Le catastrofi non devono finire in distopia

Cory Doctorow, da Wired

traduzione di Franco Ricciardiello

Il mio nuovo romanzo, Walkaway[1], parla di un mondo in cui i super ricchi creano forme di vita immortali così efficaci nell’automazione del lavoro che tutti noi diventiamo risorse in eccesso. La battaglia che ne segue – sulla possibilità che l’umanità possa infine dividersi per sempre tra un’élite trans-umana e un brulicare di profughi in balia del clima – innesca massacri e persecuzioni. È un romanzo utopico.

La differenza tra utopia e distopia non è nella misura di quanto le cose vadano bene. È in cosa succede quando tutto va a rotoli. Qui, nel mondo disastroso e reale, stiamo per scoprire in quale delle due viviamo.

Dai tempi di Thomas More, i progetti utopici si sono concentrati sulla descrizione dello stato perfetto e sulla mappatura del percorso per raggiungerlo. Ma questa non è ideologia, è un sogno ad occhi aperti. La società più perfetta esisterà in un universo imperfetto, in cui la seconda legge della termodinamica implica che tutto ha bisogno di costante riparazione, accomodamento e aggiustamento. Anche se la tua utopia ha abitudini rigide, è a rischio di venire distrutta da pericoli meno cogenti: asteroidi di passaggio, stati confinanti meno virtuosi, agenti patogeni mutanti. Se la tua utopia funziona bene in teoria, ma degenera in un’orgia di violenza cannibalistica la prima volta che si spengono le luci, non è in realtà un’utopia.

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Forma e sostanza

La recentissima lettura di Radicalized[1] dello scrittore canadese Cory Doctorow mi ha spinto a pormi alcune domande sul rapporto tra scrittura e contenuto, o se preferiamo tra stile e messaggio — parola orribile in questo caso, il cui significato tuttavia esprime in maniera compiuta ciò che intendo.

Le domande sono queste:
Fino a che punto è lecito sacrificare lo stile al messaggio che voglio trasmettere?
E in subordine:
La necessità di andare “dritto” al messaggio, in un testo scritto con questo obiettivo, ha la preminenza sullo stile?
Infine, per riassumere le due domande in una:
Qual è il giusto punto di equilibrio tra preoccupazione estetica e sostanza del testo?

Mi rendo conto che è necessario anticipare una premessa: mi riferisco a testi scritti con un esplicito intento “impegnato” (definizione da prendere con le dovute cautele), che non si accontentino cioè dell’aderenza a formule di genere stereotipate. Con quest’ultima definizione intendo riferirmi a storie che trovino la loro giustificazione unicamente nello statuto estetico cui appartengono: fantasy, horror, distopico, romance, storico, ma anche fantascienza, storie di vampiri o di zombi, tutti i casi insomma nel quali autore/autrice e lettrici/lettori si incontrano su un terreno comune che è il tópos di genere, senza pretesa di rappresentare qualcosa di non-letterario.

La definizione è quanto mai vaga; cercherò di aggiungere un nuovo elemento con la distinzione di Brian McHale[2] tra generi letterari, a partire dalla loro natura: genere epistemologico per eccellenza sarebbe la detective fiction, il poliziesco di indagine, che risponde precisamente alle domande-tipo della letteratura modernista: Chi è l’assassino? In che modo ha ucciso? D’altro canto, il genere ontologico par excellence è la fantascienza, che per sua natura mette a confronto mondi differenti. Ovviamente questo è vero per qualsiasi lavoro di fiction, anche per la letteratura realista — ma il romanzo moderno tende a sopprimere il contenuto ontologico per aumentare l’effetto mimetico.

Per tornare alla definizione di cui sopra, posso sostituire a quello che prima ho definito testo “impegnato” il termine “ontologico”; ma la domanda rimane: qual è il giusto punto di equilibrio tra preoccupazione estetica e sostanza del testo?

Ammettiamo che un testo può essere bello anche senza altro intento che quello di rimanere nelle convenzioni di genere: certi racconti gialli o di fantascienza sono gioielli di perfezione e originalità anche se non possiedono giustificazione oltre l’estetica del genere cui appartengono. D’altronde, i grandi classici della letteratura d’ogni tempo sono spesso stati scritti con intento di denuncia, di avvertimento, di propaganda, ma altrettanto spesso la loro grandezza è nella restituzione del mondo dei sentimenti, di quelle verità immortali sulla vita e la morte che rendono la letteratura insuperabile e unica di fronte alle altre arti.

