Mare della Tranquillità

di FRANCO RICCIARDIELLO

Quell’estate, eravamo probabilmente già tornati dalle ferie che trascorrevamo al paese di mio padre. Ogni anno percorrevamo in auto la dorsale della penisola, l’autostrada del Sole, e tornavamo in tempo per l’anno scolastico. Nel ’69 però le scuole avrebbero riaperto il 1° ottobre, dunque oltre due mesi dopo il nostro rientro; per cui siamo probabilmente tornati a causa dell’attività di mia madre, una rivendita di giornali, un commercio che negli anni Sessanta prevedeva pochissimi giorni di chiusura festiva — in un anno si potevano contare sulle dita di una mano. Quando eravamo in vacanza, doveva rimanere in edicola mia nonna, aiutata da mia cugina prima Patrizia, che viveva con noi perché i suoi genitori erano in Nigeria, nella vasta comunità italiana che lavorava nei grandi cantieri edili. Avevano tentato di portare con sé le due figlie, ma l’infuriare della guerra del Biafra li aveva convinti a rispedirle in Italia.

Questa è probabilmente la ragione per cui ci trovavamo a casa e non in ferie il 20 di luglio, la notte dello sbarco sulla Luna. Mio padre era un entusiasta autodidatta, interessato alle questioni scientifiche; aveva indotto me e mio fratello minore a seguire fino dall’inizio la missione Apollo 11. Conoscevamo i nomi dei membri dell’equipaggio, Armstrong, Aldrin e Collins, riconoscevamo il profilo del razzo Saturn e ci era famigliare anche la forma del Lem, il modulo di atterraggio Eagle che portò due uomini dall’orbita lunare alla superficie del satellite. Sapevamo invece poco o nulla del contemporaneo programma spaziale sovietico, molto più avanzato e superato solo negli ultimi mesi dalla Nasa, e pertanto abbandonato; per ragioni politiche, a mio padre non interessavano i russi.

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Gainsbourg: cattive notizie dalle stelle

di FRANCO RICCIARDIELLO

A volte mi trovo a riflettere quanto manchi nella musica italiana una figura equivalente a Serge Gainsbourg. Con un paragone forse troppo tranchant, è come se Fabrizio De André avesse scritto i testi delle canzoni di Lucio Battisti.

Quando Serge Gainsbourg nasce nel 1928 i genitori, ebrei russi fuggiti dopo la rivoluzione bolscevica, abitano in rue de la Chine, nel quartiere Belleville di Parigi, dove Lucien Ginsburg (questo il nome all’anagrafe) passa l’infanzia. Il padre Joseph Ginsburg, nativo di Kharkov in Ucraina, ha frequentato il conservatorio di Pietrogrado e poi di Mosca; a Parigi deve adattarsi a suonare nei piano-bar mentre la madre, la mezzo-soprano Olga Besman, canta al conservatorio russo. Nel 1948 Lucien impara a suonare la chitarra durante il servizio militare, ma il suo esordio artistico è nell’arte figurativa (è anche allievo di Fernand Léger). Sostiene di avere compreso le potenzialità della canzone popolare durante un concerto di Boris Vian: i suoi pezzi impegnati, i testi a metà tra ironia e cinismo, l’atteggiamento anarchico provocatore incidono in profondo nel giovane, che francesizza il cognome in Gainsbourg e comincia a suonare il piano in un cabaret, dove si fa notare finché lo spingono direttamente sul palcoscenico come cantante.

Percorrendo rue de la Chine si ha l’impressione di trovarsi nella periferia di una città di provincia. Ha scritto il filosofo tedesco Walter Benjamin, il secondo grande autore che si è occupato del flâneur dopo Charles Baudelaire:

“C’è una piccola parola d’ordine massonica da cui si riconoscono l’un l’altro gli amanti più fanatici di Parigi, sia francesi che stranieri: è la parola provincia. Con un’alzata di spalle il vero parigino, quand’anche non dovesse andare in viaggio un anno sì e un anno no, nega di essere un abitante di Parigi. Egli abita nel treizième, nel deuxième o nel dixuitième, non a Parigi, ma nel suo arrondissement – nel terzo, nel settimo o nel ventesimo – e questa è provincia. Forse è qui il segreto della mite egemonia che la città esercita sul resto della Francia: essa ha accolto l’altro nel cuore dei suoi quartieri, che sono le sue province, e ha dunque più province dell’intera Francia. Sarebbe stolto seguire qui l’ordine burocratico del catasto: Parigi ha più di venti Arrondissements, ed è piena di città e di villaggi.”

