Fantascienza e reincarnazione: “Saldi sull’eternità” di Adessandro Montoro

Saldi sull’Eternità” è l’allettante titolo del 54mo numero della collana “Futuro Presente”, che nella vastissima proposta di Delos Digital è deputata a rappresentare la fantascienza sociale. Questa volta le curatrici Giulia Abbate e Elena Di Fazio ci presentano un racconto lungo di Alessandro Montoro,  autore romano che dal suo esordio, appena un anno fa circa, è già arrivato all’ottava pubblicazione con Delos; inoltre, è apparso con un proprio racconto in appendice a Urania, e ha vinto il premio Urania short 2022 a pari merito con altri due autori.

Mentre le prove precedenti sono rimaste ancorate a un’ambientazione da fantascienza classica, in questo “Saldi sull’eternità” Montoro, forse stimolato dalla fama di originalità che Futuro Presente si è conquistata, osa una costruzione più originale: se non nei personaggi, quantomeno nello sfondo, la “scenografia”, e nell’assunto di partenza.

Quest’ultimo infatti è accattivante: in un futuro non troppo prossimo, la scienza ha fornito la prova non solo dell’esistenza di ciò che chiamiamo “anima”, ma anche della sua trasmigrazione da un essere vivente a un altro. Questo fatto incontrovertibile ha prodotto il dissolvimento delle grandi religioni, a esclusivo vantaggio di quella induista, l’unica delle credenze del passato che abbia continuato a basare una parte rilevante della propria visione mistica sulla metempsicosi. Come si sa, anche altre dottrine dell’antichità comprendevano la migrazione delle anime (e d’altronde la parola stessa, μετεμψύχωσις, è di origine greca), ma nel nostro secolo unicamente il saṃsāra è sopravvissuto come dottrina del ciclo di vita, morte e rinascita.

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Un’educazione all’Utopia

A proposito di un racconto di Giovanna Repetto

Si astenga chi è allergico agli “spoiler”

Educazione critica di Giovanna Repetto, un racconto apparso nell’antologia Distopia vs Utopia, (sottotitolo Quattordici racconti dell’Italia che verrà) curata da Valeria Barbera e Andrea Tortoreto, è una delle utopie più interessanti pubblicate negli ultimi tempi.

Non è un mistero che l’utopia sociale è un genere letterario davvero poco frequentato, specialmente in Italia, dove autori e autrici preferiscono pascolare in scenari comunemente definiti “distopia”, ma che di distopico hanno solo l’ambientazione nella quale situare storie prettamente avventurose, nulla da spartire con il corrosivo monito libertario dell’anti-utopia.

Educazione critica, il cui titolo mi piace immaginare come omaggio a Éducation européenne di Romain Gary, è situato in un futuro non sappiamo quanto prossimo, nel quale la società italiana è profondamente cambiata grazie a un intervento educativo sulle giovani generazioni. Il risultato è una civiltà post-industriale, nella quale la motorizzazione individuale di massa non è più un tratto caratteristico. Non c’è una descrizione approfondita di questa Roma utopica, sia perché esulerebbe dalla logica della storia, sia per la brevità del racconto; spicca tuttavia il concetto di Esercito della Bellezza, un’istituzione civile che organizza gli adolescenti in gruppi che si prendono cura del patrimonio artistico, archeologico e monumentale della città.

Il conflitto letterario è costruito sull’imminenza della Revisione Annuale, la scadenza entro la quale le persone devono dichiarare la composizione della propria famiglia. Repetto usa questo termine in senso estensivo, come cellula di base sociale-abitativa-affettiva: nulla a che vedere né con la famiglia mononucleare divenuta predominante nel mondo occidentale nel tardo XX secolo, né con la famiglia patriarcale dei secoli precedenti.

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Blu è il colore di Nino Martino

Nino Martino, Blu è il colore del tempo, Delos Digital 2021, € 15,00 (carta) € 3,99 (ebook)

È il terzo romanzo di Nino Martino ambientato nello stesso universo del fortunato “Errore di prospettiva” (2017), benché a stretto rigore di termini questa non si possa considerare una vera e propria trilogia.

