Parigi, una sera

Per celebrare l’anniversario del 14 luglio, pubblico per gentile concessione dell’Editore un breve passaggio da un capitolo centrale del mio romanzo di fantascienza «Termidoro», ambientato in parte nel futuro e in parte nel momento più cruciale della Grand Révolution.

Dall’abitazione dei Duplay agli Champs-Élysées è una breve passeggiata, purtroppo la medesima che porta al patibolo, ma a quest’ora della sera rue Saint-Honoré non conserva traccia della ferocia del mattino. Finalmente, l’ora dei giovani. Il lavoro è appena terminato o sta per terminare — gli operai delle industrie nazionalizzate continuano fino al tramonto. In place de la Révolution la ghigliottina è solo un palco di legno con una guardia armata, fiumi di cittadini passeggiano tutto intorno, lungo la cancellata dei giardini delle Tuileries e più oltre nella grande oasi verde degli Champs-Élysées.

Fa impressione vedere come tutti portino la coccarda tricolore sul cappello o all’altezza del cuore, uomini e donne indistintamente. C’è un movimento, un flusso continuo di gente per i viali e giù fino al lungo Senna, da dove si può vedere la mole degli Invalides sull’altra riva. Questa è finalmente anche l’ora della moda, una splendida sera d’estate per la splendida Parigi liberata dai colori scuri e pesanti. Le sorelle Duplay che passeggiano sottobraccio a Maximilien Robespierre sono tra le più eleganti, ma senza ostentazione, anche se questo già suscita sguardi sospettosi di famiglie sanculotte sdraiate sui prati in cerca di fresco.

Babette ha un vestito colore canarino stretto in vita, Éleonoire un abito malva e calze di quel colore inconsueto che le sartine chiamano “tortora”; i vestiti di entrambe lasciano le caviglie scoperte, come imposto dalla moda sanculotta delle gonne corte. Siccome la temperatura può calare repentinamente dopo il tramonto, le ragazze hanno la profonda scollatura protetta da un fisciù quasi trasparente, ma non portano l’ombrellino parasole, fuori moda perché troppo aristocratico.

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I cinque livelli di realtà di «Marat/Sade»

Questo post recupera il testo dedicato al film “Marat/Sade” (1966) di Peter Brook, stralciato dalla versione definitiva del mio Storie di Parigi, ed. Odoya, uscito in libreria il 31 marzo scorso.

Ho sempre trovato stimolante il fatto che Marat/Sade sia costruito su cinque livelli gerarchici di realtà, come una scatola cinese: il livello 0 è il film The persecution and assassination of Jean-Paul Marat as performed by the inmates of the asylum of Charenton under the direction of the Marquis De Sade (1967), musicato da Richard Peaslee e con la regia di Peter Brook: “La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade”, opportunamente abbreviato e universalmente conosciuto come “Marat/Sade.”

Patrick Magee

Ma questo film riprende una performance della Royal Shakespeare Company (livello -1) diretta da Brook stesso, che mette in scena un testo adattato in inglese da Adrian Mitchell: la pièce messa in scena è (livello -2) Die Verfolgung und Ermordung Jean Paul Marats dargestellt durch die Schauspielgruppe des Hospizes zu Charenton unter Anleitung des Herrn de Sade, scritto nel 1963 dal drammaturgo Peter Weiss, tedesco ma naturalizzato svedese. Weiss era un habituè sia del teatro politicamente impegnato che dei titoli chilometrici, dato che qualche anno più tardi si cimentò con un testo conosciuto come Vietnam Diskurs, il cui titolo integrale è “Discorso sulla preistoria e il decorso della lunga guerra di liberazione nel Vietnam quale esempio della necessità della lotta armata degli oppressi contro i loro oppressori come sui tentativi degli Stati Uniti di distruggere le basi della rivoluzione(Diskurs über die Vorgeschichte und den Verlauf des lang andauernden Befreiungskrieges in Viet Nam als Beispiel für die Notwendigkeit des bewaffneten Kampfes der Unterdrückten gegen ihre Unterdrücker sowie über die Versuche der Vereinigten Staaten von Amerika die Grundlagen der Revolution zu vernichten, 1968).

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La spirale di Parigi

«STORIE DI PARIGI» IN PUBBLICAZIONE AD APRILE.

È in corso di impaginazione presso la redazione dell’editore Odoya «Storie di Parigi», ilracconto della mia camminata nelle vie della capitale francese. Il percorso che ho seguito per toccare tutti i luoghi di interesse letterario, musicale e cinematografico, è progettato per seguire come in una collane la suddivisione in Arrondissement della città, che disegna un tragitto a chiocciola dal più esterno, il XX, al più centrale, il I.

Musée d'Orsay

Musée d’Orsay

La divisione della città in unità amministrative chiamate Arrondissement risale alla Rivoluzione (legge del 19 Vendemmiaio anno IV, 11 ottobre 1795); in origine gli Arrondissements erano dodici, ognuno diviso in quattro quartiers che ricalcavano le  sezioni rivoluzionarie del 1790, abolite dopo il colpo di stato del Termidoro che portò alla caduta di Robespierre. Nel 1859, con l’ampliarsi dell’area urbana ai faubourgs limitrofi e fino alla cinta muraria, gli Arrondissements diventano 20 e raggiungono i confini odierni. L’idea del prefetto barone Haussmann, avallata dall’imperatore Napoleone III, è quella di estendere i confini della città fino alle mura di cinta: il problema è che queste includono all’interno o tagliano a metà almeno 23 comuni alla periferia della capitale. Il progetto iniziale prevede la numerazione progressiva dei nuovi Arrondissements con il primo in alto a sinistra sulla carta e l’ultimo in basso a destra; ma questo provoca un’alzata di scudi tra gli influenti notabili di Passy, che si vedrebbero attribuire il numero XIII: non per ragioni scaramantiche, ma perché nella precedente situazione di dodici unità, il modo di dire “se marier à la Mairie du XIII Arrondissement” (sposarsi al municipio del XIII) era un eufemismo per “vivere insieme senza essere sposati”. Come mediazione il sindaco dell’abolito comune di Passy propone una numerazione che segua una spirale a partire dal Louvre e fino alla periferia orientale: in questo modo il numero 13 tocca agli abitanti di un quartiere popolare, immuni da prudérie perbenista.

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«Termidoro», un’avventura nel cuore della Rivoluzione

UN ROMANZO DI VIAGGIO NEL TEMPO

termidoro-franco-ricciardielloEsce oggi giovedì 27 ottobre nella collana Odissea della casa editrice Delos Digital, un mio romanzo di fantascienza inedito. Non è la prima volta che metto il tema del viaggio nel tempo al centro di una storia, e non ho mai fatto mistero della mia predilezione per questo sottogenere. La science-fiction ha avuto origine dai romanzi di Verne e H.G.Wells, dunque dal primo contatto con gli extraterrestri, dai viaggi spaziali, dalle visioni del futuro tecnologico, dai viaggi nel tempo.

Due possono essere i centri di interesse nel sottogenere letterario “viaggi nel tempo”: le speculazioni intorno ai paradossi logici (di recente, ottimo esempio è quello di La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger), oppure il pretesto per “viaggiare nella Storia”. È evidente che quello che da sempre mi interessa è il secondo.

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