Il cinema è la regola, Godard è l’eccezione

«In un certo senso, vedete, la paura è comunque figlia di Dio. Redenta la notte del Venerdì Santo, non è bella da vedere: derisa a volte, a volte maledetta, da tutti ripudiata.
Eppure non fate questo errore, essa si trova al capezzale di ogni agonia. Intercede per l’uomo, perché c’è la regola e c’è l’eccezione. C’è la cultura, che appartiene alla regola. C’è l’eccezione che appartiene all’arte. Tutti sanno dire la regola: sigarette, computer, magliette, televisione, turismo, guerra. Nessuno dice l’eccezione, che non si dice, ma si scrive: Flaubert, Dostoevskij; che si compone: Gershwin, Mozart; che si dipinge: Cezanne, Vermeer; si filma: Antonioni, Vigo… Oppure si vive, e allora è l’arte di vivere: Srebrenica, Mostar, Sarajevo. È della regola il volere la morte dell’eccezione. Sarà dunque regola dell’Europa della cultura organizzare la morte dell’arte di vivere che ancora fiorisce sotto i nostri piedi.
Quando sarà necessario chiudere il libro, non avrò rimpianti: ho visto tante persone vivere così male, e tante persone morire così bene.»

Jean-Luc Godard, commento off al film “Je vous salue, Sarajevo” (1993)
Jean-Luc Godard, 1930-2022

In letteratura, le dimensioni contano?

Nonostante i discorsi sulla morte del libro a causa della competizione degli altri media, la gente che sceglie di leggere preferisce narrazioni estese ed estensive, l’opposto dei frammenti d’informazione che appaiono sui nostri smartphone o dispositivi elettronici collegati a Internet.

(Clare Alexander, The Guardian)

I romanzi più lunghi della letteratura mondiale di tutti i tempi

La recente lettura di Donne e uomini di Joseph McElroy, la più lunga opera di fiction mai scritta da un autore statunitense, e tra i romanzi più lunghi di tutta la letteratura mondiale, pubblicato da Il Saggiatore in un volume di quasi duemila pagine, mi ha spinto a interrogarmi sul rapporto tra lunghezza del testo e piacere del lettore.

È noto che la dimensione racconto (da poche fino a cinquanta-sessanta pagine) non ha fortuna presso i lettori italiani, che preferiscono il romanzo. Ma esiste una intrinseca differenza di qualità tra il primo e il secondo?

Il critico letterario Leone Piccioni ha efficacemente definito il racconto come verticale, il romanzo orizzontale. Il secondo permette divagazione e approfondimento, mentre la scrittura delle opere brevi è intensiva — intensità che non deriva dalla lunghezza ridotta, bensì dal più stretto controllo esercitato da chi scrive. L’autore o l’autrice non può permettersi che i personaggi prendano la mano come talvolta accade nel romanzo. Il racconto richiede più tecnica, più perizia rispetto alle opere lunghe, dal momento che occorre lavorare per sottrazione: sopprimere ciò che non è strettamente necessario in modo da ottenere la compattezza insita nell’estetica del genere breve.

Detto questo, è normale che chi al contrario cerca vasti affreschi narrativi, interi mondi in cui esercitare la volontaria sospensione dell’incredulità, si rivolga al romanzo. In questa categoria editoriale, che individuiamo nel volume venduto singolarmente, esiste tuttavia un’enorme variabilità di lunghezza, dal racconto lungo fino all’opera pubblicata in più volumi, senza contare le grandi saghe caratteristiche della letteratura di genere e dello youg adult — ma questo è un caso un po’ diverso.

È il romanzo lunghissimo, anche se pubblicato in più volumi ma concepito come opera unica, che mi interessa. Cosa spinge autori e autrici (più i primi che le seconde, per la verità) a scrivere romanzi-monstre, e cosa spinge chi li legge? È una sorta di bulimia, perversione culturale, volontà di distinguersi dalla massa indistinta di scrittori e lettori, o altro? Insomma, c’è davvero più significato in un testo di lunghezza superiore? E in uno molto superiore al consueto?

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Stratagemmi corsari

Viaggiatori nel tempo e tanta avventura intelligente nel romanzo di Giulia Abbate

Di recente Delos Digital ha pubblicato la versione cartacea di Nelson, il primo romanzo di Giulia Abbate apparso in versione eBook alcuni anni fa. L’ambientazione è un immaginario inizio Seicento nel quale gli equilibri politici e di forza tra nazioni sono stati scompaginati dall’arrivo della “gente del domani”, esseri umani provenienti dal futuro che portano con sé anche oggetti tecnologici incredibilmente avanzati. Stratagemma Trentasette, il nuovo romanzo di Giulia Abbate appena uscito nella collana Odissea fantascienza è ambientato nello stesso mondo, ma con protagonisti diversi.

