L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza. Terza parte

di CLAUDIO ASCIUTI

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Terza parte della postfazione all’edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza

7. Rapimenti a scopo sessuale e musica: Cosa succederà alla ragazza.

E veniamo infine a Cosa succederà alla ragazza, partendo da una semplice constatazione: il meccanismo narrativo che R. adopera per questo romanzo, pur utilizzando le tradizionali tecniche investigative del “giallo” propriamente detto, non lesina il recupero dei topoi interni ai lavori precedenti; e rappresenta il punto di arrivo di una riflessione sui meccanismi della scrittura che a partire dagli anni Novanta si è man mano ampliata, quando cioè R. ha cominciato lentamente a staccarsi dal mondo della fantascienza cercando nuove vie espressive. Protagonista del romanzo, come abbiamo visto, è il PM Erasmo Mancini, figura anomala nel panorama della detection italiana, che solitamente predilige una serie di investigatori standard che vanno dal privato, al commissario o al massimo al graduato dei carabinieri e della polizia, senza mai andare oltre nella gerarchia, sebbene sia proprio il PM che deve istruire le indagini; figura anomala inoltre, con scarsissimo grado di correlazione con il cliché dell’investigatore che si è andato formando nel corso del tempo in Italia: non è un gourmet, ma un vegano e un naturista e viaggia solo in bicicletta; benché appena separato (una caratteristica che abbiamo visto in tutte le altre opere di R, quasi che lo scioglimento della coppia preluda al rientro on the road del protagonista, rendendolo nel medesimo tempo più vulnerabile) non corre dietro alle ragazze, anzi, immerso nelle sue riflessioni ne rimane un po’ distante; non è il tradizionale alcolista ereditato dagli eroi dell’hard-boiled americano, ma è invece astemio; e inoltre è inossidabile e incorruttibile; caratteristiche che vengono ben esplicitate da questo dialogo fra lo stesso Mancini e Marina:

— La polizia è responsabile delle indagini negli ordinamenti giudiziari di common law, per esempio i paesi anglosassoni. Negli ordinamenti di civil law invece, il tuo amato Giappone o anche l’Italia, l’azione penale spetta alla magistratura requirente, che può servirsi delle forze di polizia.
Marina si stringe nelle spalle. — Allora i film e i romanzi polizieschi ci prendono in giro?
— Probabilmente per il pubblico della fiction la figura del magistrato non ha nulla di romantico, — risponde Erasmo.
La ragazza lo osserva mentre finisce di mangiare l’insalata, poi aspetta che le riempia d’acqua il bicchiere di vetro naturale.
— Spero che non si offenda, signor Pi Emme, ma trovo che lei non abbia decisamente nulla del commissario. Pepe Carvalho mangia come un bulimico, Montalbano è meglio vestirlo che nutrirlo, il corpo di Philip Marlowe è composto al 70% di alcol anziché di acqua. A lei invece è sufficiente un piatto di vegetali crudi e un bicchiere di acqua fresca.
Erasmo svuota il bicchiere in gola prima di rispondere. — L’appetito pantagruelico di Montalbano è da attribuire all’età è alla salute del suo autore. Camilleri ha ammesso che con i suoi anni non può più permettersi di mangiare smodatamente, e allora si sfoga con il suo personaggio. Sospetto che fosse così anche per Vázquez Montalbán e il suo Pepe Carvalho.

(Cap. 11, Il doppio del gioco, pag. 91)

Non solo quindi si tratta dello svelamento di una serie di realtà “interne” al “testo”. Ma di una riflessione a proposito di tre figure di detective che mettono in scena le idiosincrasie tipiche dei loro autori: Raymond Chandler, Manuel Vázquez Montalbán e Andrea Camilleri (non a caso tre fra i preferiti da R.); e che trasforma la narrazione in metanarrazione, come spesso accadeva nei romanzi precedenti quando il diaframma fra mondo descritto (dall’autore) e riflessione (dei protagonisti) finivano con il cortocircuitare, come ad esempio le reiterate citazioni di Philip Dick e la puntuale constatazione di uno dei protagonisti a proposito della somiglianza fra la storia dickiana e quella vissuta da loro. E proprio la metamorfosi della figura (e del ruolo) dell’investigatore comincia con l’hard-boiled interpretato da Philip Marlowe, segue la linea “politica” del Pepe Carvalho in epoca post-franchista e si forgia nella forma procedurale e legalitaria di Montalbano, coagulandosi  nel PM Mancini che ne è il diretto discendente, sebbene non somigli nessuno dei tre, ma piuttosto al Dante Mattei di Autunno Antimonio, anche per la sua ripulsa all’uso della forza e della violenza. E come figura e come ruolo è anche ben lontano dall’ispettore Petri de Il mercato d’inverno, anonima e anodina figura.

