

James G. Ballard, I segreti di Vermilion Sands (Vermilions Sands, 1971)

Vermilion Sands è una immaginaria località di riviera che si trova da qualche parte “tra l’Arizona e la spiaggia di Ipanema”, come scrive James G. Ballard stesso nella prefazione all’edizione in volume 1971, “ma in questi ultimi anni mi sono compiaciuto di vederla spuntare un po’ dovunque, e soprattutto in qualche settore della città lineare, lunga cinquemila chilometri, che si stende da Gibilterra alla spiaggia di Glyfada lungo le coste settentrionali del Mediterraneo.” Vermilion Sands è la località balneare ideale di un’umanità futura che Ballard immagina sdraiata al sole, una società del tempo libero perché affrancata dalla schiavitù del lavoro imposta della modernità. Il narratore / punto di vista è un uomo, di solito attirato a Vermilion Sands dal milieu artistico; la protagonista invece è sempre una donna, una figura femminile dalla psicologia inaccessibile (riflesso narrativo della peculiare misoginia dell’autore, che ama le donne come se fossero esseri alieni). Le donne di Vermilion Sands sono personalità al limite del borderline, divise tra originalità artistica e schizofrenia. Ciascun plot è costruito intorno alla perturbazione che la venuta di questa donna, in genere famosa e ammirata, genera nello statu quo del PdV, fino a una soluzione raggiunta durante un climax drammatico che provoca l’allontanamento del perturbante, cioè la figura femminile.

Questa pagina in versione inglese

Ho scelto di illustrare le brevi citazioni che seguono con foto della cantautrice e poetessa Lana Del Rey,al secolo Elizabeth Grant[1], che con il suo allure a cavallo tra anni Cinquanta e postmoderno è forse la più adatta a impersonare le donne aliene di Ballard.

JANE CIRACYLIDES

da Prima Belladonna, (Prima Belladonna, 1956)

Conobbi Jane Ciracylides durante la Vacanza, la crisi mondiale di noia, apatia e canicola estiva che tanto felicemente ci coinvolse tutti per dieci indimenticabili anni, e immagino che ciò possa avere avuto molto a che fare con quanto accadde fra noi. Non credo proprio che oggi riuscirei a rendermi altrettanto ridicolo, ma può anche darsi che sia stata tutta colpa di Jane.
Qualunque altra cosa ne dicessero, nessuno poteva negare che si trattasse di una splendida ragazza, sebbene il suo bagaglio genetico fosse un tantino promiscuo.

Volgendo lo sguardo vidi entrare la donna dalla pelle dorata.
«Buongiorno» dissi. «Devono trovarla di loro gusto.»
Rise amabilmente. «Salve. Facevano i capricci?»
Sotto la nera veste da spiaggia l’epidermide le sfavillava di un oro più morbido e tenue, e ad avvincermi erano i suoi occhi. Li vedevo appena sotto il cappello a larghe tese. Zampe d’insetto tremolavano delicatamente attorno a due punti di luce violetta.
Si avvicinò a una schiera di eterogenee felci e rimase lì a guardarle. Le felci si protesero verso di lei e gorgheggiarono appassionatamente in chiave di soprano con limpide voci flautate.
«Non sono deliziose?» fece la donna carezzando delicatamente le fronde. «Hanno tanto bisogno di affetto.»
Aveva una voce dal registro basso, un sussurrante scorrere di sabbia fresca con una cadenza che lo rendeva musicale.
«Sono appena giunta a Vermilion Sands» disse «e il mio appartamento mi sembra terribilmente silenzioso. Forse se avessi un fiore, ne basterebbe uno, non mi sentirei tanto sola.»
Non riuscivo a distogliere gli occhi da lei.

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Lana Del Rey considered as a J.G. Ballard character

«No one ever comes to Vermilion Sands now, and I suppose there are few people who have ever heard of it. But ten years ago, when Fay and I first went to live at 99 Stellavista, just before our marriage broke up, the colony was still remembered as the one-time playground of movie stars, delinquent heiresses and eccentric cosmopolites in those fabulous years before the Recess. Admittedly most of the abstract villas and fake palazzos were empty, their huge gardens overgrown, two-level swimming pools long drained, and the whole place was degenerating like an abandoned amusement park, but there was enough bizarre extravagance in the air to make one realize that the giants had only just departed.»

