La scevà / shwa e il linguaggio inclusivo

di GIULIA ABBATE

il presente post è ripreso dal blog di Giulia Abbate; le evidenziazioni in grassetto sono mie.

Oggi condivido una notizia che trovo molto bella.
La casa editrice Effequ userà nei suoi testi la shwa, o scevà, ovvero questo segno grafico: < ə > al posto del maschile, per indicare un “neutro” o un “generico”. Il mondo cambia e noi cambiamo con esso, e vale anche per il linguaggio! La ricerca di un neutro vero, al posto del maschile, riflette la necessità sempre più condivisa di ripensare il paradigma dominante. Il maschile non è lo standard, bensì… il maschile, ovvero una delle tante variazioni della soggettività.
Cercare un modo che le includa tutte, senza più affidarci pigramente a una prassi che riflette un privilegio, significa anche ripensare quel privilegio e cercare di superarlo: non per punire i privilegiati, ma per liberare tutt* dallo squilibrio.

Segnalo comunque, perché mi fa piacere pure questo, che la pagina facebook Oscar Mondadori Vault usa già la shwa da qualche tempo, nei suoi post.

E sono anche contenta di ricordare che nel nostro piccolo anche Franco Ricciardiello e io ci siamo posti il problema dell’inclusività linguistica nel nostro “Manuale di scrittura di fantascienza”, adottando una soluzione che tenesse conto del momento, della nostra volontà inclusiva e della necessità di essere efficaci.

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Franco Ricciardiello, turista non per caso

di Guido Michelone

Negli ultimi tre anni ha pubblicato per Odoya quattro volumi riferiti ad altrettante splendide metropoli: Torino, Venezia, Berlino, Parigi. I testi si intitolano ‘Storie di’

Il presente è il repost di un articolo apparso su InfoVercelli24.

Il Covid-19 o Coronavirus sta massacrando il turismo in tutto il mondo, in particolare in Italia dove si trova il 50% del patrimonio artistico internazionale. Al di là dei limiti dei viaggi internazionali, ci sono via via la paura di nuovi contagi, la mancanza di aperture totali per luoghi come i musei, la difficoltà per le famiglie di disporre dei mezzi per lunghe o medie vacanze a frenare il gusto della scoperta, dell’avventura o di un semplice relax ai mari, ai monti o in città d’arte. E proprio quest’ultime, che patiscono di una crisi senza precedenti, diventano l’inedito soggetto per nuovi libri di un noto autore vercellese che da sempre si dedica al romanzo noir e science-fiction: Franco Ricciardiello.

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“Storie di Berlino” di Franco Ricciardiello: un itinerario che attraversa lo spazio, ma anche il tempo

Il presente post è ripreso da Il Mitte – il primo quotidiano online per gli italiani all’estero.

Questo viaggio tra le meravigliose Storie di Berlino (qui tutte le informazioni su come acquistare il libro) nasce, come i tre libri che l’hanno preceduto (Parigi, Venezia e Torino), all’incrocio tra la città della mia immaginazione, fondata su libri, film e musica, e quella reale, che ho percorso a piedi per cinque lunghe, suggestive camminate che mi hanno permesso di vedere, fotografare e respirare le strade, i viali, gli edifici, le acque, i parchi e le zone ancora libere da costruzioni, soprattutto dove il Muro spaccava in due il cuore della città.

Due dei cinque itinerari che ho percorso si snodano interamente nel territorio di quella che fu Berlino Ovest: il primo intorno a Kurfürstendamm, che ne fu la spina dorsale, il secondo più o meno intorno al Landwehrkanal, mentre i successivi due itinerari sono, al contrario, interamente nell’ex Berlino Est, dov’era rimasto per intero il suo nucleo medioevale e poi rinascimentale.

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Ferruccio Busoni su Solaris

Natal’ja Bondarčuk con il regista Andreij Tarkovskij

Questo post è un frammento tratto da “Storie di Berlino“, il quarto libro che ho pubblicato con Odoya Edizioni, dedicato a musica, cinema e letteratura in una città italiana o europea. Ferruccio Busoni (1866-1924) è un compositore italiano che ha vissuto una parte importante della sua maturità artistica e personale a Berlino. La sua trascrizione per pianoforte del corale  Ich ruf’ zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 639, Io chiamo te, signore Gesù Cristo), dall’Orgelbüchlein di Johann Sebastian Bach è stata usata dal regista russo Andrej Tarkovskij nella colonna sonora del suo film Solaris (1972) in una struggente versione per organo, che amplifica le emozioni dei personaggi.