Alfven Ato, Davao (Filippine), “Il cartello della droga”

Mancini non è un tombeur de femmes, abbiamo detto. non  un gourmet, nemmeno un alcolista, e i suoi vizi sono innocui e rappresentano anche in questo caso una violazione del cliché dell’investigatore italiano: la passione per la musica in tutte le sue declinazioni, e il suo desiderio di poter approfittare delle vacanze per scrivere finalmente il suo libro su Lucio Battisti, se rappresentano l’idea di una quotidianità “borghese”,  individuano una prima cifra di comprensione di quel che accade nel testo, riaffioramento dell’idea dell’opera d’arte come filo conduttore: se ne La rocca dei Celti erano i ritrovamenti di Caiseal Aonghousa, ne Ai margini del Caos il dipinto di Böcklin, in Radio aliena Hasselblad la fotografia intesa nella sua forma di rappresentazione del reale e ne Battaglia d’Anghiari addirittura l’affresco vinciano e l’impossibilità della sua realizzazione, in Autunno antimonio più che la musica simboleggiata dal pianoforte che la giovane Catherine si faceva portare nel prologo e con cui intratteneva i diversi fuoriusciti russi, le forme visive della cultura nepalese: gli stupa, i disegni, gli arazzi, e sopratutto il trucco delle bambine che devono affrontare il riconoscimento della Kumari Devi: un oggetto d’arte che nasconde (o risolve) un mistero. Adesso invece tocca alle canzoni di Lucio Battisti che se danno titolo ai vari capitoli, e introducono i temi degli eventi, costituiscono  materiale di riflessione. Il protagonista che continua a insistere sull’ultimo Battisti e sulla sua importanza, rovesciando un assunto paradossale dell’estetica (quello che dice che le prime opere, ancorché immature, sono sempre le migliori perché più spontanee), e un secondo dello specifico musicale, che fa sì che tutti ricordino con entusiasmo il primo Battisti, quello degli anni Settanta e della coppia fissa con il paroliere Mogol, e si tenda a dimenticare il secondo che ebbe come paroliere prima la moglie e poi Panella: un Battisti preda della depressione, figura in ombra che si allontanava dalla scena musicale in attesa della sua definitiva scomparsa, che avvenne  appunto nel 1998.

Ma forse il tema più importante è quella della memoria, che come in buona parte delle storie di Ricciardiello finisce con il diventare il serbatoio degli eventi che si devono manifestare. Se in Archeologia è l’essenza umana che si manifesta, ne I margini del Caos è emersione dell’inconscio collettivo nazionalsocialista, in Radio aliena Hasselblad un “falso” materiale come produzione delirante di Roberta, in Cosa succederà alla ragazza diventa un meccanismo di rimandi e di connessioni che partono appunto dal 1998, morte di Battisti ma anche della scomparsa di Valentina Gadda, primo caso assegnato all’appena nominato Mancini, che affianca nelle indagini l’altro PM in procinto di andare in pensione. La memoria scorre via con il tempo, e l’unico teste che assistette al rapimento, Marina Cattani, al momento dello svolgersi della vicenda è diventata adulta, gestisce un negozio di alimenti naturali in cui Mancini va a rifornirsi. Il suo sogno ricorrente e angoscioso, come quello di Dante Mattei, è il sisma che riporta il passato ad affiorare; la (ri)proposizione della transe di Vic letta in una dimensione accettabilmente quotidiana, il meccanismo dell’ipnosi che gli Ogánach usano per far riemergere la personalità di Sioraí, e quello che Roberta mette in atto per riportare alla memoria di Kimberley il passato sono  il medesimo richiamo all’importanza della memoria non come deposito di oggetti, ma come possibilità di utilizzarli nel presente:

