Franco Ricciardiello, turista non per caso

di Guido Michelone

Negli ultimi tre anni ha pubblicato per Odoya quattro volumi riferiti ad altrettante splendide metropoli: Torino, Venezia, Berlino, Parigi. I testi si intitolano ‘Storie di’

Il presente è il repost di un articolo apparso su InfoVercelli24.

Il Covid-19 o Coronavirus sta massacrando il turismo in tutto il mondo, in particolare in Italia dove si trova il 50% del patrimonio artistico internazionale. Al di là dei limiti dei viaggi internazionali, ci sono via via la paura di nuovi contagi, la mancanza di aperture totali per luoghi come i musei, la difficoltà per le famiglie di disporre dei mezzi per lunghe o medie vacanze a frenare il gusto della scoperta, dell’avventura o di un semplice relax ai mari, ai monti o in città d’arte. E proprio quest’ultime, che patiscono di una crisi senza precedenti, diventano l’inedito soggetto per nuovi libri di un noto autore vercellese che da sempre si dedica al romanzo noir e science-fiction: Franco Ricciardiello.

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Carnevale, Venezia (3)

(continua)

Pensavo all’esercito senza volto che formicolava sulle quattrocento isole di Venezia, alla marea incolore di lineamenti artificiali che aveva invaso il mondo: perché in quel momento, nel vicolo buio con Michela chiusa fra le mie braccia, credetti che tutta la città fosse stata invasa dalla gente senza volto.

Nascondendo il tremito delle labbra la baciai, poi raccolsi tutto il mio coraggio e con pochi passi silenziosi tornammo alla via; una banda di pomodori di gommapiuma quasi ci travolse, seguiti da un orso con il piccolo in spalla. Mi asciugai gli occhi con il palmo della mano.

— Posso aiutarti? — mi sussurrò Michela in un orecchio.

— Grazie, è passato — risposi.

Così finiva la domenica di carnevale.

 

Lunedì di carnevale. Mi svegliai e per un attimo non riuscii a orizzontarmi; poi ricordai che mi trovavo nella camera di pensione insieme a Michela, dove avevo deciso di trasferirmi sino al ritorno a Torino. Mi passai una mano fra i capelli, poi guardai Michela sotto le coperte, accanto a me; le posai una mano sull’anca e si voltò, apparentemente già sveglia.

Uscimmo nell’aria addolcita dal sole di marzo; Michela indossava i soli vestiti con cui l’avessi mai vista: la mantella e la bautta nera. Preferimmo non prendere il vaporetto e passeggiare per le calli guardando le vetrine dei negozi. Non avendo appetito camminammo per ore, progettando la nostra ultima notte a Venezia: a tutti i costi volle che andassimo a un ballo in maschera in una casa privata, per il quale possedeva due inviti.

Gironzolammo intorno al tavolo degli aperitivi; tutti sembravano volersi divertire a ogni costo, ma io rimasi discretamente in disparte, di cattivo umore per qualcosa che non riuscivo a definire: forse un brutto sogno, perché mi ero già svegliato con quella sensazione al mattino.

Dopo un po’ Michela mi guidò su per alcuni gradini di uno scalone, poi un lungo corridoio decorato ad affreschi, con vetrate da un lato e porte bianche sull’altro.

Vedevo gente camminare per le calli e danzare nel rettangolo illuminato di piazza San Marco, non molto distante da dove eravamo. Proiettori di luce dorata tagliavano il cielo, rivelati dall’evaporazione notturna.

Ricordai l’incubo del giorno precedente, i fiumi di gente senza volto in movimento, e la fredda mano dell’angoscia mi afferrò il cuore. Forse l’inquietudine che mi portavo appresso era ancora dovuta a quell’episodio.

Ci ritrovammo in strada, dove un gruppo di ragazzi dalle facce dipinte vivacemente stava danzando alla musica che da Campo San Polo filtrava di soppiatto sin là. Ci accostammo a un muro per osservare quella compagnia silenziosa dai volti troppo seri perché stessero divertendosi. Avvertii il muro umido contro la testa, e sfiorandolo sentii che portava un manifesto incollato di fresco.

