Giallo in camera chiusa per il detective Kindaichi

“Scale”, di Guweiz, Singapore

La letteratura poliziesca giapponese è per i lettori italiani un oggetto sconosciuto, meno famigliare di un UFO. Gli appassionati che frequentano i cataloghi delle case editrici e le riviste di settore possono farsi una cultura nelle grandi letterature tradizionali del poliziesco, americana, inglese e francese, e negli ultimi anni anche di scuole nazionali più recenti, o meno conosciute, come quelle scandinave o spagnole. Così, l’appassionato si stupisce quando dalle poche notizie reperibili in rete, o nelle prefazioni delle rare traduzioni in volume, scopre che la letteratura polar ha in Giappone una tradizione secolare altrettanto solida e fortunata di quelle occidentali.

Le caratteristiche del tantei shosetsū, il giallo nipponico, sono sia autoctone che di importazione. La prima categoria è testimoniata dall’antica tradizione del saiban shosetsu, sviluppato durante l’era Tokugawa (1603-1879) a partire dal successo del Tōin Hiji, titolo giapponese del Táng yīn bǐ shì, (1211, “Casi giudiziari risulti sotto l’ombra del pero”) di Guì Wànróng: una raccolta di 144 casi giudiziari cinesi, che tra l’altro è anche l’ispirazione che spinge lo scrittore olandese Robert Van Gulik (1910-1967) a scrivere i celebri gialli del giudice Dee.

Avvicinandoci ai nostri giorni, l’epoca d’oro del poliziesco giapponese sono gli anni Venti, a partire dalla pubblicazione della serie Hanshichi torimonochō (“i blocchi degli appunti di Hansichi”), autore Okamoto Kido: si tratta di indagini che si inseriscono nel gusto cronachistico nero del Tōin Hiji, e per questo scontano un’ambientazione storica, nell’era Tokugawa appunto. Questo genere conosciuto come Torimonochō, sopravvive fino al secondo dopoguerra, con sensibili cambiamenti nella figura dell’okappiki, il detective polizia, che fino agli anni ‘40 è un eroe positivo, fautore della ricomposizione dell’ordine, per diventare poi sempre più spesso un prevaricatore che sconfina nell’abuso di potere.

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TERRORISTERNA

ROMANZO SU UN CRIMINE

di FRANCO RICCIARDIELLO

La serie di dieci libri che portano il titolo collettivo “Romanzo su un crimine” è la genesi della straordinaria fortuna odierna del giallo scandinavo. Il “crimine” del titolo non è il delitto che Martin Beck deve risolvere in ogni singolo romanzo, ma l’abbandono della classe lavoratrice al proprio destino di sfruttamento. Gli autori sono una coppia svedese, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, che al ritmo di un volume l’anno pubblicano tra metà anni Sessanta e metà Settanta questo ciclo che rappresenta l’inizio del poliziesco di indagine sociologica. Henning Mankell e Stieg Larsson, per fare gli esempi più conosciuti, non avrebbero scritto le serie di Wallander e di Millenium se non avessero letto il Romanzo su un crimine.

Su interessamento personale di Andrea Camilleri, la casa editrice Sellerio ha tradotto e pubblicato tutti i dieci volumi. “Romanzo su un crimine” è un progetto unitario che si propone di attraversare tutta la casistica del genere poliziesco: omicidio in stanza chiusa, assassino seriale, pedofilia, finto suicidio, killer solitario etc. fino al delitto politico. Ogni volume è invariabilmente diviso in 30 capitoli, anche se la lunghezza dei romanzi non è omogenea.

Il personaggio principale è Martin Beck, commissario della polizia criminale di Stoccolma, eppure non è del tutto corretto chiamare il ciclo “Le indagini di Martin Beck” perché si rischia di spostare l’attenzione dall’oggetto della letteratura al suo pretesto, l’indagine come motore del plot. Il protagonista è un poliziotto inquirente solo perché questo fornisce l’opportunità di muoversi liberamente nella metropoli, e entrare in contatto con ogni strato sociale; se alla fine dei “romanzi su un crimine” si ottiene una ricomposizione dell’ordine, si percepisce chiaramente che questo è l’ordine borghese e ingiusto della società neocapitalista travestita da socialdemocrazia.

Oggi il lettore dà per scontato che il detective abbia una vita privata e rapporti anche conflittuali con i colleghi e con la propria coscienza, ma cinquant’anni fa gli stereotipi della letteratura poliziesca erano più rigidi. Nel 1965 non esisteva un altro detective letterario altrettanto realistico. Holmes, Maigret, Poirot, miss Marple sono macchine per indagini, protagonisti più o meno sofisticati inventati per rivelare al lettore la complessità del caso criminale, la costruzione intellettuale narrativa.