Entrambi i romanzi sono ambientati sul mare: nell’atlantico il primo, con l’ammiraglio Claude Nelson che si è procurato una patente di corsa e attacca le navi spagnole e francesi; il secondo, con la comandante pirata Shi Yang che imperversa nel Mar Cinese Meridionale (il “mare disteso”), fino all’Indonesia.

Due romanzi debitori delle grandi storie d’avventura marinara alla Salgari (o anche, perché no?, alla Golon); perlomeno in parte, perché in Stratagemma Trentasette, oltre a alcuni classici della cultura orientale fa capolino anche Jorge Luis Borges, autore a sua volta in Storia universale dell’infamia di un ritratto di Shi Yang a tinte sanguigne. Perché “la vedova Ching”, cioè Shi Yang, è un personaggio realmente esistito — peccato che sia nata nel 1775, molto dopo gli anni in cui è ambientato il romanzo. Questo è ciò che fa notare un personaggio proveniente dal futuro, decisamente sorpreso di questa incongruenza temporale: è il sovvertimento dell’equilibrio temporale che ha provocato questa cronodiscrasia?

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Fantascienza e reincarnazione: “Saldi sull’eternità” di Adessandro Montoro

Saldi sull’Eternità” è l’allettante titolo del 54mo numero della collana “Futuro Presente”, che nella vastissima proposta di Delos Digital è deputata a rappresentare la fantascienza sociale. Questa volta le curatrici Giulia Abbate e Elena Di Fazio ci presentano un racconto lungo di Alessandro Montoro,  autore romano che dal suo esordio, appena un anno fa circa, è già arrivato all’ottava pubblicazione con Delos; inoltre, è apparso con un proprio racconto in appendice a Urania, e ha vinto il premio Urania short 2022 a pari merito con altri due autori.

Mentre le prove precedenti sono rimaste ancorate a un’ambientazione da fantascienza classica, in questo “Saldi sull’eternità” Montoro, forse stimolato dalla fama di originalità che Futuro Presente si è conquistata, osa una costruzione più originale: se non nei personaggi, quantomeno nello sfondo, la “scenografia”, e nell’assunto di partenza.

Quest’ultimo infatti è accattivante: in un futuro non troppo prossimo, la scienza ha fornito la prova non solo dell’esistenza di ciò che chiamiamo “anima”, ma anche della sua trasmigrazione da un essere vivente a un altro. Questo fatto incontrovertibile ha prodotto il dissolvimento delle grandi religioni, a esclusivo vantaggio di quella induista, l’unica delle credenze del passato che abbia continuato a basare una parte rilevante della propria visione mistica sulla metempsicosi. Come si sa, anche altre dottrine dell’antichità comprendevano la migrazione delle anime (e d’altronde la parola stessa, μετεμψύχωσις, è di origine greca), ma nel nostro secolo unicamente il saṃsāra è sopravvissuto come dottrina del ciclo di vita, morte e rinascita.

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Un’educazione all’Utopia

A proposito di un racconto di Giovanna Repetto

Si astenga chi è allergico agli “spoiler”

Educazione critica di Giovanna Repetto, un racconto apparso nell’antologia Distopia vs Utopia, (sottotitolo Quattordici racconti dell’Italia che verrà) curata da Valeria Barbera e Andrea Tortoreto, è una delle utopie più interessanti pubblicate negli ultimi tempi.

Non è un mistero che l’utopia sociale è un genere letterario davvero poco frequentato, specialmente in Italia, dove autori e autrici preferiscono pascolare in scenari comunemente definiti “distopia”, ma che di distopico hanno solo l’ambientazione nella quale situare storie prettamente avventurose, nulla da spartire con il corrosivo monito libertario dell’anti-utopia.

Educazione critica, il cui titolo mi piace immaginare come omaggio a Éducation européenne di Romain Gary, è situato in un futuro non sappiamo quanto prossimo, nel quale la società italiana è profondamente cambiata grazie a un intervento educativo sulle giovani generazioni. Il risultato è una civiltà post-industriale, nella quale la motorizzazione individuale di massa non è più un tratto caratteristico. Non c’è una descrizione approfondita di questa Roma utopica, sia perché esulerebbe dalla logica della storia, sia per la brevità del racconto; spicca tuttavia il concetto di Esercito della Bellezza, un’istituzione civile che organizza gli adolescenti in gruppi che si prendono cura del patrimonio artistico, archeologico e monumentale della città.