J.G. Ballard, Vermilion Sands (1971)

Vermilion Sands is an imaginary seaside resort located “somewhere between Arizona and Ipanema Beach”, as Ballard himself writes in the preface to the 1971 edition, “but in recent years I have been delighted to see it popping up elsewhere – above all, in sections of the 3,000-mile-long linear city that stretches from Gibraltar to Glyfada Beach along the northern shores of the Mediterranean”. Vermilion Sands is the ideal seaside resort of a future humanity that Ballard imagine lying in the sun, a society of free time because freed from the slavery of work imposed by modernity. The narrator / point-of-view is always a man, usually attracted to Vermilion Sands by the artistic milieu; the protagonist instead is always a woman, a female figure with inaccessible psychology (because of the author’s peculiar misogyny, who loves women as if they were alien beings). Vermilion Sands women are borderline personalities, torn between artistic originality and schizophrenia. Each plot is built around the perturbation that the arrival of this famous and admired woman generates in the status quo of the PoW, until a solution is reached during a dramatic climax that causes the removal of the uncanny, i.e. the female figure.
I have chosen to illustrate the following short quotes from Vermilions Sands with photos of the singer-songwriter and poet Lana Del Rey who with her allure between the 1950s and postmodernism is perhaps the most suitable for impersonating Ballard’s alien women.

Lana Del Rey is the stage name of Elizabeth Grant. For one of those singular coincidences that make life worth living, a character named Elizabeth Grant appears in “The Kindness of Women” (1991) by J.G. Ballard: «Women dominated my years at Cambridge […], but none more than Dr Elizabeth Grant. During my first term at the university I saw her every day, and I knew her more intimately than any other woman in my life. But I never embraced her. ” Only at the end of the chapter is the little “mystery” revealed: Dr Elizabeth Grant donated post mortem her body to the medical faculty so that the students, including J.G. Ballard, could practice anatomy.

LEONORA CHANEL

from The could-sculptors of Coral D

All summer the cloud-sculptors would come from Vermilion Sands and sail their painted gliders above the coral towers that rose like white pagodas beside the highway to Lagoon West. The tallest of the towers was Coral D, and here the rising air above the sand-reefs was topped by swan-like clumps of fair-weather cumulus. Lifted on the shoulders of the air above the crown of Coral D, we would carve seahorses and unicorns, the portraits of presidents and film stars, lizards and exotic birds. As the crowd watched from their cars, a cool rain would fall on to the dusty roofs, weeping from the sculptured clouds as they sailed across the desert floor towards the sun.
 Of all the cloud-sculptures we were to carve, the strangest were the portraits of Leonora Chanel. As I look back to that afternoon last summer when she first came in her white limousine to watch the cloud-sculptors of Coral D, I know we barely realized how seriously this beautiful but insane woman regarded the sculptures floating above her in that calm sky. Later her portraits, carved in the whirlwind, were to weep their storm-rain upon the corpses of their sculptors.

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Assalto al Sole, l’antologia made in Italy sul Solarpunk

È uscita per Delos Digital, curata da Franco Ricciardiello, la prima antologia dedicata al nuovo filone della science fiction internazionale.

di CARMINE TREANNI

tratto da SPECIALE ASSALTO AL SOLE: IL SOLARPUNK ITALIANO su Delos n. 220

Chi scrive segnalò nell’editoriale del numero 153 di Delos Science Fiction (Aprile 2013) la presa di posizione dello scrittore Neal Stephenson, che nel 2013 si lamentava dei suoi colleghi perché non erano più in grado di essere d’ispirazione per gli scienziati, contribuendo così, con la loro immaginazione, a creare un futuro più ottimistico. Quella posizione dell’autore di Snow Crash, espressa in un lungo articolo pubblicato sul sito del World Policy Institute, ha dato vita anche ad un progetto, denominato Hieroglyph Project, con cui Stephenson voleva convincere i suoi colleghi a scrivere fantascienza ottimistica e realistica. A sette anni di distanza, uno dei frutti più interessanti di quel pensiero è il Solarpunk, un nuovo filone della science fiction che è nata nel segno proprio dell’ottimismo.