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Un passaporto per l’Eternità

di ROMINA BRAGGION

“Permetteteci, signori, di augurarvi dolcissimi sogni!”

James Ballard, Passport to Eternity.

Manuale di scrittura di fantascienza, Passaporto per l’eternità, è un saggio realizzato da Giulia Abbate e Franco Ricciardiello edito da Odoya Edizioni.
Partiamo dal vestito e appuntiamo la prima stellina.
Apprezzo moltissimo la copertina di Mauro Cremonini : trovo davvero originale la grafica, il tratto quasi infantile e giocoso. Il piccolo asteroide tondeggiante e l’Astronautino, vagamente Tele-tubbies, sono in primo piano.
Il titolo è scandito a colori e font diversi sebbene molto leggibili.
Lo sfondo giallo crea un bell’accordo con il fiordaliso del dorso e della sovracoperta.
Ritroviamo Astronautino nel frontespizio: ci accoglie poggiato su un pianeta alieno a forma di libro.
Un altro astronauta scende in picchiata sull’indice dei box.
Siamo quasi confortati da questa freschezza e spontaneità. Senonché le virgolette bianche che delimitano l’asteroide e il pianeta minaccioso che sovrasta Astronautino, dovrebbero insospettirci.
Inconsapevoli proseguiamo, scoprendo un sommario ben strutturato, molto utile per la lettura veloce, un indice dei box e un indice delle schede libro.

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Fenoglio, «Una questione privata»

di FRANCO RICCIARDIELLO

Scrive Italo Calvino nella prefazione al suo romanzo sulla resistenza Il sentiero dei nidi di ragno, in occasione della ripubblicazione nel 1964 per il Club degli Editori:

E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è e il nostro lavoro ha un coronamento, un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.

Calvino conclude con una frase che è un’ammissione sincera e encomiabile: «È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio

Due partigiani sono fermi davanti a una villa presso Alba, nelle Langhe. I proprietari sono probabilmente lontani, a Torino; il partigiano Milton ha chiesto al compagno qualche minuto per abbandonarsi ai ricordi. Questa è la casa di villeggiatura di Fulvia, la sua ragazza.

Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria.

Il suo compagno Ivan freme, vorrebbe tornare al comando perché teme di incontrare nella nebbia pattuglie di soldati repubblichini; ma Milton è ormai in balia dei ricordi, perché ogni albero intorno alla villa gli ricorda Fulvia.

Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio. Lei aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. Si era sdraiata, sebbene vestisse di bianco e l’erba non fosse più tiepida. Si era raccolta nelle mani a conca la nuca e le trecce e fissava il sole. Ma come lui accennò ad entrare nel prato gridò di no. «Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così» poi guardando il sole, disse: «Sei brutto». Milton assentì con gli occhi e lei riprese: «Hai occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto». Girò impercettibilmente la testa verso di lui e disse: «Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto? Lo dicono senza… senza riflettere».

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L’autunno da dietro il doppio vetro

“Vola”, di Yun Ling, Montréal (Canada)

Tradotto, come molti autori appartenenti a letterature minori, soprattutto non anglofone, con il contributo di qualche istituzione pubblica (in questo caso, il programma Europa creativa dell’Unione europea), arriva in Italia per la prima volta un romanzo della finlandese Halldóra Thoroddsen, che non è esattamente un’esordiente: la sua bibliografia conta otto titoli;. Questo “Doppio vetro” ha vinto il  Fjöruverðlaunin 2016, il premio per la letteratura femminile islandese, e l’anno successivo il premio letterario dell’Unione europea, che consiste anche in un supporto per la promozione e la traduzione all’estero. La scelta del titolo è senz’altro meritoria, perché aiuta a diradare la foschia su quella che è forse la letteratura meno conosciuta d’Europa. Con una scelta molto opportuna dell’organizzazione del Salone del libro e della casa editrice, domenica 12 maggio l’autrice ha presentato il suo libro a Torino.