Un uomo vestito con un abito scuro, giacca e cravatta, entra in una stanza che sembra una sala di forma ovale, con boiserie alle pareti, dove una giovane donna fuma, girata di spalle.

I due si trovano all’interno della stazione spaziale terrestre messa in orbita per scopi scientifici intorno al lontano pianeta Solaris. Lui è Kris Kelvin, inviato dalla Terra per verificare cosa accade nella stazione, primo passo verso lo smantellamento. Lei è sua moglie Hari, che non potrebbe essere qui, non potrebbe neppure essere in vita dal momento che è deceduta anni fa. Però Solaris è ricoperto da un mare che in realtà è un unico, immenso organismo senziente, in grado di estrarre ricordi dalla mente degli esseri umani, e materializzarli all’interno della stazione.

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“Storie di Berlino”, il booktrailer

Oggi, 27 febbraio 2020, esce in libreria “Storie di Berlino”, il quarto volume dedicato ai luoghi e alle storie della letteratura, del cinema e della musica in una città europea. I precedenti erano Storie di Parigi (2017), Storie di Venezia (2017) e Storie di Torino (2018).

Franco Ricciardiello STORIE DI BERLINO Odoya Edizioni

350 pagine  € 22,00 ISBN 978-8862885805

La città che non vuole sfuggire al passato

Il 27 febbraio 2020 esce in libreria Storie di Berlino, Odoya edizioni: il quarto libro che ho dedicato a una città, alla sua letteratura, al suo cinema e alla sua musica.

Nei miei sogni notturni sono stato spesso a Berlino. Non nella Berlino reale, ma in una sua rappresentazione scenica: una città sconfinata, opprimente, con fuligginosi edifici monumentali, campanili e statue. Io vago nel traffico che scorre incessante, tutto è ignoto e al contempo familiare. Provo terrore e piacere, e so piuttosto bene dove sono diretto: sto cercando il quartiere al di là dei ponti, quella parte della città dove accadrà qualcosa. Scendo per un ripido pendio, un aeroplano minaccioso vola tra le case, finalmente arrivo al fiume. Dall’acqua che straripa sul marciapiede sollevano con un argano un cavallo morto, grande quanto una balena.

La curiosità e il terrore mi spingono avanti, devo arrivare in tempo alle esecuzioni pubbliche. Incontro allora mia moglie morta, ci abbracciamo con tenerezza e cerchiamo una stanza d’albergo dove poter fare l’amore. Lei cammina al mio fianco con passi veloci e leggeri, io le tengo una mano sul fianco. La via è fortemente illuminata nonostante il sole ardente. Il cielo è nero e si muove stridendo. Ora so d’essere finalmente arrivato al quartiere proibito. Lì si trova il Teatro con la messinscena incomprensibile.

Ingmar Bergman, Lanterna Magica

Parigi e Berlino sono le città che più hanno sofferto di protagonismo nel secolo scorso in Europa; la politica, la scienza e l’arte hanno trovato terreno fertile nelle due capitali tradizionalmente nemiche, impegnate in tre devastanti confronti militari nell’arco di 75 anni: mentre il primo era però limitato a un confronto diretto, conclusosi con la nascita della Germania in quanto Stato (tra l’altro, dieci anni dopo la riunificazione italiana), i due successivi furono conflitti di portata mondiale. L’ultimo, anzi, è stato il più devastante e sanguinoso nella storia delle civiltà terrestri.

La responsabilità della Germania nella Seconda guerra mondiale fece sì che le conseguenze della rovinosa sconfitta e dell’occupazione straniera proseguissero per altri 35 anni, e Berlino era l’epicentro di una serie di azioni e reazioni trascinatesi per quasi un secolo. La città spopolata, mortalmente ferita e divisa in due, divenne il fulcro della guerra a bassa intensità tra Nato e Patto di Varsavia, la cosiddetta guerra fredda. Nel 1924 Berlino aveva 4.024.165 abitanti, nel 2018 soltanto 3.552,123; comunque mezzo milione in più rispetto agli anni del “cielo diviso”, efficace espressione di Christa Wolf, quando poco meno di due terzi vivevano nella cosiddetta Berlino Ovest e poco più di un terzo a Berlino Est.