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Bolaño, La pista di giaccio

Quando Roberto Bolaño Ávalos muore all’età di cinquant’anni, nel luglio 2003, lascia tutti i diritti sulla propria opera alla moglie e ai figli minorenni; raccomanda che il monumentale 2666, forse la sua opera più interessante e conosciuta, venga pubblicato in cinque parti distinte e successive in modo da garantire un gettito economico alla famiglia. Tuttavia gli eredi e l’editore, ragionando sull’alto valore letterario del lungo romanzo, decisero di soprassedere alla volontà dell’autore e pubblicarlo in volume unico. L’edizione postuma di 2066 fu soltanto la prima puntata di una discreta serie di opere inedite trovate nei cassetti di Bolaño e mandate alle stampe, quasi tutte di valore letterario nettamente superiore alla media e già pronte in una stesura definitiva.

Da qualche anno l’editore Adelphi ha intrapreso la ripubblicazione di tutta l’opera di Roberto Bolaño, apparsa originariamente in Italia da Sellerio, con una nuova traduzione. Il ritmo è più o meno un titolo l’anno: nel 2018 è toccato a Lo spirito della fantascienza (titolo mai passato dalla casa editrice palermitana, perché si tratta di una delle ultime “riscoperte” di inediti), quest’anno è invece uscito il giovanile La pista di ghiaccio, a quindici anni dalla prima edizione, e nella nuova traduzione di Ilide Carmignani (la precedente era di Angelo Morino).

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L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza. Terza parte

di CLAUDIO ASCIUTI

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Terza parte della postfazione all’edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza

7. Rapimenti a scopo sessuale e musica: Cosa succederà alla ragazza.

E veniamo infine a Cosa succederà alla ragazza, partendo da una semplice constatazione: il meccanismo narrativo che R. adopera per questo romanzo, pur utilizzando le tradizionali tecniche investigative del “giallo” propriamente detto, non lesina il recupero dei topoi interni ai lavori precedenti; e rappresenta il punto di arrivo di una riflessione sui meccanismi della scrittura che a partire dagli anni Novanta si è man mano ampliata, quando cioè R. ha cominciato lentamente a staccarsi dal mondo della fantascienza cercando nuove vie espressive. Protagonista del romanzo, come abbiamo visto, è il PM Erasmo Mancini, figura anomala nel panorama della detection italiana, che solitamente predilige una serie di investigatori standard che vanno dal privato, al commissario o al massimo al graduato dei carabinieri e della polizia, senza mai andare oltre nella gerarchia, sebbene sia proprio il PM che deve istruire le indagini; figura anomala inoltre, con scarsissimo grado di correlazione con il cliché dell’investigatore che si è andato formando nel corso del tempo in Italia: non è un gourmet, ma un vegano e un naturista e viaggia solo in bicicletta; benché appena separato (una caratteristica che abbiamo visto in tutte le altre opere di R, quasi che lo scioglimento della coppia preluda al rientro on the road del protagonista, rendendolo nel medesimo tempo più vulnerabile) non corre dietro alle ragazze, anzi, immerso nelle sue riflessioni ne rimane un po’ distante; non è il tradizionale alcolista ereditato dagli eroi dell’hard-boiled americano, ma è invece astemio; e inoltre è inossidabile e incorruttibile; caratteristiche che vengono ben esplicitate da questo dialogo fra lo stesso Mancini e Marina:

— La polizia è responsabile delle indagini negli ordinamenti giudiziari di common law, per esempio i paesi anglosassoni. Negli ordinamenti di civil law invece, il tuo amato Giappone o anche l’Italia, l’azione penale spetta alla magistratura requirente, che può servirsi delle forze di polizia.
Marina si stringe nelle spalle. — Allora i film e i romanzi polizieschi ci prendono in giro?
— Probabilmente per il pubblico della fiction la figura del magistrato non ha nulla di romantico, — risponde Erasmo.
La ragazza lo osserva mentre finisce di mangiare l’insalata, poi aspetta che le riempia d’acqua il bicchiere di vetro naturale.
— Spero che non si offenda, signor Pi Emme, ma trovo che lei non abbia decisamente nulla del commissario. Pepe Carvalho mangia come un bulimico, Montalbano è meglio vestirlo che nutrirlo, il corpo di Philip Marlowe è composto al 70% di alcol anziché di acqua. A lei invece è sufficiente un piatto di vegetali crudi e un bicchiere di acqua fresca.
Erasmo svuota il bicchiere in gola prima di rispondere. — L’appetito pantagruelico di Montalbano è da attribuire all’età è alla salute del suo autore. Camilleri ha ammesso che con i suoi anni non può più permettersi di mangiare smodatamente, e allora si sfoga con il suo personaggio. Sospetto che fosse così anche per Vázquez Montalbán e il suo Pepe Carvalho.

(Cap. 11, Il doppio del gioco, pag. 91)

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L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza. Seconda parte

di CLAUDIO ASCIUTI

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Seconda parte della postfazione all’edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza.