“Blu è il colore del tempo” vede infatti all’opera la medesima squadra di personaggi del primo romanzo, mentr e“Irene” (2020), il secondo, ha protagonisti affatto diversi. Diciamo che gli ultimi due si svolgono in contemporanea, in luoghi distanti e con argomenti differenti.

Ritroviamo dunque l’équipe d’esplorazione esoplanetaria composta dalle due coppie Roberto (voce narrante) e Yang, e Carlo e Ambrah, più Joseph, lo scienziato “autistico” che parla per enigmi. Il punto di partenza narrativo è simile a “Errore di prospettiva”, vale a dire il primo contatto con una specie aliena; in questo romanzo però l’avventura si estende nello spazio profondo, grazie a un meccanismo di trama simile a quello di “2001 odissea nello spazio”. La fantascienza hard nella quale Nino Martino è così versato si movimenta, l’azione è più articolata, il lettore difficilmente riesce a trattenersi dal precipitare nel suo sense of wonder.

Inoltre, questo romanzo ha ereditato da “Irene” un importante ingrediente: l’irruzione sulla scena di un’IA (intelligenza artificiale) come co-protagonista, Sitran, che evolve e matura nel corso della narrazione.

Non so se l’autore deciderà di continuare la serie, lungo la strada tracciata dai primi romanzi; se decidesse di farlo, la prossima volta mi aspetterei un sequel di “Irene”…

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La città tenace

Alessandro Massasso, “La città tenace”, Dystopica Delos Digital, 2021 € 2,99

“Abbiamo bisogno di distopie che smettano di smascherare i mali dell’utopia collettivista e optino per criticare quelli dell’utopia neoliberale del mercato, nella quale interessi individuali producono ricchezza e progresso per tutti.”

Francisco Martorell Campos, “Contra la distopía”

Il nuovo distopico contemporaneo racconta società totalitarie, in cui lo Stato abolisce privacy e libertà, grazie a una tecnologia che permette un controllo pervasivo, trasformando i cittadini in una massa che non è in grado di reagire; oppure presenta scenari di coesione sociale in pezzi, dove vige un tutti contro tutti perché la dissoluzione dell’economia di mercato ha portato con sé la fine della civiltà.

Questi sono scenari semplicemente grotteschi.  I regimi totalitari si sono dissolti nel sangue il secolo scorso, e nell’ultimo quarto del Novecento si è imposto un ordine mondiale ben diverso, nel quale più che gli Stati, i governi e i parlamenti eletti, a detenere il potere reale è un complesso equilibrio sovranazionale di multinazionali, complessi militari-industriali e organizzazioni economiche che dettano l’agenda a istituzioni più o meno democratiche. Nonostante questa realtà di deregulation, differenze economiche spropositate, sfruttamento di interi continenti, la distopia continua a denunciare i pericoli dello Stato-Leviatano, invece del mostro neoliberale — punta il dito su futuri indesiderabili per dire che il capitalismo è l’unico sistema possibile.

Lo scenario italiano non sfugge a questa regola. Non è un caso che un romanzo interessante come Jennifer Government (2003) dell’australiano Max Barry, distopia in cui le Americhe e l’Oceania sono dominate da corporations che prevaricano gli stati, sia pubblicato in Italia con un titolo neutro, Logo Land, dalla casa editrice PiEmme con l’infelice slogan “Il primo thriller no-global”, e che di conseguenza non sia stato notato da nessuno.

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Cinque racconti su Delos

Approfittando dell’offerta di sconto al 50% per un mese sui titoli di una collana della casa editrice Delos Digital, che a rotazione tocca tutte le collane, ho investito € 4,95 per acquistare cinque titoli della collana FUTURO PRESENTE curata da Giulia Abbate e Elena Di Fazio.

Futuro Presente pubblica storie di fantascienza sociale. Parafrasando il titolo di un racconto solarpunk di Davide Del Popolo Riolo, Cinque stagioni su Eureka, adesso voglio raccontare le mie impressioni.