Marina ha un attimo di esitazione, la piega delle labbra torna improvvisamente malinconica come ieri. — No, signor Pi Emme. Anzi, mi sono tornate in mente cose che credevo di avere dimenticato.
Lo osserva da sotto la frangia. A cosa sta pensando? Sembra stia calcolando, deve decidere se fidarsi di lui?
— Conserviamo per tutta la vita ricordi che mai avremmo immaginato di avere, — la incoraggia Erasmo. — Tornano a galla nei momenti più inaspettati, e questa è una fortuna, perché altrimenti vivremmo ogni minuto sotto la luce abbagliante della ragione.
Marina si morde le labbra incerta, poi dice con un filo di voce: — Purtroppo, mi è tornato in mente che potrei esserci io oggi al posto della mia amica, nella tomba. Ha sentito di quella ragazza ritrovata dopo dieci anni solo perché è morta, investita da un’automobile? La compagna di scuola di cui parlavo ieri è lei.
Erasmo annuisce, senza sbilanciarsi.
— Stanotte ho avuto di nuovo un vecchio incubo ricorrente, dopo anni che era svanito, — continua la ragazza, e adesso il suo tono di voce è molto meno impostato del solito; per la prima volta da quando la conosce, Erasmo non ha la fastidiosa impressione che Marina Cattani stia recitando come a teatro. — Ho sognato che era l’ultimo giorno di liceo, io andavo a scuola per l’esame di maturità. Quando lo sognavo da bambina, nel mio incubo l’esame era quello delle elementari, o della terza media. Cammino verso scuola a piedi, con la cartella sulle spalle, e all’improvviso vedo un grosso automezzo venire verso di me in senso inverso, un autotreno di un bianco abbagliante. Per un attimo incrocio l’espressione dell’uomo alla guida, un’occhiata violenta, perversa. Come in ogni incubo che si rispetti, mi accorgo che ho scordato di indossare la biancheria intima, e che la gonna plissé della divisa da liceale giapponese si solleva come una ruota per l’aria spostata dal camion.
Marina lascia che le ultime parole vibrino ancora nell’aria, poi si riprende con un sorriso difficile, venato di amaro. Erasmo si domanda se sia già pentita: in fondo, si è lasciata andare a una confidenza piuttosto privata, considerato che si conoscono da pochi giorni.

(Cap 4, Almeno l’inizio, pag. 27)

Ed ecco che quando il rapitore si pone in osservazione del luogo dove abita Mancini, e Marina lo nota, immediato scatta il riconoscimento; dalle profondità dell’inconscio sono riemersi i fantasmi del tempo trascorso e hanno preso forma, e una volta riconosciuti vengono neutralizzati. È, a prima vista, una violazione del meccanismo della detection così come viene strutturata nel canone abituale del giallo (pensiamo alle regole di Van Dine), giacché solo a questo punto l’indagine decolla e si conclude; ma è una violazione che in realtà si iscrive da un lato nella tradizione del colpevole che è costretto da una sorta di coazione a muoversi nel luogo del delitto, nei confronti delle vittime, nella sorveglianza dei potenziali nemici, e dall’altro offre il destro per una liberatoria riemersione dell’inconscio. Ma è anche il senso dell’importanza che i mass media hanno nell’odierna società, al punto da poter condizionare un’indagine, rendere pubblici volti che dovrebbero rimanere privati, e interferire con la vita di tutti i cittadini: basti pensare al finale, quando la gente (verrebbe voglia di dire: il pubblico) che si è radunata e assiste all’arresto del colpevole, al grido “bravi” di una donna reagisce con un applauso: (cap X, pag, 121, Cosa succederà alla ragazza)

Si scatena un rapido applauso frenetico per le forze dell’ordine; un entusiasmo molto breve, perché Erasmo reagisce di scatto e fulmina con gli occhi la folla raccolta intorno all’ingresso di Villa Blasi.
— Dottor Mancini, una parola! — esclama un giornalista, allungando la mano con un registratore tascabile verso di lui.
Erasmo si allontana verso l’auto di Mauro senza minimamente prenderlo in considerazione.
— Questo non è un reality, — lo sentono mormorare i poliziotti più vicini.

L’idea che la realtà sia qualcosa di diverso dal medium che l’illustra riesce ad essere, per il cittadino italiano, un concetto difficile da digerire, dal momento che il suo sguardo non è più in grado di posarsi sulla realtà, ma solo sulla sua astrazione.[1]

Roman Monaenkov, Mosca (Russia), “Negare la realtà”