Venezia era sporca di carta e neve calpestata, intrisa di nebbia e sonno, oscurata dal silenzio e dalla notte. Torrenti di maschere fluivano là dove sino a poche ore prima erano stati fiumi. Battemmo tutti i caffè sulla strada del ritorno, cercando di toglierci quel sapore amaro dal palato; per la prima volta lontani dalla folla, avendo tempo a disposizione e con il preciso proposito di profittare al meglio delle poche ore rimaste, parlammo a lungo di noi stessi.

3 – FINE. foto di Franco Ricciardiello

Venezia, carnevale (2)

(continua)

Danzando mi feci più vicino, favorito dalla sua mantella risvoltata su una spalla; sull’altro braccio, la falda mi sfiorava invece i ginocchi a ogni passo. Sentivo i suoi fianchi snelli sotto le mie mani, e persino la stoffa del suo vestito aveva la morbidezza della pelle sotto i miei polpastrelli.

Non so quanto restammo ad ascoltare i musicisti sempre più stanchi; infine aiutai la mia dama dalle guance imporporate a scendere dal palco e ci dirigemmo a un caffè. La sarabanda all’esterno del locale proseguì per ore mentre al bancone di marmo del bar io potevo finalmente ammirare il viso di Michela per intero, la bautta abbandonata sul collo con il nastro allentato.

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Venezia, carnevale

Foto di Franco Ricciardiello, carnevale di Venezia 2020. I brani di testo sono tratti dal mio “Michela e la bomba al neutrone”, vincitore del Premio Italia 1988 come miglior racconto su pubblicazione non professionale

Era la vigilia della domenica di carnevale; lo stesso giorno di cinque anni prima Michela ed io ci eravamo conosciuti a Venezia. Malgrado gli anni passati, Michela dimostrava l’età di allora; e la mantella che amava indossare, che per lei era forse l’emblema stesso del carnevale, faceva sembrare questa sera ancora più simile all’altra.

C’erano già moltissime maschere, un vero fiume umano che entrava e usciva dai caffè, sciamava nelle calli, calpestava i ponti, formicolava nelle piazze. Mi lasciai trasportare dai torrenti di gente in festa su e giù per il sestiere di San Marco a osservare i ragazzi che facevano musica, i mimi imbellettati agli angoli delle chiese, i venditori di maschere di porcellana e cartapesta, i bambini infagottati, i fotografi dilettanti, cercando di indovinare i lineamenti delle ragazze dietro il trucco.

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Il millenario Rinascimento dell’anti-Roma

Venezia occupa un posto unico nella storia d’Italia. Per mille anni è stata splendida capitale di uno Stato d’importanza mondiale, la Venetiarum Respublica o Repubblica di San Marco, nota anche solo con l’aggettivo sostantivato Serenissima: mille anni, un periodo lunghissimo, superiore a qualsiasi Stato moderno. La stessa durata del dominio di Roma sul mondo classico, dal 509 a.e.v. (rovesciamento della monarchia) al 476 e.v. (caduta dell’Impero Romano d’occidente, che si fregiò sino alla fine del titolo di res publica). Soltanto un’altra entità statale in Italia ha avuto una consistenza e un’importanza paragonabili: lo Stato della Chiesa, il potere temporale del Pontefice.

L’origine di entrambi gli Stati è da ricercarsi nel disfacimento del dominio bizantino in Italia. La caduta dell’Esarcato di Ravenna avviene nel 751 e.v.; la nascita della Serenissima si può datare a partire da un momento imprecisato, qualche decennio prima dell’810 (trasferimento del governo veneto sull’isola di Rialto), quella del Patrimonio di Pietro dal governo diretto del Papa sul Lazio nel 752. Entrambi hanno termine a distanza di qualche decina di anni, Venezia con il trattato di Campoformio (1797), Roma con l’occupazione dell’esercito italiano (breccia di Porta Pia, 1870).