Ma così ritorno da capo, ritorno a Doctorow e al suo Radicalized, che contiene quattro racconti lunghi con esplicito contenuto sociale. L’America contemporanea è osservata e vivisezionata senza pietà nei suoi lati più oscuri: la prevaricazione della polizia, la discriminazione razziale, le distorsioni del liberismo, le deviazioni dell’individualismo. Quattro racconti di sicuro impatto emotivo, nei quali l’autore non ostenta la minima originalità stilistica, va dritto alla meta grazie alla scelta di quattro personaggi-punto di vista straordinariamente adatti, e il pathos e l’indignazione che suscita nel lettore rendono le sue storie difficili da dimenticare.

Riformulo la domanda. La ragione per cui Cory Doctorow ha fatto questa scelta (come altri grandi autori “politici” di science fiction in fondo, per esempio Kim Stanley Robinson e Ursula LeGuin, ma diversamente da altrettanti come Samuel Delany o Joanna Russ) è perché scrive fantascienza?

Ma Doctorow ritiene davvero di scrivere fantascienza? E questa distinzione di genere ha ancora un senso, quantomeno commerciale?

Non sono in grado in questo momento di dare una risposta. Sono consapevole che una frazione importante di lettori che ancora riconoscono una legittimità all’etichetta di genere si aspetta una scrittura senza voli stilistici; una struttura d’intreccio complessa è stata pienamente accolta nella science fiction, mentre l’originalità della scrittura è caratteristica solo del postmoderno — tuttavia mi sembra una contraddizione il fatto che gli autori postmoderni abbiano saccheggiato a piene mani gli stereotipi della fantascienza (Angela Carter, William Burroughs, Don DeLillo, Thomas Pynchon) senza riuscire a contagiarla con il virus dell’originalità stilistica?

Che sia colpa del vecchio adagio dell’era pulp, “la fantascienza è un letteratura di idee”?


[1] Cory Doctorow, Radicalized. Quattro storie del futuro (Radicalized, 2019), traduzione di Dafne Calgaro, Mondadori 2021

[2] Brian McHale, Postmodernist fiction, Routledge 1987

Naturale, artificiale: “Irene” di Nino Martino

A tre anni da Errore di prospettiva, che notevole successo ha riscosso tra i lettori di Delos Digital, Nino Martino torna con un secondo romanzo, Irene, vincitore ex æquo del Premio Odissea 2020 insieme a Eden di Franci Conforti. A leggere la quarta di copertina, e le prime pagine, Irene sembrerebbe una riscrittura del precedente: forme di vita aliena su base totalmente differente da quanto possiamo immaginare, rapporto problematico tra l’opinione pubblica terrestre e gli esploratori spaziali, manipolazione del consenso. Ma questo solo a un’indagine superficiale, perché stavolta c’è molto di più; e mi auguro che i potenziali lettori capiscano e rispondano come prima, perché il messaggio è sottile e importante.

La trama, in breve.

Il romanzo inizia in media res, introducendo il lettore prima di tutto al rapporto tra Roberto (personaggio-punto di vista), un esploratore spaziale inviato su un pianeta alieno, Aldebaran II, alla ricerca di risorse economiche indispensabili sulla Terra sovrappopolata e sfruttata, e la protagonista, l’intelligenza artificiale che presiede alla missione; quest’ultima, prevista per sostituire la maggior parte dell’equipaggio nell’ottica di diminuire i cosi, viene dotata di un nome, Irene, per “umanizzare” la sua presenza; la sua interazione con Roberto non avviene però unicamente sul piano fisico. Roberto è collegato all’IA mentalmente, anzi se rimanesse troppo a lungo disconnesso, il suo cervello soffrirebbe danni irreparabili. Il modo in cui Irene gli appare è quindi antropomorfizzato, nell’immagine e nella sostanza di una donna avvenente; il mezzo, è soprattutto la realtà virtuale, quindi nella mente di Roberto, sebbene in caso di necessità l’IA sia in grado di proiettare un’immagine tridimensionale di se stessa, a beneficio di terzi.

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Un’avventura editoriale in Grecia

Tra maggio 2002 e ottobre 2003, sull’onda del successo di Ai margini del caos, che oltre a essersi rivelato uno degli Urania più venduti del decennio, era stato anche tradotto in Francia e pubblicato da Flammarion, ottenni tramite l’agenzia letteraria PNLA un contratto per la traduzione di cinque miei racconti in lingua greca. Queata è la copertina del primo, che contiene accanto al mio nome il titolo del racconto, Η Μικέλα και η βόμβα Νετρονίου.