Il conflitto letterario è costruito sull’imminenza della Revisione Annuale, la scadenza entro la quale le persone devono dichiarare la composizione della propria famiglia. Repetto usa questo termine in senso estensivo, come cellula di base sociale-abitativa-affettiva: nulla a che vedere né con la famiglia mononucleare divenuta predominante nel mondo occidentale nel tardo XX secolo, né con la famiglia patriarcale dei secoli precedenti.

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Medusa Rossa

Questo romanzo breve rappresenta l’esordio di Gloria Bernareggi come autrice “a solo”: di solito infatti pubblica a quattro mani insieme a Sephira Riva, con la quale compone il duo chiamato Moedisia (che gestisce anche un blog di critica letteraria, fantasy e questioni di genere). Moedisia risultano anche autrici di una Guida al Fantasy in più ebook, ma il presente Medusa Rossa, così come il racconto di Sephira Riva Addendum alla proposta di legge sull’autodeterminazione degli oggetti già uscito nella stessa collana, sono rigorosamente fantascienza.

Ottima fantascienza, aggiungo, di quella che auspico di vedere sempre più rappresentata nei cataloghi delle case editrici: niente distopia, niente space opera, invasioni aliene, grandifratelli, astronavi FTL eccetera, soltanto un’ottima storia su come il futuro cambierà le relazioni tra persone, il modo di pensare e relazionarsi, il rapporto con il mondo, l’intera maniera di essere umani.

Nel racconto, Medusa Rossa è il nome di un ristorante, in una Sicilia del futuro prossimo ma non troppo, gestito da una “famiglia” che oggi considereremmo particolare, ma che a guardare bene è già nell’urgenza delle cose. Perché devo aggiungere che uno dei temi di Medusa Rossa è il mutamento della famiglia mononucleare, e uno dei motivi di stile di scrittura che Bernareggi ha scelto è la neutralità di genere. Senza ricorrere all’artificio tipografico della scevà (ǝ), che molti e-reader non riescono a interpretare, l’autrice usa la desinenza in asterisco, scegliendo però di coniugare al femminile il plurale degli aggettivi. Esempio: Bernareggi scrive “Non è colpa della mia lingua se l* clienti se ne vanno”, dove secondo le regole grammaticali sarebbe semplicemente “i clienti”, e “Mando qualcosa all* ragazz* in campagna”, invece che “ai ragazz*”.

“Colonia 7” di Artur Rosa, Portogallo particolare)
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Sole distante, Luna di sale

Il numero 15 della collana Atlantis, da me curata per Delos Digital, è il mio racconto lungo Sole distante, Luna di sale. Il testo è la versione lunga e in lingua italiana di un racconto che ho scritto in inglese per l’invio a un concorso per racconti sulla crisi climata (Climate Fiction for Future Ancestors). Il protagonista e punto di vista si chiama Lucio Aldani. La data di pubblicazione è il 17 maggio 2022

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Valerio

Non avrei voglia di scrivere questo. Ancora troppo forte è l’amarezza. Sento però di dovertelo.

È strano che nel pensare a te, sia prima che dopo quel 18 aprile, mi tornino alla mente soprattutto ricordi di noi due in Francia: noi autori italiani di Urania, Masali e il sottoscritto, ci arrivammo grazie allo straordinario successo oltralpe del tuo Eymerich. Ci siamo conosciuti però in Italia, a Torino, in occasione di un ritrovo di appassionati. È soprattutto a te, oltre che a Lippi, che devo la mia vittoria al premio Urania: fosti tu a importi su quanti nella giuria, come Curtoni, ritenevano che Ai margini del caos fosse fuori standard rispetto alla collana da edicola, e che meritasse altro tipo di collocazione editoriale. Ma riuscisti a convincerli che rimandarlo a altra destinazione equivaleva a non pubblicarlo. Mi restituisti, e l’ho ancora, la copia dattiloscritta che leggesti tu, con la tua calligrafia che dice Intelligente, ben scritto, avvincente, e il voto: 9.