 

3. Altri racconti: giallo tradizionale e fantascienza, cyberpunk, memorie e clonazione.

Abrar Khan, Malmö (Svezia), “I gemelli”

Nel decennio che separa  La rocca dei celti dalla vittoria al Premio Urania 1997, R. continuò la sua attività di scrittore di racconti, fra i quali vogliamo ricordare Archeologia[1], un vero e proprio giallo fantascientifico, Saluti dal lago di Mandelbrot[2], un racconto cyberpunk dalle atmosfere noir e Se io fossi Escherichia coli[3], sul tema della clonazione, approfondimento e divagazione a proposito dei concetti espressi nel romanzo. I primi due racconti sono particolarmente interessanti perché mostrano la duttilità della scrittura di R. e la capacità di piegare il linguaggio alle esigente del contenuto.

Sebbene R. non ami in modo particolare il giallo classico, Archeologia si manifesta come una riproposizione del modello del romanzo-enigma ambientato in un luogo circoscritto, alla Agatha Christie; il tradizionale delitto della “camera chiusa”, insomma. In questo caso la piccola “comunità” dove si svolge la storia è un gruppo di amici che giocano con la “commutazione”, un procedimento che trasla l’essenza di una persona nel corpo di una seconda, con un sistema casuale e a rotazione, sesso per sesso, e assoluto anonimato. Il protagonista Finn accetta di giocare con la moglie Franziska; nel suo gruppo di amici intimi, dove già Hannibal, il primo marito, dieci anni addietro era stato misteriosamente assassinato mentre si stava riprendendo dalla commutazione. Finn avverte da subito una strana atmosfera, e ha la sensazione di essere invischiato in un gioco più grande di lui; e infatti la commutazione ha un risultato particolare, Finn trasla nel corpo di una donna, Tersicore; e ci resta, fino a quando il suo corpo-Finn non muore quasi accidentalmente, e un altro corpo non afferma di essere lui l’essenza di Finn. Finn adesso è rimasto rinchiuso nel corpo di Tersicore, e Tersicore è morta. Alla fine si scopre l’assassino, ma a questo punto il sapere che si tratta di Tristram, dentro cui abita l’essenza del defunto Hannibal, non ha importanza; è importante invece la perfetta struttura classica da giallo classico, la complessa psicologia dei personaggi e dell’azione, e la curvatura della memoria (o sarebbe meglio dire: delle memorie) che aveva già una grande importanza ne La rocca del Celti, e che continuerà ad averne ancora in seguito.

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L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza

di CLAUDIO ASCIUTI

In occasione della prima edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza, romanzo giallo che ho pubblicato nel 2015 per Cordero editore, riprendo in questo post la prima parte della postfazione scritta da Claudio Asciuti, apparsa anche con il titolo L’infinito caos dei generi letterari sul n. 16 della rivista IF, luglio 2014. Ringrazio per l’autorizzazione l’autore, e il direttore di IF, Carlo Bordoni. (FR)

Il testo che segue è la postfazione del romanzo giallo di Franco Ricciardiello, Cosa succederà alla ragazza, che doveva uscire per un editore genovese con cui ho avuto modo di collaborare. Nell’agosto del 2013 consegnai il testo al curatore della collana, Daniele Cambiaso e a Ricciardiello stesso: ma per una serie di incomprensioni con l’editore, che mi hanno costretto a rinunciare alla collaborazione, la postfazione è stata espunta. La ripropongo ora, a beneficio dei lettori di Ricciardiello e a disdoro dell’editore medesimo. (C.A.)

1. Giallo, nero, fantascienza: un po’ di storia.

Licenziate le ultime pagine di Cosa succederà alla ragazza, il lettore potrebbe, ancor prima di una riflessione su alcuni aspetti strutturali del romanzo, o sull’innesto mediatico nel mondo del rapimento e della pedofilia, interrogarsi con istintivo moto di curiosità sulle relazioni fra fantascienza, giallo e nero; generi di cui Franco Ricciardiello, a partire dagli anni Ottanta, è stato valido protagonista sia per la curatela di riviste amatoriali come The Dark Side e Intercom sia per la sua produzione narrativa sviluppatasi attraverso i generi sopracitati: “giallo”, termine con cui a cominciare dal 1929, in Italia si iniziarono a definire i libri di genere poliziesco, mistery o detective story, basati su una struttura indagativa che porti alla risoluzione di un qualsivoglia delitto; “nero”, traduzione del francese “noir” che dagli anni Cinquanta indica invece una storia dalle tonalità cupe e oscure, i cui eventi spesso non risolvono il delitto e non riconciliano la situazione di avvio; “fantascienza” infine, un neologismo di Giorgio Monicelli che nel 1952 tradusse l’americano “science fiction”, termine coniato da Hugo Gersnsback per indicare una narrazione la cui matrice originaria sia appunto la scienza.

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