E nel segno proprio del Solarpunk è nata l’antologia Assalto al Sole. La prima antologia solarpunk di autori italiani a cura di Franco Ricciardiello, ed edita dalla Delos Digital.

Dalla quarta di copertina, traiamo le caratteristiche principali del Solarpunk:

Se esistesse una mappa cartesiana della fantascienza, il movimento solarpunk si troverebbe probabilmente all’estremo opposto del distopico. È un tentativo di rispondere alla domanda “che aspetto ha una civiltà sostenibile e come possiamo arrivarci?” Il solarpunk può essere utopico, ottimista o interessato alla lotta per un mondo migliore, mai distopico. Il nostro mondo arrostisce a fuoco lento, abbiamo bisogno di soluzioni, non solo di avvertimenti. Il solarpunk è allo stesso tempo una visione del futuro, una provocazione ponderata, un modo di vivere e una serie di proposte realizzabili per arrivarci; è una visione di futuro che incarna il meglio di ciò che l’umanità può raggiungere: un mondo post-scarsità, post-gerarchia, post-capitalismo in cui l’umanità vede se stessa come parte della natura e l’energia pulita sostituisce i combustibili fossili.

Ricciardiello ha chiamato undici tra i migliori autori italiani di fantascienza per proporre loro di confrontarsi con questo filone e, come vedremo, gli undici scrittori che hanno accettato la sfida lo hanno fatto in modo non banale.

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E se la fantascienza ci salvasse dal fascismo?

Autori, traduttori ed editori riflettono sulla necessità di sostituire le distopie con utopie, poiché il loro messaggio può essere conservatore e reazionario

di Laura L. Ruiz, da El Salto

“Stelle cadenti” di Jurij Švedov, Mosca (Russia)

Gli inquilini di un vecchio edificio affrontano l’avidità di speculatori che vogliono cacciarli per costruire appartamenti di lusso. Dibattono se rinunciare o restare fino a quando non ricevono un aiuto alieno, e insieme intraprendono la battaglia per le loro case. Questo, che potrebbe sembrare l’ennesimo caso per PAH[1], è un film di fantascienza del 1987. In Miracolo sull’8a strada si parla di solidarietà, sostegno reciproco, giustizia sociale e resistenza grazie all’alleanza che si genera tra i residenti dell’edificio e alcuni piccoli esseri extraterrestri che finiscono per sbaglio tra loro.

Può davvero un film per bambini trasmettere un messaggio più progressista di IL racconto dell’ancella di Margaret Atwood o di 1984 di George Orwell? “Entrambe sono denunce del potere e fanno analisi piuttosto brillanti, come i concetti di bispluspensiero o neolingua, ma allo stesso tempo rappresentano un mondo da cui non c’è via d’uscita”, afferma Layla Martínez, collaboratrice di El Salto, scrittrice ed editrice di Antipersona.

“Penso che Orwell e Atwood volessero scrivere — e così fecero — importanti denunce del potere, ma i loro libri finiscono per provocare scoramento piuttosto che una lotta per cambiare le cose. Inoltre, il problema nasce quando questa è l’unica fiction che viene prodotta, quando vengono generati migliaia di serie, libri, fumetti, videogiochi su mondi distopici, e praticamente nessuno ambientato in un mondo migliore”, insiste.

Questa è precisamente una delle premesse che sia Martínez che Irati Jimenez difesero all’Ansible Fest, il primo festival di fantascienza femminista della Spagna, che includeva un tavolo sulla fantascienza e l’antifascismo sulla cui porta era affisso “posti esauriti” a causa dell’enorme interesse generato. “Quando pensiamo al fascismo pensiamo a aspetti come l’economia o l’immigrazione, ma a volte dimentichiamo la misoginia. Il fascismo è anti-donna, antifemminista e anti-femminile. È la morte”, ha detto Jiménez, co-curatrice di Sci-Fem. Variaciones feministas sobre teleseries de ciencia ficción, pubblicato da Txalaparta. “Dobbiamo distinguere a proposito di fascismo tra fiction che parlavano di nazismo (come Hunger Games o V) e altre che si occupano di democrazie in deterioramento con tagli ai diritti civili (come Battle Royale, Years and years o I figli degli uomini)”, ha specificato Martínez. Tutte distopie e pochissime utopie, mondi alternativi di speranza come Star Trek, il fumetto Mirror di Emma Ríos o il romanzo I reietti dell’altro pianeta di Ursula K. Le Guin.

