In letteratura, le dimensioni contano?

Nonostante i discorsi sulla morte del libro a causa della competizione degli altri media, la gente che sceglie di leggere preferisce narrazioni estese ed estensive, l’opposto dei frammenti d’informazione che appaiono sui nostri smartphone o dispositivi elettronici collegati a Internet.

(Clare Alexander, The Guardian)

I romanzi più lunghi della letteratura mondiale di tutti i tempi

La recente lettura di Donne e uomini di Joseph McElroy, la più lunga opera di fiction mai scritta da un autore statunitense, e tra i romanzi più lunghi di tutta la letteratura mondiale, pubblicato da Il Saggiatore in un volume di quasi duemila pagine, mi ha spinto a interrogarmi sul rapporto tra lunghezza del testo e piacere del lettore.

È noto che la dimensione racconto (da poche fino a cinquanta-sessanta pagine) non ha fortuna presso i lettori italiani, che preferiscono il romanzo. Ma esiste una intrinseca differenza di qualità tra il primo e il secondo?

Il critico letterario Leone Piccioni ha efficacemente definito il racconto come verticale, il romanzo orizzontale. Il secondo permette divagazione e approfondimento, mentre la scrittura delle opere brevi è intensiva — intensità che non deriva dalla lunghezza ridotta, bensì dal più stretto controllo esercitato da chi scrive. L’autore o l’autrice non può permettersi che i personaggi prendano la mano come talvolta accade nel romanzo. Il racconto richiede più tecnica, più perizia rispetto alle opere lunghe, dal momento che occorre lavorare per sottrazione: sopprimere ciò che non è strettamente necessario in modo da ottenere la compattezza insita nell’estetica del genere breve.

Detto questo, è normale che chi al contrario cerca vasti affreschi narrativi, interi mondi in cui esercitare la volontaria sospensione dell’incredulità, si rivolga al romanzo. In questa categoria editoriale, che individuiamo nel volume venduto singolarmente, esiste tuttavia un’enorme variabilità di lunghezza, dal racconto lungo fino all’opera pubblicata in più volumi, senza contare le grandi saghe caratteristiche della letteratura di genere e dello youg adult — ma questo è un caso un po’ diverso.

È il romanzo lunghissimo, anche se pubblicato in più volumi ma concepito come opera unica, che mi interessa. Cosa spinge autori e autrici (più i primi che le seconde, per la verità) a scrivere romanzi-monstre, e cosa spinge chi li legge? È una sorta di bulimia, perversione culturale, volontà di distinguersi dalla massa indistinta di scrittori e lettori, o altro? Insomma, c’è davvero più significato in un testo di lunghezza superiore? E in uno molto superiore al consueto?

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Guida al postmoderno / ultima parte

“Ombrello” di Valentina Remenar, Lubiana (Slovenia)

L’ultima parte di questa breve (e personalissima) guida al postmoderno in letteratura è dedicata, come promesso, ai grandi romanzi americani, che sono secondo me le colonne portanti del genere. La vera lista che mi ha domandato Giulia Abbate è di conseguenza questa; nei due post precedenti mi sono limitato a un ampio excursus tra autori di tutto il mondo che senz’altro sono punti di riferimento del postmoderno in letteratura — ma quando io penso alla parola postmoderno, gli autori che m’illuminano d’immenso sono questi, e queste sono i loro testi fondamentali. Anche in questo caso, i link rimandano a testi dei quali sono io l’autore: voci Wikipedia compilate dal sottoscritto, benché anonime.

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Sulla cresta tagliente dell’onda. L’avanguardia insanguinata di Thomas Pynchon

Illustrazione per “Celsius 13”, Jan Weßbecher, Amburgo (Germania)

Immaginate che William Gibson, dopo avere fondato il genere cyberpunk negli anni Ottanta e scritto romanzi di speculazione tecnologica ambientati nel futuro prossimo, abbia deciso di ridurre sempre di più il gap tra il tempo del racconto e il presente, fino a scivolare addirittura di qualche anno nel passato (il 2001); immaginate anche che abbia preservato il contenuto hi-tech che lo caratterizza, però sforzandosi di scrivere con lo stile di William Gaddis, quello di Carpenter’s Gothic per intenderci. Ecco: il risultato sarebbe probabilmente molto, molto vicino a La cresta dell’onda di Thomas Pynchon.

Però Pynchon non è Gibson né Gaddis, e le cose si complicano in modo imprevedibile: Bleeding Edge non riconferma la “svolta” hard-boiled di Vizio di forma (2009), né ritorna al ‘picaresco americano’ che lo ha trasformato in un oggetto di culto. Innanzitutto perché la conversione noir era una falsa notizia, o un puerile auspicio dei colleghi più disimpegnati; in secondo luogo, perché il postmoderno è formula letteraria per definizione indefinibile, i cui confini si deformano ogni volta che una nuova opera sposta la linea più in là – o più in qua.

I comunicati stampa che hanno preceduto l’uscita sul mercato USA di questo voluminoso La cresta dell’onda sembravano alludere all’ennesimo romanzo sull’attacco alle torri WTC dell’11 settembre 2001. A mano a mano che la polvere si sedimenta, molti autori non resistono alla tentazione di scrivere cosa ha rappresentato per l’America l’inizio choc del millennio. Però per quanto riguarda Pynchon, qualche dubbio avrebbe potuto legittimamente cogliere i commentatori: basti ricordare che dopo avere fatto incombere per oltre 1100 pagine il presagio sanguinoso della Prima guerra mondiale sui protagonisti di “Contro il giorno” (2006), risolve lo scontro in un capitolo piuttosto astratto che – forse – non è neppure ambientato sul nostro pianeta ma su un’Altra Terra speculare.

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