Il primo a apparire, in due puntate sui numero 97 e 98 della rivista (maggio 2002) fu Η Μικέλα και η βόμβα Νετρονίου, traduzione di Michela e la bomba al neutrone. Il racconto, il numero dieci nella mia bibliografia, vincitore del Premio Italia 1988 per il miglior racconto su pubblicazione professionale, era uscito l’anno precedente sulla fanzine barese THX1138 (numero 5/6), dopo un’accurata e attenta revisione di Vittorio Catani. Cito da Wikipedia:

Durante un viaggio a Venezia, un uomo affonda il coltello nel cuore della moglie davanti a numerosi testimoni. La donna non muore, anzi si rende conto che lui ha scoperto la terribile verità che per anni gli ha nascosto. I due si erano conosciuti qualche anno prima al Carnevale di Venezia, e da quel momento l’uomo aveva iniziato a fare sogni incomprensibili che sembravano messaggi dell’inconscio. In questo modo si è accorto di essere l’unico sopravvissuto a una guerra catastrofica che ha cancellato dal pianeta la vita biologica; tutti gli altri, a partire da sua moglie, sono androidi.

Il titolo è tratto da un poema di Evgenij Evtušenko, Mamma e la bomba al neutrone, alcuni versi del quale sono citati nel testo.

Il secondo racconto, su “9” n. 109 (31 luglio 2002) fu Μια κλεμμένη πάνινη κουκλα, traduzione di Una bambola di stoffa rubata, che per qualche ragione che mi sfugge (forse in reazione alla sua brevità, forse al fatto che si tratta della pria ucronia di mia conoscenza a occuparsi del problema immigrazione) è tra i miei racconti più ripubblicati in assoluto. È la cronaca del tentativo di raggiungere via mare i paesi industrializzati sulla sponda sud del Mediterraneo, dove ci sono ricchezza, lavoro e democrazia, da parte di un emigrante che abbandona la famiglia in un’Italia povera e arretrata.

La prima pubblicazione risale al 14 agosto 1991 sul quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, dove ero stato invitato da Vittorio Catani che aveva avuto l’incarico dal giornale di pubblicare una selezione di racconti di fantascienza da proporre come lettura nel periodo estivo.

Il terzo racconto è Το Λευκό Ρόδο του Βοναπάρτη, apparso il 20 novembre 2002 sul n. 125 della rivista. È la traduzione di La rosa bianca di Bonaparte, forse l’unico steampunk che io abbia masi scritto; come ho detto in un precedente post, questo mio racconto è stato tradotto in tre lingue: è un’ucronia in cui il generale Bonaparte invade l’Italia nell’aprile 1796 con l’esercito fornitogli dal Direttorio, portando con sé carri armati a vapore e proiettori luce che funzionano con la pila di Volta.

Gli ultimi due sabati di febbraio 2003 appare in due puntate sui numeri 137 e 138 di “9” il racconto Αιώνιο καλοκαιρι ςτα φιορδ; si tratta della traduzione di una delle mie prime pubblicazioni in assoluto, L’eterna estate sul fiordo, il numero 4 della mia bibliografia personale. Stavolta cito me stesso:

Ricordo bene come nacque il mio primo racconto maturo (ora, rileggendolo, mi viene da ridere a questa definizione): avevo in mente una vaga trama, due o tre accenni tratti dai marginalia di un libro di Yeats, e una certa voglia di scrivere. A quel tempo avevo letto quasi tutti i romanzi di George Orwell, e la notte prima di iniziare la stesura del manoscritto mi ritrovai a pensare “E se inserissi Orwell nel mio racconto?” Non riuscii a prendere sonno che a notte inoltrata.

Franco Ricciardiello, Io e lei, da Intercom n. 105/106, Terni 1989

La serie di cinque racconti si chiude nell’ottobre 2003, sui n. 170 e 171 di “9”, con Ο κηπος, traduzione di Il giardino dei fiori in comune, racconto scritto appena due settimane dopo L’eterna estate sul fiordo. Lo inviai alla fanzine TTM (The Time Machine) di Padova; fu subito accettato dal curatore Franco Stocco, ma mai pubblicato perché la rivista chiuse senza pubblicare l’ultimo numero programmato. Apparve poi nel 1988 sul numero di prova dlella nuova fanzine Follow my Dream, che Roberto Sturm curò per qualche anno a Ancona. Fu tradotto e pubblicato in Grecia malgrado raccontasse di un futuro in cui l’Unione Sovietica era ancora impegnata nella corsa allo spazio, e una missione esplorativa scopriva su un pianeta extraterrestre una città abbandonata da una razza aliena.