“Questo la dice lunga — ha proseguito Martínez — su come stiamo vivendo oggi questa cosa: non siamo in grado di immaginare un orizzonte diverso, migliore, e così si genera un discorso molto reazionario e conservatore”.

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La scevà / shwa e il linguaggio inclusivo

di GIULIA ABBATE

il presente post è ripreso dal blog di Giulia Abbate; le evidenziazioni in grassetto sono mie.

Oggi condivido una notizia che trovo molto bella.
La casa editrice Effequ userà nei suoi testi la shwa, o scevà, ovvero questo segno grafico: < ə > al posto del maschile, per indicare un “neutro” o un “generico”. Il mondo cambia e noi cambiamo con esso, e vale anche per il linguaggio! La ricerca di un neutro vero, al posto del maschile, riflette la necessità sempre più condivisa di ripensare il paradigma dominante. Il maschile non è lo standard, bensì… il maschile, ovvero una delle tante variazioni della soggettività.
Cercare un modo che le includa tutte, senza più affidarci pigramente a una prassi che riflette un privilegio, significa anche ripensare quel privilegio e cercare di superarlo: non per punire i privilegiati, ma per liberare tutt* dallo squilibrio.

Segnalo comunque, perché mi fa piacere pure questo, che la pagina facebook Oscar Mondadori Vault usa già la shwa da qualche tempo, nei suoi post.

E sono anche contenta di ricordare che nel nostro piccolo anche Franco Ricciardiello e io ci siamo posti il problema dell’inclusività linguistica nel nostro “Manuale di scrittura di fantascienza”, adottando una soluzione che tenesse conto del momento, della nostra volontà inclusiva e della necessità di essere efficaci.

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«Seguo la via dettata dalla Provvidenza, con la sicurezza di un sonnambulo»

Per fortuna l’editoria si occupa finalmente di smentire uno maggiori timori dei fans di William T. Vollmann: il fatto cioè che i (non) molti suoi testi tradotti e pubblicati in Italia finiscano nel dimenticatoio, nel mondo grigio del fuori-catalogo, nel circuito triste dei remainders. Invece devo constatare che trovare un suo libro sulle bancarelle dell’usato o dei book-crossing è veramente arduo, e, soprattutto, Minimum Fax sta recuperando parte del fuori-catalogo dell’editore Fanucci (I racconti dell’Arcobaleno, Storie della farfalla) e promette nuove traduzioni inedite (The Atlas, Poor People). Se a questo aggiungiamo che Mondadori ristampa negli Oscar Europe Central, allora comincio a illudermi che lo zoccolo duri dei fans italiani di Vollmann sia così vorace da condizionare le scelte editoriali.

Vollmanniani di tutto il mondo, uniamoci!

Ecco dunque il tascabile di 1072 pagine di Europe Central, pubblicato nove anni fa nella collana Strade Blu. È apprezzabile la modestia con cui Vollmann parla di “racconti” a proposito di questo mastodontico, indimenticabile romanzo:

“Questi racconti si fondano su fatti storici, ma con un rigore inferiore rispetto alla serie dei Seven Dreams, Il mio fine, in questo caso, era quello di scrivere una serie di parabole su alcuni famosi, famigerati o anonimi attori morali europei osservati nei momenti di importanti decisioni. I personaggi che compaiono in questo libro sono, in gran parte, realmente esistiti, Ho svolto ricerche sulle loro biografie con tutta la cura di cui sono capace, ma la mia resta pure sempre un’opera di narrativa.”

Non credetegli assolutamente quando parla di “rigore inferiore”: al contrario, le pagine esplodono in faccia al lettore con la violenza integrale della Storia, così minuziosamente documentata che c’è chi ha giustamente scritto di fiction al limite della saggistica. Europe Central racconta “l’incubo delle due grandi dittature totalitarie del XX secolo in guerra tra loro: l’Unione Sovietica e la Germania nazista.” Inizia poco prima dell’invasione della Polonia e termina intorno a metà anni Cinquanta, con qualche epilogo di poco avanti nel tempo.