Il primo racconto è ZERO di Silvia Treves (Futuro Presente n. 31), autrice della quale ho letto già altri titoli. Ho ritrovato in questa storia il suo stile accattivante, coltivato con padronanza, che si adatta a ogni situazione narrativa. Qui per esempio, a differenza degli altri suoi racconti, non c’è una scienza hard a condizionare lo scenario, una storia che si svolge tra mondi paralleli. La protagonista Delia “viaggia” letteralmente tra un mondo che chiama Uno e un altro che chiama Due; non c’è una descrizione approfondita delle ambientazioni, ma è evidente che il primo è una realtà assolutamente indesiderabile, un futuro distopico, mentre nel secondo Delia ogni due settimane trova un “marito” e un “figlio” con i quali trascorre una vita normale: un uomo che per imperscrutabili ragioni l’ha in qualche modo “riconosciuta” la prima volta che  è arrivata a Due scendendo a una fermata della metropolitana (questo è il meccanismo che permette il passaggio tra i mondi). Si tratta di  Yusun e di suo figlio Mosi, che l’uomo potrebbe aver generato con un’altra viaggiatrice che ha preceduto Delia.

Non si rimane mai a bocca asciutta nel leggere un racconto di Silvia Treves, benché questa volta il suo consueto allure hard-SF sia accantonato a favore di uno stile intimista e contenuto, che ben descrive l’atmosfera sospesa della vita di Delia.

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Il premio Urania a Elena Di Fazio

Per celebrare la vittoria di Elena Di Fazio al premio Urania 2021, ripubblico un mio post apparso su queso stesso blog nel 2017, intitolato “1Q83”, secondo di una serie di tre interventi su tre nomi nuovi della fantascienza italiana, che avevano in comune la pubblicazione prevalentemente su eBook (i nuovi appassionati di fantascienza, a differenza di molti della mia generazione, sono favorevoli quasi “per definizione” alle nuove tecnologie), l’interesse per le scienze in generale e l’anno di nascita, il 1983.

Nata nel 1983 a Roma, laureata in Informazione, editoria e giornalismo (Teorie della comunicazione), naturalmente cum laude, appassionata di fantascienza fino da adolescente, Elena di Fazio adesso vive a Faenza. Nel 2007 fonda insieme a Giulia Abbate l’agenzia di servizi letterari Studio 83, «con il proposito di fornire servizi editoriali, discutere di letteratura, recensire libri, scrivere articoli che avessero a che fare con il mondo dell’editoria e degli esordienti»[1].

È autrice di alcuni racconti di fantascienza pubblicati su diverse riviste (tra cui Robot) e antologie; nel 2017 ha vinto il premio Odissea dell’editrice Delos Books con il romanzo Ucronia, pubblicato nel mese di ottobre in edizione cartacea e eBook. Se dovesse scegliere di gettare giù dalla torre Saramago o Camilleri, non sarebbe patriottica, se non in quanto cittadina europea.

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L’Eden di Franci Conforti

Credo che questa sia la recensione più ardua che mi sia toccato scrivere da quando ho cominciato a pubblicare qua e là i miei pensieri a proposito dei libri che leggo. Eden, vincitore del premio Odissea 2020 ex æquo con Irene di Nino Martino, è un romanzo che mi ha spiazzato, al punto che ancora non ho deciso se collocarlo tra le opere più originali della fantascienza italiana di inizio millennio, oppure considerarlo un’imbarazzante sequela di errori di scrittura.

Vabbè, sto scherzando.

Mettiamola così. Adesso mi assumo la responsabilità di recensire il romanzo di Franci Conforti come se io fossi in grado di scriverlo meglio. ATTENZIONE! Ho scritto come se, non perché sarei in grado.

Partiamo dall’inizio, cioè dalla trama. Delos Digital lo pubblicizza con uno slogan accattivante:

C’è un pianeta nel quale Dio parla costantemente con gli uomini. Almeno, ad alcuni uomini. Un pianeta dove non esiste la malattia né la morte: ci si può ferire, anche gravemente, ma Dio passa la sua mano e guarisce.