“Doppio vetro” racconta, in poco più di cento pagine, un paio di anni nella vita di una donna ultrasettantenne, rimasta vedova in un appartamento del centro di Reykjavík. I figli, adulti e sposati, vivono altrove, e i nipoti si trovano in quell’età in cui ritengono di non aver nulla da imparare dai nonni; la solitudine è perciò all’apparenza il tema principale, ma solo all’apparenza, perché la protagonista non recrimina mai sulla propria condizione. Al contrario, il fatto di vivere relazioni personali rarefatte le permette di rallentare il tempo dell’esistenza, e riflettere su aspetti che altrimenti sfuggirebbero alla sua attenzione.

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Il sistema del mondo. Il ciclo barocco di Neal Stephenson

Juliana Wilhelm, Ekaterinburg (Russia)

Già dieci anni fa mi domandavo su Carmilla se sarebbe mai stato tradotto e pubblicato in Italia The System of the World, il terzo volume dello straordinario Ciclo Barocco di Neal Stephenson. I primi due romanzi, Argento Vivo (Quicksilver, 2003) e Confusione (The Confusion, 2004) sono apparsi presso Rizzoli prima del 2005, dopo di che, per il pubblico italiano la serie si è interrotta. È un vero peccato, perché si tratta di una grandiosa ricostruzione, tutt’altro che ortodossa, di un momento cruciale nella storia del mondo occidentale: la gestazione di un nuovo “sistema globale”, non una dottrina filosofica ma un vero e proprio ordine nuovo economico: il ciclo di Neal Stephenson è una sfrenata incursione visionaria alle lontane radici del capitalismo nella scienza del XVII secolo, gli albori di una globalizzazione che muoveva i primi, timidi passi.

Ignoro quale accoglienza di pubblico abbiano avuto in Italia i primi due episodi; non escludo che la mole dell’opera (oltre tremila pagine totali nel formato rilegato) abbia scoraggiato i possibili acquirenti, spesso condizionati da una politica editoriale che si riduce a pubblicare in volume singolo opere della lunghezza di un racconto (mantenendo però il prezzo di un romanzo). Nel frattempo, la letteratura postmoderna si muove in tutt’altra direzione: verso una complessità che è specchio della natura del mondo, molto lontano da ogni tentativo di semplificazione.

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“La Salvineide”. Sulla genesi della canzone popolare di protesta

di FRANCO RICCIARDIELLO

Venerdì 24 maggio ho avuto il privilegio di essere presente, durante la festa di chiusura della campagna elettorale amministrativa della mia città, alla prima esecuzione pubblica di La Salvineide, una ballata satirica che Alice “Uli” Protto, vocalist della band Maleducatones, ha scritto in occasione dell’arrivo di Matteo Salvini, segretario generale della Lega e Ministro degli Interni. «Non potendo unirmi alla protesta di persona» ha scritto l’autrice sulla sua pagina facebook, in riferimento alle contestazioni organizzate da Vercelli Antifascista, «ho deciso di scrivere un inno per l’occasione, dal titolo La Salvineide (libera riscrittura del canto partigiano La Badoglieide). È un inno, è di tutti noi.»

Il testo mi offre l’occasione per qualche riflessione sulla genesi popolare della canzone di protesta. La Salvineide infatti non è una goliardata, bensì un perfetto esempio di canto a sfondo sociale, nel solco dell’evoluzione del genere nell’ambito della musica popolare del Novecento.