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Il caso Lana Del Rey / 2

2 – continua

Metto il vinile sul piatto dell’impianto stereo, alzo il volume, siedo in poltrona. Ikea Poang. Quadrifonia. Lana del Rey. Questa stanza ha un suono particolare: le pareti sono interamente ricoperte di scaffali pieni di libri, dal pavimento al soffitto, che restituiscono un effetto sonoro caldo, intimo. Partono gli archi, prima il violoncello, poi due violini a distanza di quattro battute uno dall’altro: potrebbe sembrare un’ouverture di Respighi o di Villa-Lobos, e invece ecco la voce, nelle note più basse del pentagramma in chiave di sol: si-si-la-si-la-la. È Lana del Rey: mezzosoprano drammatico, canta volutamente senza emozione, una voce “anestetizzata” come ha scritto qualche critico[i]. Per la rivista britannica NME, Del Rey canta «like a perfect mannequin»[ii]

Feet don’t fail me now
Take me to your finish line
Oh my heart it breaks every step that I take
But I’m hoping that the gates, they’ll tell me that you’re mine

A ogni ascolto, Born to die è una nuova sorpresa: una parola sussurrata che non avevo mai inteso, un violino all’unisono che sottolinea il canto, una singola nota diversa nel secondo passaggio di un ritornello, e l’incanto si riproduce.

La ventisettenne Elizabeth Grant non è più una perfetta sconosciuta per il pubblico americano quando nel 2012 viene distribuito il suo primo disco con lo pseudonimo Lana Del Rey. L’anno precedente, due videoclip autoprodotti “artigianalmente” sono diventati virali: c’è quindi una certa aspettativa quando Grant firma il primo contratto discografico. Due anni prima, fresca di università (una laurea breve in Filosofia) ha già distribuito un album in versione digitale con uno pseudonimo leggermente diverso, Lana Del Ray (con la A invece della E), rimasto in vendita solo per pochi mesi su Amazon e I-tunes, prima di venire ritirato in vista di una distribuzione con una major.

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Musica registrata, musica live: il caso Lana Del Rey

Lana Del Rey sull’edizione turca di Vogue, 2015

Cercando in rete notizie su un’altra artista, il mese scorso ho praticamente sbattuto la faccia contro Lana Del Rey. Premetto che da quasi venti anni ho smesso di tenermi aggiornato sulla musica “leggera”, per concentrarmi sulla musica “classica”, anche contemporanea; di conseguenza ero completamente a digiuno sull’industria discografica (se ancora si può chiamare così) americana, né più né meno di quella europea. Detto questo, mi è bastato sentire l’attacco di una sua canzone per provare subito il desiderio di ascoltarne ancora; il risultato è che adesso possiedo l’intera opera di Lana Del Rey in digitale, più due long-playing in vinile. Per spiegare l’affetto che l’ascolto della sua musica ha avuto su di me, considerate che l’ultimo vinile acquistato in precedenza era Under the red sky di Bob Dylan, nel 1990.

Prima di parlare di Lana Del Rey devo però anteporre una premessa fondamentale, sulla differenza tra la musica e tutte le altre arti le cui opere sono industrialmente riproducibili.

Mi stupisco ogni volta, quando mi rendo conto che c’è chi è disposto a spendere cifre non indifferenti per un ascoltare musica dal vivo. Non mi riferisco alla musica colta occidentale, quella che comunemente chiamiamo “classica”, composta in anni in cui l’arte ancora non era entrata «nell’epoca della sua riproducibilità tecnica»[1], e che per questo vive nell’interpretazione — no, intendo la musica popolare contemporanea, la cui esecuzione in pubblico è una conseguenza del prodotto-musica, vinile, CD, mp3, videoclip etc.: in origine, principalmente come promozione del supporto, in seguito come iniziativa collaterale di importanza equivalente alla distribuzione del prodotto, e oggi come alternativa quasi obbligatoria alla rarefazione del mercato, dovuta ai canali alternativi per musica digitale (una significativa inversione rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta, dal momento che adesso il brano registrato è percepito come “solidificazione” di un motivo musicale immateriale). Specialmente nel caso di grandi nomi internazionali, questi concerti cono colossali eventi mediatici e hanno prezzi equivalenti al costo di diversi cd.