L’alterità, l’originalità del romanzo, anche rispetto alla fantascienza media, proviene soprattutto da qui, nonché da un’altra caratteristica: l’assoluta, inflessibile, impietosa reticenza letteraria, un understatement che non concede il minimo infodump. Conforti costruisce un mondo alieno, disumano per certi versi, in cui poco o nulla è immediatamente comprensibile, e solo attraverso la ripetizione di titoli, nomi e definizioni il lettore può cominciare a capire — e a scanso di equivoci, preciso che questa è una caratteristica positiva. È esattamente come se il romanzo fosse rivolto a un pubblico che vive su Eden e per questo non ha bisogno di spiegazioni: un effetto estremamente difficile da ottenere, che costringe l’autrice a tenersi in equilibrio su una lama, con il rischio di cadere in un incomprensibile esoterismo. Conforti supera senz’altro la prova, malgrado alcune forche caudine, tanto che il lettore raggiunge alcune epifanie veramente con il contagocce.

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Naturale, artificiale: “Irene” di Nino Martino

A tre anni da Errore di prospettiva, che notevole successo ha riscosso tra i lettori di Delos Digital, Nino Martino torna con un secondo romanzo, Irene, vincitore ex æquo del Premio Odissea 2020 insieme a Eden di Franci Conforti. A leggere la quarta di copertina, e le prime pagine, Irene sembrerebbe una riscrittura del precedente: forme di vita aliena su base totalmente differente da quanto possiamo immaginare, rapporto problematico tra l’opinione pubblica terrestre e gli esploratori spaziali, manipolazione del consenso. Ma questo solo a un’indagine superficiale, perché stavolta c’è molto di più; e mi auguro che i potenziali lettori capiscano e rispondano come prima, perché il messaggio è sottile e importante.

La trama, in breve.

Il romanzo inizia in media res, introducendo il lettore prima di tutto al rapporto tra Roberto (personaggio-punto di vista), un esploratore spaziale inviato su un pianeta alieno, Aldebaran II, alla ricerca di risorse economiche indispensabili sulla Terra sovrappopolata e sfruttata, e la protagonista, l’intelligenza artificiale che presiede alla missione; quest’ultima, prevista per sostituire la maggior parte dell’equipaggio nell’ottica di diminuire i cosi, viene dotata di un nome, Irene, per “umanizzare” la sua presenza; la sua interazione con Roberto non avviene però unicamente sul piano fisico. Roberto è collegato all’IA mentalmente, anzi se rimanesse troppo a lungo disconnesso, il suo cervello soffrirebbe danni irreparabili. Il modo in cui Irene gli appare è quindi antropomorfizzato, nell’immagine e nella sostanza di una donna avvenente; il mezzo, è soprattutto la realtà virtuale, quindi nella mente di Roberto, sebbene in caso di necessità l’IA sia in grado di proiettare un’immagine tridimensionale di se stessa, a beneficio di terzi.

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E se la fantascienza ci salvasse dal fascismo?

Autori, traduttori ed editori riflettono sulla necessità di sostituire le distopie con utopie, poiché il loro messaggio può essere conservatore e reazionario

di Laura L. Ruiz, da El Salto

“Stelle cadenti” di Jurij Švedov, Mosca (Russia)

Gli inquilini di un vecchio edificio affrontano l’avidità di speculatori che vogliono cacciarli per costruire appartamenti di lusso. Dibattono se rinunciare o restare fino a quando non ricevono un aiuto alieno, e insieme intraprendono la battaglia per le loro case. Questo, che potrebbe sembrare l’ennesimo caso per PAH[1], è un film di fantascienza del 1987. In Miracolo sull’8a strada si parla di solidarietà, sostegno reciproco, giustizia sociale e resistenza grazie all’alleanza che si genera tra i residenti dell’edificio e alcuni piccoli esseri extraterrestri che finiscono per sbaglio tra loro.

Può davvero un film per bambini trasmettere un messaggio più progressista di IL racconto dell’ancella di Margaret Atwood o di 1984 di George Orwell? “Entrambe sono denunce del potere e fanno analisi piuttosto brillanti, come i concetti di bispluspensiero o neolingua, ma allo stesso tempo rappresentano un mondo da cui non c’è via d’uscita”, afferma Layla Martínez, collaboratrice di El Salto, scrittrice ed editrice di Antipersona.