La banda del Club Cuori Solitari del sergente Ballard

Esce oggi, 22 gennaio, l’eBook del mio racconto lungo “La banda del Club Cuori Solitari del sergente Ballard”, nella collana Ucronica di Delos Digital, diretta da Giampietro Stocco. Ho scritto, per l’occasione, un’ucronia musicale.

Dicembre 1980. La notizia dell’assassinio a New York del più famoso tra i Beatles sgomenta lo scrittore britannico James G. Ballard, impegnato nella stesura definitiva del suo Hello America. Affranto per questa morte insensata, decide di raccontare in un testo autobiografico la sua amicizia con l’ultimo elemento arrivato a comporre i Fab Four: l’ex scrittore Michael Moorcock, che nel ’62 abbandona la fantascienza per diventare batterista della band di Liverpool. Travolto dai ricordi e dai rimpianti, Ballard riassume un quarto di secolo di storia: gli anni in cui tutto sembrava dovesse cambiare, la nuova musica, il Sessantotto, l’LSD, la creatività, il protagonismo dei giovani, l’India, la minigonna, la fantascienza sociologica, la via per lo spazio interiore. Un’amicizia nata in una convention di fantascienza, forgiata dalle cose della vita — donne e sesso, affetti e tradimenti: la grande avventura che avrebbe potuto essere la musica giovane se Michael Moorcock fosse arrivato prima di Ringo Starr negli studi di Abbey Road.

Sono consapevole del fatto che negli ultimi quindici anni si sono scritti centinaia, forse migliaia di libri sui Beatles: biografie, instant book, agiografie, qualificate analisi musicali, pamphlet religiosi, persino studi universitari — i più umoristici, a mio parere. Questo mio superfluo testo va quindi a aggiungersi in cima a una catasta già troppo alta di carta stampata, ma almeno ha un pregio: privo di pretese d’esaustività o obiettività, impossibili dopo Einstein e Heisenberg, è semplicemente un racconto della mia amicizia con il più famoso dei Beatles, Michael Moorcock, il migliore tra i miei non certo numerosi amici.

firmato: J. G. Ballard

per acquistare il libro su Delos Store

SOLARPUNK ITALIA, il sito

Oggi, venerdì 15 gennaio 2021, inizio una nuova avventura insieme a tre compagne di viaggio: Giulia Abbate, con la quale ho iniziato una stretta collaborazione a partire dal Manuale di scrittura di fantascienza (ed. Odoya) scritto a quattro mani — Romina Braggion, con cui ho mosso i primi passi nel mondo solarpunk, concretizzati poi nell’articolo “L’utopia che deve esistere” sul n. 91 di Robot — e Silvia Treves, che ho avuto modo di conoscere quando ho avuto la magnifica idea di invitarla a partecipare all’antologia Assalto al sole che ho curato per Delos Digital.

Il sito SOLARPUNK ITALIA vuole diventare un agile punto di riferimento, informazione e propaganda in lingua italiana, a disposizione di chiunque voglia informarsi, partecipare e condividere il vasto campo di letteratura, utopie e attivismo che per comodità etichettiamo come ‘solarpunk’: la fantascienza ottimista, la progettazione di un futuro sostenibile, lo scambio di idee e news sui movimenti interessati a frenare il cambiamento climatico, la recensione di tutte le pubblicazioni sull’argomento – senza preclusioni, senza settarismi, con il massimo della profondità critica possibile.

Ecco il nostro manifesto Solarpunk, sul quale conformeremo le nostre azioni

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La rosa blanca de Bonaparte

Nel dicembre 2004 la rivista argentina Axxón, in attività dal 1989 fino a oggi, pubblicava il mio racconto La rosa bianca di Bonaparte, tradotto in spagnolo (ma in Argentina si dice castellano) dallo scrittore catalano Fran Ontanaya.