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Come nacque il film «Riso amaro»

Approfitto del recente “tutto esaurito” in occasione della quarta serata del musical Amar Riso, del quale ho scritto il libretto su invito della produzione, per pubblicare uno stralcio tratto dal mio “Storie di Torino”, dove racconto come è nato il film “Riso Amaro” di Giuseppe De Santis. Tutte le foto nel post sono di Christian Zecchin ©

Ricordo le lunghe passeggiate sotto i portici di via Po, affascinati, io e De Santis, dall’eloquio di Pavese, a volte enigmatico, e rispettosi anche di certi suoi silenzi. Ci sedusse anche la sua curiosità per il nostro lavoro, il suo apprezzamento per il cinema neorealista di cui mi pare avesse intuito il carattere non naturalistico. La sua curiosità lo avrebbe portato, qualche mese dopo, sul set di Riso amaro.

Carlo Lizzani, TorinoSette

L’idea di fare un film sulle mondine, protagoniste della grande epopea di lotta che a inizio secolo le ha portate a conquistare per prime in Italia le otto ore lavorative, viene a Giuseppe De Santis alla stazione ferroviaria di Torino; è il 1947, il regista sta tornando dalla presentazione a Parigi del suo film Caccia tragica, le mondine aspettano il treno che le riporterà ai paesi d’origine: giovani donne disinvolte che si mettono volentieri a cantare. De Santis le interroga, ascolta le loro storie, si sente coinvolto, come molti intellettuali della sua generazione, con il mondo di chi si guadagna da vivere con fatica.

Tornato a Roma scrive con Lizzani il primo trattamento di un film da intitolare Riso amaro, che la casa cinematografica Lux accetta subito. Il produttore Riccardo Gualino conosce personalmente Gianni Agnelli, e gli chiede di poter girare nella sua tenuta di famiglia, la Veneria, grossa cascina che si trova a Lignana, poco a sud di Vercelli: ed ecco il paradosso dell’emblema del capitalismo italiano che mette una sua proprietà a disposizione di una produzione decisamente di sinistra. L’Avvocato comunque frequenta lo stage più volte nei tre mesi di lavoro, dal momento che è sensibile al fascino femminile, prima di tutto quello di Silvana Mangano.

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Gainsbourg: cattive notizie dalle stelle

di FRANCO RICCIARDIELLO

A volte mi trovo a riflettere quanto manchi nella musica italiana una figura equivalente a Serge Gainsbourg. Con un paragone forse troppo tranchant, è come se Fabrizio De André avesse scritto i testi delle canzoni di Lucio Battisti.

Quando Serge Gainsbourg nasce nel 1928 i genitori, ebrei russi fuggiti dopo la rivoluzione bolscevica, abitano in rue de la Chine, nel quartiere Belleville di Parigi, dove Lucien Ginsburg (questo il nome all’anagrafe) passa l’infanzia. Il padre Joseph Ginsburg, nativo di Kharkov in Ucraina, ha frequentato il conservatorio di Pietrogrado e poi di Mosca; a Parigi deve adattarsi a suonare nei piano-bar mentre la madre, la mezzo-soprano Olga Besman, canta al conservatorio russo. Nel 1948 Lucien impara a suonare la chitarra durante il servizio militare, ma il suo esordio artistico è nell’arte figurativa (è anche allievo di Fernand Léger). Sostiene di avere compreso le potenzialità della canzone popolare durante un concerto di Boris Vian: i suoi pezzi impegnati, i testi a metà tra ironia e cinismo, l’atteggiamento anarchico provocatore incidono in profondo nel giovane, che francesizza il cognome in Gainsbourg e comincia a suonare il piano in un cabaret, dove si fa notare finché lo spingono direttamente sul palcoscenico come cantante.