“Penso che Orwell e Atwood volessero scrivere — e così fecero — importanti denunce del potere, ma i loro libri finiscono per provocare scoramento piuttosto che una lotta per cambiare le cose. Inoltre, il problema nasce quando questa è l’unica fiction che viene prodotta, quando vengono generati migliaia di serie, libri, fumetti, videogiochi su mondi distopici, e praticamente nessuno ambientato in un mondo migliore”, insiste.

Questa è precisamente una delle premesse che sia Martínez che Irati Jimenez difesero all’Ansible Fest, il primo festival di fantascienza femminista della Spagna, che includeva un tavolo sulla fantascienza e l’antifascismo sulla cui porta era affisso “posti esauriti” a causa dell’enorme interesse generato. “Quando pensiamo al fascismo pensiamo a aspetti come l’economia o l’immigrazione, ma a volte dimentichiamo la misoginia. Il fascismo è anti-donna, antifemminista e anti-femminile. È la morte”, ha detto Jiménez, co-curatrice di Sci-Fem. Variaciones feministas sobre teleseries de ciencia ficción, pubblicato da Txalaparta. “Dobbiamo distinguere a proposito di fascismo tra fiction che parlavano di nazismo (come Hunger Games o V) e altre che si occupano di democrazie in deterioramento con tagli ai diritti civili (come Battle Royale, Years and years o I figli degli uomini)”, ha specificato Martínez. Tutte distopie e pochissime utopie, mondi alternativi di speranza come Star Trek, il fumetto Mirror di Emma Ríos o il romanzo I reietti dell’altro pianeta di Ursula K. Le Guin.

“Questo la dice lunga — ha proseguito Martínez — su come stiamo vivendo oggi questa cosa: non siamo in grado di immaginare un orizzonte diverso, migliore, e così si genera un discorso molto reazionario e conservatore”.

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«Assalto al sole» alla Loving the Alien Fest di Torino

Martedì 22 settembre esce in libreria Assalto al Sole, «la prima antologia solarpunk di autori italiani» che ho curato per Delos Digital: undici autori per dieci racconti che presentano un futuro utopico o distopico, o entrambe le possibilità contemporaneamente perché l’utopia di alcuni è la distopia per altri. Il libro sarà presentato in anteprima domenica 20 settembre alla Loving the Alien Fest al Mufant, il Museo della Fantascienza di Torino.

Il sottogenere solarpunk si diffonde anche in Italia, fino a oggi grazie soprattutto all’interesse di Francesco Verso e alla pubblicazione di autori tradotti dall’estero: io ho cercato di riunire un gruppo di scrittori e scrittrici che hanno raccolto la sfida di mettersi in gioco con le regole e le convenzioni di questa fantascienza da premesse ottimiste.

ASSALTO AL SOLE

a cura di Franco Ricciardiello

Odissea Delos Digital, 300 pagine € 17,00, ISBN 9788825412949

I racconti

La sequenza dei racconti è costruita come un percorso, secondo la mia visione personale: i lettori possono seguirlo, oppure costruirsene un altro sulla base di criteri personali.

Ho voluto che Solstizio, il mio racconto lungo destinato a aprire questa antologia, fosse, a rischio di scarso rilievo drammatico, irrimediabilmente ottimista. Ci sono riuscito solo in parte, perché il racconto si è trasformato in un dépliant utopistico sull’Europa del futuro. Ho volutamente messo l’accento sulla trasformazione del paesaggio, perché la questione ecologica e il tema della sostenibilità mi sembrano il punto di partenza più interessante della riflessione solarpunk. Mi sono concentrato in maniera particolare sulla conversione delle città, convinto che sia la chiave di volta del futuro prossimo, e che ogni cambiamento sociale debba di necessità partire dalla riprogettazione dello spazio comune — e auspico che questo movimento inizi in Europa. Propongo quindi ai lettori di considerare il mio racconto come un’introduzione al mondo solarpunk, anche se spero si affezionino almeno un poco alla mia protagonista.

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