Si tratta di un racconto atipico nella mia bibliografia, forse l’unico di genere stampunk che io abbia mai scritto; la prima pubblicazione risale a novembre 1995, quando apparve sul n. 2 anno III della rivista Shining di Franco Forte e Franco Clun; era giunto quinto classificato al Premio Alien 1994, dopo Antonio Piras, Giandomenico Antonioli, Giafranco De Turris e Nicola Fantini. I racconti partecipanti erano stati 135.

Quattro anni dopo, il racconto fu ripubblicato sul n. 39 di Delos . Il caso volle che divenisse il mio racconto più pubblicato all’estero, forse per la relativa brevità, forse perché lo steampunk era piuttosto in auge: è del novembre 2002 la pubblicazione con il titolo Το Λευκό Ρόδο του Βοναπάρτη su 9, supplemento settimanale del quotidiano greco Ελευθεροτυπία , e del 2003 ancora l’edizione francese, La rose blanche de Bonaparte, su Passés Recomposés – anthologie uchronique della casa editrice Nestiveqnen.

Questo è il testo spagnolo: la versione in italiano si trova gratis online su Fantascienza.com

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Il più orribile delitto

A quattro anni dall’assegnazione del premio Nobel per la letteratura, e ben otto anni dopo l’album precedente, in piena pandemia da Covid-19 Bob Dylan pubblica un album bellissimo, Rough and Rowdy Ways, il numero 39 della sua sessantennale carriera: il brano di punta, Murder Most Foul, è una lunga ballata crepuscolare, la canzone più lunga che il cantautore abbia mai inciso (16’56”). Ad ascoltare il testo, tutt’altro che facile da interpretare, sembra che Dylan abbia deciso di raccontare in musica una sua interpretazione della storia degli Usa nell’ultimo mezzo secolo.

Come si intuisce dall’immagine che fa da copertina al singolo (e come ultima pagina nella busta del doppio vinile), il racconto prende le mosse dal grande evento traumatico della storia americana del dopoguerra: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy il 22 novembre del 1963, il giorno in cui l’America perde la propria innocenza, e anche l’atto di nascita dell’epoca postmoderna:

[…] quello fu il giorno che simbolicamente segnò la fine di una certo tipo d’ottimismo e ingenuità nella nostra coscienza collettiva, la fine di certe verità e garanzie che avevano contribuito a formare la nozione di ciò che dovrebbe essere la letteratura.

Larry McCaffery, Postmodern fiction. Bio-bibliographical guide (1986)

Già il titolo della ballata, con il suo sapore shakespeariano, è lì a indicare l’inizio di un’era di follia e paranoia:

«Murder most foul, as in the best it is. But this most foul, strange and unnatural»

William Shakespeare, “Amleto”, atto I scena V

Il testo è quasi recitato, con un atteggiamento da “fine dicitore”, su un arrangiamento minimale, pressoché improvvisato, quasi doloroso: percussioni, violino e soprattutto pianoforte, suonato da Fiona Apple in una sessione-fiume di sette ore consecutive. Il testo è la migliore dimostrazione che il Comitato per il Nobel non si è sbagliato nell’attribuire il premio a un cantautore.

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La realtà abbacinante di Mircea Cărtărescu

di FRANCO RICCIARDIELLO

È vero, nei miei testi c’è molto misticismo, molta religione, molto mito, passi di Bibbia, riferimenti ai Veda, alla Kabbalah, e sì, certo, c’è molta psichedelia, tutto quello che ha a che fare con la vita interiore mi interessa moltissimo, sono influenzato dal romanticismo tedesco, Hoffmann su tutti, dal surrealismo, dal realismo magico, ma anche da musicisti come Lennon o i Pink Floyd. Sono interessato a qualunque cosa faccia esplodere la testa e le percezioni, bisogna andare nel muso agli archetipi junghiani, sfidarli sul loro terreno, che è quello della sincronicità, a volte addirittura della schizofrenia. Non si può uscire da questo se si lavora seriamente su certi temi, e non c’entra solo il fatto che Pynchon, uno scrittore postmoderno fortemente influenzato dalla psichedelia, sia tra i miei punti di riferimento assoluti: il fatto è che il mio principale interesse è la sostanza della realtà, ma intesa nel senso più ampio possibile. Le visioni, i sogni, sono realtà. Quella che chiamiamo comunemente ‘realtà’ non è che la superficie delle cose. La vita allucinatoria è vera quanto la vita “reale”.