Venezia e Roma, due Stati gemelli, spesso alleati, ancora più spesso in competizione quando non in guerra diretta. Roma estende i suoi tentacoli su tutta la Cristianità, quella che oggi chiamiamo Europa, concetto che in realtà è nato in contrapposizione aperta con la Chiesa. Venezia è proiettata verso il mare e il Vicino Oriente; contende a Roma con le armi e la diplomazia città e terre di confine in Romagna, le alleanze si rompono e ricompongono, i due sono dalla stessa parte contro l’espansionismo turco, tramano l’uno contro l’altro dieci anni dopo. Se la presenza a Roma del vicario di Dio in terra significa a partire dall’alto Medioevo una pesantissima ipoteca sulla politica italiana, una solida Signoria mercantile a Venezia assicura alla Penisola una proiezione internazionale che la frammentata realtà italiana non avrà mai più.

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Storie di Venezia

Il 2 novembre è iniziata la distribuzione in libreria di Storie di Venezia, un libro che ho costruito sulla falsariga del precedente Storie di Parigi: una lunga avventura nei luoghi della città millenaria in cui vissero scrittori e musicisti, dove furono girati film e composte musiche che ancora oggi ascoltiamo, per raccontare tutte le loro storie: oltre 500 pagine di testo con centinaia di illustrazioni. In questo post riporto un frammento del capitolo introduttivo.

Anche se te lo aspetti, quando il treno lascia la terraferma a Mestre per correre sopra l’acqua immobile della laguna, un’emozione antica sospende per qualche momento il battito del cuore. Se poi è una di quelle giornate grigie di metà autunno o di inizio primavera, il medesimo colore slavato si riflette sopra e sotto il ponte, in lontananza fino al confine tra cielo e mare; quel bianco sporco e traslucido lascia intuire l’esistenza di un altro mondo, completamente differente da quello cui sei abituato. La laguna in una giornata di nuvole è una porta affacciata su un singolare atout, parzialmente fuori dall’esperienza comune. La tua vita è alle spalle, da qui in avanti c’è soltanto Venezia.

Dopotutto il ponte è lungo soltanto 3850 metri, e a metà ottocento era anche più corto, 3600 metri, eppure era il più lungo del mondo, orgoglio dell’Impero Austriaco. Inaugurato l’11 gennaio 1846, viene parzialmente distrutto tre anni dopo, durante l’assedio che soffoca la Repubblica di San Marco al tramonto del biennio delle grandi rivoluzioni.

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In morte di Wagner

UN «RACCONTO DI MUSICA» DEDICATO ALL’ULTIMO ROMANTICO TEDESCO.

racconti-di-musicaSi può descrivere la vita di Richard Wagner come una linea curva, una parabola il cui debutto nella maturità avviene sulle barricate di Dresda, dove fabbrica granate insieme agli anarchici di Michail Bakúnin, attraversa il movimento nazionalista völkisch e l’antisemitismo, e termina sulle rive di Canal Grande. Tra questi due estremi c’è tutto, davvero tutto: la grande riforma del teatro musicale, i colossali festival musicali in Germania, l’accordo dissonante di Tristan und Isolde, la svolta reazionaria che permetterà le manipolazioni politiche del nazionalsocialismo, l’amore con la figlia di Liszt e l’amore per Venezia, testimoniato da sei soggiorni lagunari in venticinque anni, perché Wagner sostiene che solo qui riesce a recuperare le energie.

Wagner torna a Venezia l’ultima volta nel settembre 1882, e affitta per famiglia e domestici il mezzanino di ca’ Vendramin-Calergi, su Canal Grande. Trascorre ore nel giardino del palazzo; esce in gondola con il Ganasseta, il suo bepi preferito, al secolo Luigi Trevisan; fa lunghe passeggiate in città insieme a Daniela von Bülow, figlia di prima letto della moglie Cosima, che terminano con un bicchiere di cognac in piazza San Marco, al caffè Lavena. La sera con il bel tempo Wagner esce sul balcone insieme a Cosima, che ha venticinque anni meno di lui ed è sua moglie da tredici: La relazione con Cosima, regolarizzata solo dopo la morte di Minna, è il grande scandalo borghese della vita di Wagner; lei è la figlia di Franz Liszt, ma nata fuori dal matrimonio.

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