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Sulla cresta tagliente dell’onda. L’avanguardia insanguinata di Thomas Pynchon

Illustrazione per “Celsius 13”, Jan Weßbecher, Amburgo (Germania)

Immaginate che William Gibson, dopo avere fondato il genere cyberpunk negli anni Ottanta e scritto romanzi di speculazione tecnologica ambientati nel futuro prossimo, abbia deciso di ridurre sempre di più il gap tra il tempo del racconto e il presente, fino a scivolare addirittura di qualche anno nel passato (il 2001); immaginate anche che abbia preservato il contenuto hi-tech che lo caratterizza, però sforzandosi di scrivere con lo stile di William Gaddis, quello di Carpenter’s Gothic per intenderci. Ecco: il risultato sarebbe probabilmente molto, molto vicino a La cresta dell’onda di Thomas Pynchon.

Però Pynchon non è Gibson né Gaddis, e le cose si complicano in modo imprevedibile: Bleeding Edge non riconferma la “svolta” hard-boiled di Vizio di forma (2009), né ritorna al ‘picaresco americano’ che lo ha trasformato in un oggetto di culto. Innanzitutto perché la conversione noir era una falsa notizia, o un puerile auspicio dei colleghi più disimpegnati; in secondo luogo, perché il postmoderno è formula letteraria per definizione indefinibile, i cui confini si deformano ogni volta che una nuova opera sposta la linea più in là – o più in qua.

I comunicati stampa che hanno preceduto l’uscita sul mercato USA di questo voluminoso La cresta dell’onda sembravano alludere all’ennesimo romanzo sull’attacco alle torri WTC dell’11 settembre 2001. A mano a mano che la polvere si sedimenta, molti autori non resistono alla tentazione di scrivere cosa ha rappresentato per l’America l’inizio choc del millennio. Però per quanto riguarda Pynchon, qualche dubbio avrebbe potuto legittimamente cogliere i commentatori: basti ricordare che dopo avere fatto incombere per oltre 1100 pagine il presagio sanguinoso della Prima guerra mondiale sui protagonisti di “Contro il giorno” (2006), risolve lo scontro in un capitolo piuttosto astratto che – forse – non è neppure ambientato sul nostro pianeta ma su un’Altra Terra speculare.

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Delta del Mekong

Il presente post è la continuazione del racconto di un viaggio in Vietnam; il precedente post raccontava la prima tappa, Città Hồchíminh.

Dopo due notti a Tp.Hồchíminh, acquistiamo per 16 euro a testa un’escursione di due giorni nel delta del Mekong. Il fiume Mekong, in vietnamita sông Cửu Long, nasce dall’Himalaya 4500 km più a monte; bagna Cina, Myanmar, Laos e Thailandia prima di arrivare in Cambogia, dove si frammenta in un vastissimo delta ramificato fino all’Oceano. La portata delle acque è tale che ogni anno 79 metri di sedimenti allungano il corso del Mekong nelle acque del mare. Le fertili terre chiuse tra i rami del Mekong sono il serbatoio di riso del paese: con i suoi due-tre raccolti l’anno, il Delta assicura una produzione superiore all’intero fabbisogno alimentare del paese, tanto che il Việtnam è diventato il secondo esportatore mondiale di riso dopo la Thailandia.

Nel Delta davvero ci si rende conto di quanto acqua e terra in Việtnam siano inseparabili; anche senza considerare la lunghissima linea costiera orientale — 3451 km di litorale affacciato sul Pacifico — dappertutto in Việtnam c’è acqua, come se non esistesse un confine definito tra il solido e il liquido: fiumi immensi, con una portata colossale, lo attraversano in diagonale dai rilievi occidentali fino alla costa orientale; le province meridionali e la regione di Hànội a nord sono tagliate da due ragnatele d’acqua, i delta del Mekong e del Fiume Rosso. Come se non bastasse, l’interna superficie coltivata è ricoperta più volte l’anno da un velo d’acqua, quando le risaie sono inondate nella prima fase di crescita della piantina di riso; e poi ancora, acqua dei laghi di montagna e delle lagune costiere, laghetti nell’area urbana di Hànội, piogge quasi quotidiane in alcuni mesi, e le nebbie sulla baia di Hạlong e nelle valli di montagna, l’acqua calcarea che stilla nelle innumerevoli grotte, le lacrime per i morti di oltre trenta anni di guerre.

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