Perché tutti questi ricordi francesi? Il tuo seguitissimo incontro con i fan a Nancy, la sala piena di giovani, e tu che spiegavi in un francese dall’accento spigoloso, ma dal vocabolario estremamente preciso, il fascino del tuo inquisitore, che definisti un véritable fasciste. Le camminate notturne per le vie di Nantes, la città di Jules Verne, insieme a Masali, Lippi, Nicolazzini. Il congresso al parco multimediale Futuroscope a Poitiers, quando durante una pausa dei lavori uscimmo per andare a vedere sullo schermo IMAX del parco l’edizione in francese di eXistenZ di Cronenberg. Quella volta che sulla Rive Gauche a Parigi mi presentasti Cesare Battisti, che al tempo era conosciuto come scrittore di polar perché nessuno ricordava la sua condanna all’ergastolo, e poi a ora di cena tu e Masali ci seminaste perché il vostro editore Doug Headline non voleva offrirla anche a Nicolazzini; allora noi due andammo a cena insieme a Giuseppe Lippi, che nei vicoli del Quartier Latin si fece catturare dal canto di sirena di una donna bellissima all’ingresso di un ristorantino egiziano, solo che all’interno a servirci c’erano solo camerieri baffuti e sudati che correvano tra i tavoli con enormi vassoi di cous cous.

Ricordavi ogni cosa, eri attento a ogni particolare. Aiutavi chiunque, anche l’ultimo, sconosciuto esordiente. Alla premiazione di un concorso a Torino dove non ti presentasti, mi consegnarono una targa da farti avere, ma non l’hai mai voluta: eri per il materialismo storico, però ti interessavano più le persone e le idee che i riconoscimenti formali.

Ecco. Non avrei avuto voglia di scrivere questo. Oggi ho visto una foto scattata al tuo funerale: la cassa di legno posata in terra, il cuscino di fiori freschi, le bandiere rosse sotto la pioggia. Non avrei mai voluto scrivere questo.

Lungo le strade che vanno da Reims a Parigi

Franco Ricciardiello, LUNGO LE STRADE CHE VANNO DA REIMS A PARIGI. Francesco Ricciardiello alla battaglia di Bligny, 130 pagine, € 10,00, autopubblicazione disponibile su Amazon

Nonno Francesco, che tutti chiamavano con il diminutivo napoletano, Ciccio, aveva già 74 anni quando nacqui io. Morì nel 1970, quando io ne avevo nove. Non ho molti ricordi di lui. Viveva a Mugnano di Napoli, dove mio padre è nato, io in Piemonte, dove mio padre mise su famiglia.

Il poco che sapevo di lui veniva da mio padre Benito, ottavo di dodici figli. Raccontava che suo padre aveva fatto la Grande guerra, che per lui era finita una settimana più tardi perché era stato inviato in Francia con il contingente italiano, dove aveva combattuto agli ordini di Peppino Garibaldi, nipote di Giuseppe; durante una battaglia nel bosco di Bligny, in fiamme, del suo battaglione sarebbero scampati solo in due, lui e un altro.
Mi misi in testa di verificare se i fatti tramandati da mio padre, un po’ reali e un po’ fantastici, trovassero conferma in documenti ufficiali; trovai subito riscontri incredibilmente aderenti agli scarni dati che ricordavo.
Quella che noi italiani chiamiamo “battaglia di Bligny” è in realtà un episodio della colossale Seconda battaglia della Marna, combattuta nel 1918 a nordest di Parigi. A questo scontro partecipò un corpo d’armata italiano, inviato a combattere a fianco dell’alleato francese, e che fu investito dall’offensiva tedesca a sudest di Reims, in un bosco che si trova presso l’abitato di Bligny.
Tre quarti dei caduti di tre interi anni di guerra, nel 51° reggimento di fanteria cui apparteneva nonno Francesco, morirono il 15 luglio 1918 sul fronte della Marna. Lo scontro sulla montagna di Bligny, e poi nei boschi intorno al fiume Ardre, fu un inferno. I battaglioni erano accerchiati, senza viveri né acqua, senza medicinali per i feriti; furono bombardati con proiettili esplosivi e gas velenosi, senza potersi nascondere in trincee che non esistevano, e quando terminarono le munizioni, dovettero difendersi con contrattacchi alla baionetta. Incendiarono il bosco per fermare i tank tedeschi.

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Nouvelle Vague al Covo della Ladra

Uscito a fine febbraio, il mio romanzo Torino Nouvelle Vague comincia a collezionare recensioni favorevoli.

Ieri sera, 22 marzo, ho avuto l’opportunità di presentarlo alla libreria Covo della Ladra di Milano, specializzata in giallo, noi e fantasy, di Mariana Marenghi. Ho avuto il piacere di parlare del libro con Marina Visentin, esperta di cinema e scrittrice di fiction. Ne è uscita una delle più belle presentazioni librarie cui mi sia capitato di partecipare.

La registrazione dell’evento è disponibile su youtube:
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