Sulla cresta tagliente dell’onda. L’avanguardia insanguinata di Thomas Pynchon

Illustrazione per “Celsius 13”, Jan Weßbecher, Amburgo (Germania)

Immaginate che William Gibson, dopo avere fondato il genere cyberpunk negli anni Ottanta e scritto romanzi di speculazione tecnologica ambientati nel futuro prossimo, abbia deciso di ridurre sempre di più il gap tra il tempo del racconto e il presente, fino a scivolare addirittura di qualche anno nel passato (il 2001); immaginate anche che abbia preservato il contenuto hi-tech che lo caratterizza, però sforzandosi di scrivere con lo stile di William Gaddis, quello di Carpenter’s Gothic per intenderci. Ecco: il risultato sarebbe probabilmente molto, molto vicino a La cresta dell’onda di Thomas Pynchon.

Però Pynchon non è Gibson né Gaddis, e le cose si complicano in modo imprevedibile: Bleeding Edge non riconferma la “svolta” hard-boiled di Vizio di forma (2009), né ritorna al ‘picaresco americano’ che lo ha trasformato in un oggetto di culto. Innanzitutto perché la conversione noir era una falsa notizia, o un puerile auspicio dei colleghi più disimpegnati; in secondo luogo, perché il postmoderno è formula letteraria per definizione indefinibile, i cui confini si deformano ogni volta che una nuova opera sposta la linea più in là – o più in qua.

I comunicati stampa che hanno preceduto l’uscita sul mercato USA di questo voluminoso La cresta dell’onda sembravano alludere all’ennesimo romanzo sull’attacco alle torri WTC dell’11 settembre 2001. A mano a mano che la polvere si sedimenta, molti autori non resistono alla tentazione di scrivere cosa ha rappresentato per l’America l’inizio choc del millennio. Però per quanto riguarda Pynchon, qualche dubbio avrebbe potuto legittimamente cogliere i commentatori: basti ricordare che dopo avere fatto incombere per oltre 1100 pagine il presagio sanguinoso della Prima guerra mondiale sui protagonisti di “Contro il giorno” (2006), risolve lo scontro in un capitolo piuttosto astratto che – forse – non è neppure ambientato sul nostro pianeta ma su un’Altra Terra speculare.

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Delta del Mekong

Il presente post è la continuazione del racconto di un viaggio in Vietnam; il precedente post raccontava la prima tappa, Città Hồchíminh.

Dopo due notti a Tp.Hồchíminh, acquistiamo per 16 euro a testa un’escursione di due giorni nel delta del Mekong. Il fiume Mekong, in vietnamita sông Cửu Long, nasce dall’Himalaya 4500 km più a monte; bagna Cina, Myanmar, Laos e Thailandia prima di arrivare in Cambogia, dove si frammenta in un vastissimo delta ramificato fino all’Oceano. La portata delle acque è tale che ogni anno 79 metri di sedimenti allungano il corso del Mekong nelle acque del mare. Le fertili terre chiuse tra i rami del Mekong sono il serbatoio di riso del paese: con i suoi due-tre raccolti l’anno, il Delta assicura una produzione superiore all’intero fabbisogno alimentare del paese, tanto che il Việtnam è diventato il secondo esportatore mondiale di riso dopo la Thailandia.

Nel Delta davvero ci si rende conto di quanto acqua e terra in Việtnam siano inseparabili; anche senza considerare la lunghissima linea costiera orientale — 3451 km di litorale affacciato sul Pacifico — dappertutto in Việtnam c’è acqua, come se non esistesse un confine definito tra il solido e il liquido: fiumi immensi, con una portata colossale, lo attraversano in diagonale dai rilievi occidentali fino alla costa orientale; le province meridionali e la regione di Hànội a nord sono tagliate da due ragnatele d’acqua, i delta del Mekong e del Fiume Rosso. Come se non bastasse, l’interna superficie coltivata è ricoperta più volte l’anno da un velo d’acqua, quando le risaie sono inondate nella prima fase di crescita della piantina di riso; e poi ancora, acqua dei laghi di montagna e delle lagune costiere, laghetti nell’area urbana di Hànội, piogge quasi quotidiane in alcuni mesi, e le nebbie sulla baia di Hạlong e nelle valli di montagna, l’acqua calcarea che stilla nelle innumerevoli grotte, le lacrime per i morti di oltre trenta anni di guerre.

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La necessità di una contaminazione del Romance

«LA COSPIRAZIONE DELL’INQUISITORE» di GIULIA ABBATE

di FRANCO RICCIARDIELLO

In occasione della presentazione al Salone del libro di Torino di “La cospirazione dlel’inquisitore”, riprendo nel presente post la mia recensione del romanzo di Giulia Abbate apparsa su PULP libri il 21 marzo 2019

Fernanda Suárez, “Custodire segreti”

Una storia letteraria del Novecento, il secolo che ha visto nascere i generi letterari, non potrebbe trascurare il fatto che alcuni di questi sono divenuti strumento privilegiato per quell’interpretazione del mondo che è propria della migliore critica sociale. Questa “assunzione di responsabilità” è avvenuta intorno al passaggio del millennio, e con una certa progressione: prima nella fantascienza — grazia all’utopia e alla sua gemella diversa, la distopia — poi per il noir, infine anche per la letteratura di detection, il giallo. Nessun autore rifiuterebbe oggi di contaminare la sua scrittura con elementi della letteratura popolare; e precisamente perché è dalla fertile intersezione tra due o più generi che nasce questa nuova vocazione “impegnata”: science-fiction più thriller, noir più letteratura esistenziale, giallo e politica. Quale sarà il prossimo genere a fare il grande salto?

Abbiamo assistito, con l’ampliamento del mercato del self publishing, alla particolare fortuna del romance, termine con il quale si tende a sostituire l’obsoleta definizione di “romanzo rosa”, divenuta fonte di sarcasmo tra i lettori. Il passaggio dal rosa al romance dovrebbe garantire una relativa nobilitazione, o comunque un affievolirsi del pregiudizio, anche grazie al fatto che molti nuovi autori che si cimentano nel genere sono uomini. Ma se il processo di “nobilitazione” letteraria è il medesimo degli altri generi, con quale dovrà contaminarsi il romance?

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