Percorrendo rue de la Chine si ha l’impressione di trovarsi nella periferia di una città di provincia. Ha scritto il filosofo tedesco Walter Benjamin, il secondo grande autore che si è occupato del flâneur dopo Charles Baudelaire:

“C’è una piccola parola d’ordine massonica da cui si riconoscono l’un l’altro gli amanti più fanatici di Parigi, sia francesi che stranieri: è la parola provincia. Con un’alzata di spalle il vero parigino, quand’anche non dovesse andare in viaggio un anno sì e un anno no, nega di essere un abitante di Parigi. Egli abita nel treizième, nel deuxième o nel dixuitième, non a Parigi, ma nel suo arrondissement – nel terzo, nel settimo o nel ventesimo – e questa è provincia. Forse è qui il segreto della mite egemonia che la città esercita sul resto della Francia: essa ha accolto l’altro nel cuore dei suoi quartieri, che sono le sue province, e ha dunque più province dell’intera Francia. Sarebbe stolto seguire qui l’ordine burocratico del catasto: Parigi ha più di venti Arrondissements, ed è piena di città e di villaggi.”

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Un passaporto per l’Eternità

di ROMINA BRAGGION

“Permetteteci, signori, di augurarvi dolcissimi sogni!”

James Ballard, Passport to Eternity.

Manuale di scrittura di fantascienza, Passaporto per l’eternità, è un saggio realizzato da Giulia Abbate e Franco Ricciardiello edito da Odoya Edizioni.
Partiamo dal vestito e appuntiamo la prima stellina.
Apprezzo moltissimo la copertina di Mauro Cremonini : trovo davvero originale la grafica, il tratto quasi infantile e giocoso. Il piccolo asteroide tondeggiante e l’Astronautino, vagamente Tele-tubbies, sono in primo piano.
Il titolo è scandito a colori e font diversi sebbene molto leggibili.
Lo sfondo giallo crea un bell’accordo con il fiordaliso del dorso e della sovracoperta.
Ritroviamo Astronautino nel frontespizio: ci accoglie poggiato su un pianeta alieno a forma di libro.
Un altro astronauta scende in picchiata sull’indice dei box.
Siamo quasi confortati da questa freschezza e spontaneità. Senonché le virgolette bianche che delimitano l’asteroide e il pianeta minaccioso che sovrasta Astronautino, dovrebbero insospettirci.
Inconsapevoli proseguiamo, scoprendo un sommario ben strutturato, molto utile per la lettura veloce, un indice dei box e un indice delle schede libro.

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Scrivere fantascienza bene oggi

Il 28 febbraio esce per la casa editrice bolognese Odoya “Manuale di scrittura di Fantascienza”, di Giulia Abbate e Franco Ricciardiello

La fantascienza è oggi un genere di enorme successo: nel cinema, nelle serie TV, in fortunate saghe letterarie, il pubblico cerca visioni del futuro che si riflettano sul nostro presente e ci aiutino tanto a sognare, quanto a capire.

Le storie di fantascienza, distopiche, di speculative fiction e di narrativa di anticipazione hanno una comunità di lettori e lettrici attenta, esigente e sensibile alla qualità, oltre che ai contenuti teorici. Gli scrittori e le scrittrici ne sono consapevoli, ma hanno ancora pochi strumenti per lavorare in modo professionale e soddisfacente, senza incorrere nei problemi tipici di un genere amato, ma complesso e ancora poco conosciuto nei suoi meccanismi interni.

Questo “Manuale di scrittura di fantascienza” nasce per aiutare chi si avvicina alla scrittura speculativa. Aprendo con una rapida panoramica sulla tradizione della fantascienza, espone quello che è utile sapere sul canone di riferimento (con agili schede di lettura) e sui “luoghi comuni” che non si possono ignorare. Ma lo fa in ottica pratica, concentrandosi sul funzionamento delle storie, sulla loro costruzione, sugli aspetti principali da sapere per lavorare subito e in autonomia.

Scrivere fantascienza è bello, e con questo manuale diventa più semplice.

Viene esposto un metodo pratico di scrittura incentrato sulla fantascienza, che spiega chiaramente cosa non fare, cosa fare, e come farlo meglio: il tutto pensato per mettere autori e autrici in condizione di scrivere più facilmente e più velocemente, con cognizione di causa e con l’amore per un genere che è principalmente un punto di vista, e che si presta a infinite declinazioni una volta compresa la sua essenza peculiare.

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