Di Leonardo, encausto e Anghiari

Esce oggi per Delos Digital, nella collana History Crime, il mio racconto giallo che vinse nel 2004 la XXXI edizione del premio Gran giallo “città di Cattolica” (ex æquo con Matteo 19, 14. Lasciate che i bambini vengano a me, di Lorenzo Gioielli, premiato in quanto opera teatrale). Il mio racconto fu pubblicato l’anno successivo in appendice al n. 2870 de Il Giallo Mondadori.

Ecco l’estratto dal verbale della giuria:

La Giuria composta da: Mario Guaraldi, Luciana Leoni, Igor Longo, Carlo Lucarelli, Valerio Massimo Manfredi, Marinella Manicardi, David Riondino, riunitasi il giorno 8 novembre 2004 a Cattolica in Piazza Repubblica 12, dopo aver attentamente vagliato i 216 racconti pervenuti, ha deciso di assegnare all’unanimità il premio per il miglior racconto giallo di ambientazione italiana a BATTAGLIA D’ANGHIARI di Franco Ricciardiello, con la seguente motivazione: “Per la plasticità letteraria e l’incalzante partitura diacronica che trasferisce un odio antico nella progettazione di un efferato delitto configurabile solo dalla mente del genio leonardesco nell’attimo della sua rievocazione creativa”. La Giuria, favorevolmente colpita dalla qualità delle opere partecipanti assegna un premio ex-aequo al racconto MATTEO 19,14 LASCIATE CHE I BAMBINI VENGANO A ME di Lorenzo Gioielli.

La premiazione è stata l’occasione per incontrare e conoscere, oltre all’organizzazione del premio e all’amministrazione di Cattolica, anche Valerio Massimo Manfredi, David Riondino e Srefano Benni

Il bando di concorso prevedeva una lunghezza massima di 20 cartelle dattiloscritte; per questa riedizione in eBook ho ripristinato la versione originale, leggermente più lunga. Ecco la quarta di copertina Delos Digital:

“Leonardo da Vinci ritrae la pazzia bestialissima della guerra sui muri di palazzo della Signoria, proprio mentre nel suo laboratorio viene commesso un delitto atroce.”

Anno Domini 1504. Leonardo da Vinci sta dipingendo un colossale affresco sull’intera parete sud del salone dei Cinquecento, nel palazzo della Signoria a Firenze: la rievocazione della battaglia d’Anghiari, in cui oltre sessanta anni fa la coalizione guidata dalla Repubblica ha duramente sconfitto l’esercito milanese dei Visconti. Per la prima volta nella sua vita, l’artista decide di utilizzare l’antica tecnica dell’encausto, desunta da testi di Plinio il Vecchio. Ma il rinvenimento del cadavere di un giovane patrizio, nel laboratorio dove Leonardo disegna i cartoni preparatori del dipinto, funesta la tranquillità del suo lavoro. La vittima è stata atrocemente torturata fino alla mutilazione, e il movente risale forse a un evento accaduto proprio sul campo di battaglia di Anghiari. Perciò Leonardo si vedrà suo malgrado coinvolto in prima persona nella ricerca dell’assassino, dalla quale dipende forse il destino dell’affresco. Un’inchiesta poliziesca ante litteram nella quale il grande artista mette a frutto la propria curiosità e la capacità di risalire dagli effetti alle cause che li hanno prodotti, in un secolo in cui la giustizia preferisce arrestare i sospetti noti, piuttosto che indagare a partire dagli indizi.