Frequento volentieri concerti di musica antica, che ci è stata tramandata in una forma scritta appositamente per una riproduzione il più possibile fedele alle intenzioni dell’autore; Per quanto riguarda invece la musica pop dal vivo, confesso uno scetticismo che cercherò di spiegare.

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Dieci futuri nel sole

L’estetica solarpunk è in debito con l’art nouveau, non c’è dubbio

Victoria Gee, Ottawa (Canada)

«Il solarpunk è una tendenza (per lo più) estetico-culturale e (talvolta) etico-politica che tenta di negare l’idea dominante nella coscienza popolare: che il futuro debba essere cupo, o perlomeno cupo per le masse e le forme di vita non-umane. Ha come fondamento etico la necessità di riparare la millenaria frattura tra la società umana e il mondo naturale, trasformando la nostra relazione con il pianeta con il superamento di quelle strutture sociali che portano all’ecocidio sistemico.»

What is Solarpunk?, su Solarpunk Anarchist 

 

«Abbiamo un disperato bisogno di narrazioni che superino l’apocalisse come punto finale della civiltà, non solo perché ci sono persone e società che stanno già vivendo la visione dell’apocalisse climatica del mondo occidentale, ma anche perché può solo ispirare un’attesa impotente del post-apocalisse, che giunga improvviso per separare il passato dal futuro.»

Alyssa Hill, Literary Hub

 

«La letteratura che scriviamo, le storie che raccontiamo a noi stessi devono riconoscere che, sebbene vi sia un consenso scientifico sul fatto che l’atmosfera si sta riscaldando a causa delle emissioni di combustibili fossili, molti aspetti del cambiamento climatico rimangono incerti. Scrivere racconti non apocalittici sui cambiamenti climatici può renderci consapevoli, intellettualmente ed emotivamente, della nostra incapacità di agire in fretta. Alcune cose andranno perse; molte già lo sono.»

Ecologise.in 

“Nutopiacene”, Amy Sterling, Austin (USA)

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«Assalto al sole» alla Loving the Alien Fest di Torino

Martedì 22 settembre esce in libreria Assalto al Sole, «la prima antologia solarpunk di autori italiani» che ho curato per Delos Digital: undici autori per dieci racconti che presentano un futuro utopico o distopico, o entrambe le possibilità contemporaneamente perché l’utopia di alcuni è la distopia per altri. Il libro sarà presentato in anteprima domenica 20 settembre alla Loving the Alien Fest al Mufant, il Museo della Fantascienza di Torino.

Il sottogenere solarpunk si diffonde anche in Italia, fino a oggi grazie soprattutto all’interesse di Francesco Verso e alla pubblicazione di autori tradotti dall’estero: io ho cercato di riunire un gruppo di scrittori e scrittrici che hanno raccolto la sfida di mettersi in gioco con le regole e le convenzioni di questa fantascienza da premesse ottimiste.

ASSALTO AL SOLE

a cura di Franco Ricciardiello

Odissea Delos Digital, 300 pagine € 17,00, ISBN 9788825412949

I racconti

La sequenza dei racconti è costruita come un percorso, secondo la mia visione personale: i lettori possono seguirlo, oppure costruirsene un altro sulla base di criteri personali.

Ho voluto che Solstizio, il mio racconto lungo destinato a aprire questa antologia, fosse, a rischio di scarso rilievo drammatico, irrimediabilmente ottimista. Ci sono riuscito solo in parte, perché il racconto si è trasformato in un dépliant utopistico sull’Europa del futuro. Ho volutamente messo l’accento sulla trasformazione del paesaggio, perché la questione ecologica e il tema della sostenibilità mi sembrano il punto di partenza più interessante della riflessione solarpunk. Mi sono concentrato in maniera particolare sulla conversione delle città, convinto che sia la chiave di volta del futuro prossimo, e che ogni cambiamento sociale debba di necessità partire dalla riprogettazione dello spazio comune — e auspico che questo movimento inizi in Europa. Propongo quindi ai lettori di considerare il mio racconto come un’introduzione al mondo solarpunk, anche se spero si affezionino almeno un poco alla mia protagonista.

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