Mircea Cărtărescu

Tentare un’analisi di questa mastodontica opera di Cărtărescu, scrittore romeno nato nel 1956 e più volte indicato come possibile premio Nobel, è una sfida complessa e affascinante, proprio per la stessa natura dell’opera: oltre millecinquecento pagine nell’edizione italiana Voland, testo originale scritto a mano, per accumulazione progressiva, senza un progetto iniziale e senza revisione in corso d’opera, è strutturato come labirinto di ricordi personali, ricostruzioni di fatti reali e di trasfigurazione fantastica, intorno a una serie compatta e limitata di immagini-simbolo che assumono funzione di mitologia letteraria.

La struttura di Abbacinante è quindi un viaggio progressivo dalla visione alla realtà, anche la struttura a farfalla costituita dai tre volumi è al servizio di tutto questo. È però importante ricordare che non è un libro pensato a tavolino, se non nei suoi tratti generali. So che sembra incredibile, ma per fortuna ho i taccuini per provarlo: ho scritto tutti e tre i volumi a mano, senza editing e senza fare più schemi in corso d’opera, insomma quella che si trova nei libri è sostanzialmente la prima bozza, a parte la revisione e qualche taglio occasionale. Si tratta del frutto di un flusso ispirativo continuo, lento ma costante, quasi medianico, a metà tra il fare poesia in prosa e la scrittura automatica. Ogni mattina rileggevo l’ultima pagina fatta e procedevo, lentamente, seguendo l’onda e sforzandomi soprattutto di tenere legati i fatti e le chiavi simboliche.

Intervista di Vanni Santoni, Berlino 2015

 

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“Per sempre i giorni”: il pugno di Davide Del Popolo Riolo

La lettura del romanzo premio Urania 2020 mi ha fatto suonare un campanello d’allarme nel cervello. “Attenzione, la distopia è alla frutta!” dice; allora io mi metto alla tastiera, mi faccio un caffè e cerco di spiegare perché.

Il pugno dell’uomo(il titolo di lavoro con il quale ha partecipato al premio è “Per sempre i giorni”)  è una allegoria della nascita del nazismo in Germania; al posto del Partito c’è il Pugno dell’Uomo, un movimento razzista e violento alla cui guida c’è lo spietato Ian Derrick, uscito più o meno dal nulla come Adolf Hitler, e al posto degli ebrei ci sono le minoranze appartenenti a tre razze non umane che coabitano la Città insieme ai discendenti di un’astronave giunta dalla Terra a un pianeta alieno. La Città è un’entità statale edificata su una serie di rilievi presso la costa di un mare; gli unici altri insediamenti abitati sul pianeta sono comunità che vivono in costellazioni galleggianti sull’acqua, discendenti di fuoriusciti che hanno optato per una società anarcoide, o comunque governata da regole meno articolate.

Del Popolo Riolo fornisce scarse descrizioni della Città, dove altri autori avrebbero al contrario approfittato dell’occasione per dettagli ridondanti, come etnologia e (nei casi più incurabili) persino linguistica — oppure quel pozzo di luoghi comuni fantasy rappresentato dalle descrizioni del bar/locanda/osteria nel quale prima o poi i protagonisti devono entrare. Nella Città ci sono le zone alte, dove vive la classe media e soprattutto i patrizi, e ci sono le Fosse dove la legalità rimane in sospeso, e l’ordine è mantenuto da organizzazioni che gestiscono anche il malaffare. L’atmosfera è debitrice nei confronti dello steampunk, con cavalli meccanici e computer a vapore. Il governo ha la forma politica della signoria rinascimentale, il primato si trasmette tra le discendenti della comandante dell’astronave giunta dalla Terra: se non in linea retta, la carica di Sindaca a vita spetta a una donna proveniente dalla Famiglia Anderson-Brown. Il romanzo ha inizio con la morte di una Sindaca, donna Ginevra, e la “elezione” della successiva, donna  Alexandra; il passaggio di poteri avviene in concomitanza con una doppia crisi: una pandemia altamente contagiosa e apparentemente inarrestabile, che porta alla morte in soli tre giorni di decorso (magnifica anticipazione della pandemia da coronavirus in cui ci troviamo immersi nel momento in cui scrivo), e che nata nelle Fosse si diffonde anche nella città alta, e la rapida fortuna di un’organizzazione xenofoba e violenta, il Pugno dell’Uomo, guidata da un demagogo plebeo, Derrick, il quale sembra in grado di manipolare la volontà altrui tramite una personalità magnetica, o forse poteri super-omistici.

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