Ecco cosa scrive a proposito del racconto Claudio Asciuti su IF:

Con Battaglia d’Anghiari, vincitore del premio Gran Giallo Cattolica 2004 per i racconti, siamo ad una transizione che ci allontana dal mondo futuribile e ci riconduce al giallo storico, categoria che si stava sviluppando anche in Italia. Anche questa volta Ricciardiello muove le carte sui limiti della sua poetica: chiave d’innesco ancora una volta è l’arte, colta nella sua realtà oggettuale, nella forma del celebre affresco che Leonardo Da Vinci preparò su commissione della città di Firenze per ricordare la vittoria conseguita nella battaglia di Anghiari contro i milanesi, e si cui sono andate perse le tracce, salvo qualche improvvisa e improbabile “scoperta”. Sennonché il ritrovamento del corpo di tal Agnolo Ventura nel laboratorio leonardesco, aizza il popolo e i potenti; e per peggiorare le cose la tecnica ad encausto che l’artista cerca di utilizzare non funziona. Ancora una volta la memoria consente un parziale svelamento; è la memoria di Lapo De Guidi che partecipò alla battaglia, il ricordo del fratello morto ritrovato sul campo; e dall’altra l’indagine che Leonardo intende per conto suo eseguire, e che lo porterà a risolvere il mistero: Agnolo Ventura, discendente di milanesi, ucciso per vendetta. La tecnica che R. utilizza è quella di lasciare che gli eventi accadano all’occhio del lettore e dei protagonisti, e di non indulgere mai a nessun espediente indagativo – se non il costante richiamo al “rasoio di Ockham” che individua la soluzione più semplice come quella giusta.

Claudio Asciuti, L’infinito caos dei generi letterari, IF n. 16, luglio 2014.

L’INCIPIT DEL RACCONTO

Il giorno in cui ha infilato la testa nella trappola del presunto diorama pornografico di Leonardo da Vinci, Agnolo Ventura si è vestito come per andare a una festa: giubbetto di tessuto damascato, fibbie d’argento di Boemia, calze a strisce gialle e rosse. Sotto la camicia teneva un pugnale assicurato al fianco con un nastro di seta; ma quando l’assassino gli ha legato i polsi dietro la schiena, deve essersi accorto dell’arma perché l’ha strappata per gettarla in un angolo.

— L’arma dell’omicida? — ipotizza il gonfaloniere Soderini quando Leonardo raccoglie il coltello dai cartoni preparatori al grande affresco di Palazzo della Signoria, tutti chiazzati di sangue.

— No, è ancora inguainata — dice Leonardo mostrandola anche al comandante delle guardie e al priore del convento.

Piero Soderini scuote il capo, sfiduciato. Non che il gonfaloniere non sia abituato alla tragedia dei mille terribili modi in cui è possibile prolungare l’agonia di un uomo prima della morte, ma in questo caso l’assassinio è stato portato a termine nella stanza sul retro di Santa Maria Novella in cui Leonardo ha lavorato per mesi alla preparazione di quello che nelle intenzioni della Repubblica dovrebbe diventare un monumentale affresco alla gloria di Firenze: venti metri di lunghezza per dieci di altezza, l’intera parete sud nel salone dei Cinquecento, per celebrare la battaglia di Anghiari e la vittoria di sessant’anni prima sui milanesi.

Leonardo sospira nel vedere la quantità di disegni preparatori rovinati dal sangue, ma la pietà per il povero giovane bestialmente assassinato prende il sopravvento. I magistrati si raccolgono intorno al corpo straziato, inginocchiato in posizione innaturale con la testa imprigionata in una grossa scatola a intarsi, che l’assassino stesso deve avere introdotto in Santa Maria Novella, visto che la stanza è destinata all’uso esclusivo di Leonardo e della sua bottega. Prova a immaginare le urla e le preghiere di Agnolo Ventura nel momento in cui è stato evirato dal suo giustiziere, poi si rende conto che la lingua deve essergli stata strappata prima, tranciata con una pinza e gettata con ferocia sul cartone che ha assorbito il sangue. Quanto all’altro sangue spruzzato con violenza nel momento della castrazione, si è allargato in una macchia viscosa sul pavimento, impregnando fogli e cartoni; il che non può non stuzzicare agli occhi di Leonardo, anche in questa tragica contingenza, l’ipotesi eterodossa che all’interno del corpo esista una vera e propria circolazione del sangue.

La filosofia naturale, pensa Leonardo: la filosofia ha strumenti per risolvere induttivamente anche un caso di assassinio; pensa a Guglielmo di Occam: tutti i fenomeni hanno una spiegazione empirica, e la morte in fondo non è che la causa di un fenomeno.


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