Cosa succederà alla ragazza è insomma una proposta singolarmente nuova per i lettori del giallo italiano, e affronta un tema, quello del rapimento a scopo sessuale, che i media tengono sempre sulla cresta dell’onda ma che i giallisti non affrontano. Il più diretto parente di Mancini, in questo caso, è Burke, la creatura di Andrew Vachss, protagonista di un ciclo iniziato con Oltraggio (1985) che lo vede combattere per la maggior parte contro pedofili, maniaci sessuali e kidnapper; ma la distanza che Vachss, avvocato specializzato nel difendere le vittime di crimini sessuali pone nel suo lavoro con l’alter-ego Burke è zero, e quella che Burke pone nel difendere le vittime ancora meno; anzi; alle volte il suo alleato Max, “il silenzioso vento di morte che crea vedove”, non può esimersi dall’uccidere qualche colpevole anziché consegnarlo alla giustizia. Mancini è un uomo di legge che invece deve tenere la distanza con quel che fa, e fuor di testo, è la distanza di scrittura che R. stabilisce con i suoi personaggi e le sue storie in una costruzione in cui il narratore sempre in terza persona sembra registrare e intervenire con la massima oggettività possibile. Non a caso i “blocchi narrativi” un po’ didattici che spiegavano l’Irlanda in La rocca dei Celti, e che ne I margini del caos e Radio aliena Hasselblad venivano assorbiti da transe e documenti, in Autunno antimonio ridotti al minimo, in questo caso tornano; ma il lettore quasi non se ne accorge, perché assumono la forma di documenti, di verbali, di profili e di memorandum che Mancini consulta. Questa distanza, fra il materiale (ogni tipo di materiale), la narrazione e i personaggi, fa sì che anche un tema che potrebbe risultare scabroso agli occhi del lettore finisca con l’assumere una neutralità scientifica. L’eleganza e la freddezza formale di R. e di Mancini prendono il posto della violenza più o meno repressa di Vachss e di Burke. E il finale che segna la nascita di una relazione fra Marina e Mancini, si apre alle possibilità di ulteriori cambiamenti. Al lettore, licenziate le ultime pagine, non resta che attendere la prossima avventura.

8. San Marino: la genesi del noir.

 E per finire, un ricordo personale a modo di epilogo giallo.

La scena è quella di un convegno di fantascienza a San Marino, alla fine degli anni Ottanta. Si sta per aprire l’ennesimo dibattito sull’editoria italiana; una fila disordinata di sedie ospita un gruppo di burloni per la maggior parte in giacca e cravatta; Franco Ricciardiello, Roberto Sturm, Domenico “Mimmo” Cammarota, Domenico “Nico” Gallo e lo scrivente. Ricciardiello, allora giovane padre, fa un segno per richiamare la nostra attenzione, mentre il toastmaster Eugenio Ragone si prepara al via: all’interno della valigetta ventiquattrore posata sulle gambe, spicca, fra libri, fogli, matite, quotidiani, la sagoma inconfondibile di una vecchia Lionmatic; assieme al revolver scacciacani Molgora che lo scrivente porta nella fondina all’ascella sinistra, sotto la giacca, e alla copia conforme di una Walther P.38 che Gallo aveva appena acquistato in uno dei tanti negozi sanmarinesi specializzati in repliche, è l’arsenale che la batteria di giovani scrittori ha a disposizione. Il piano presuppone, dopo una lunga pratica d’ascolto e decennale delle geremiadi dei (molti) autori di fantascienza e le difese dei (pochi) editori, il chiedere la parola al toastmaster, andare tutti al microfono sguainando le armi con minaccia di esecuzione immediata degli oratori, e chiudere così la tavola rotonda. In realtà non se ne fece nulla, se non scattare fotografie all’esterno del convegno in cui i burloni si minacciavamo l’uno con l’altro in una sorta “di stallo messicano”, e la P.38 di Gallo, che era l’arma più grande, servì solo per riempire la fondina di un appartenente ad Alliance, l’organizzazione dei fan di Star Wars, borseggiato della sua arma spaziale che ci passammo come un gruppo di banditi sotto il tavolo mentre era in corso la cena ufficiale, in perfetto stile A qualcuno piace caldo (1959) di Billy Wilder.

DOFRESH, Rennes (Francia), “Telefonata notturna”

Sono passati parecchi anni da allora, e non siamo più, come canterebbero gli Ianua, giovani banditi belli e cari agli Dèi, ma un distinto gruppo di ultracinquantenni; però quando ci ritroviamo tutti assieme per qualche cena, ci piace scherzosamente pensare che la vocazione noir di Franco nacque allora, terminati i lavori del convegno, quando ci riversavamo nei pub e nelle birrerie sanmarinesi a parlare di letteratura, a far progetti per il domani e a preparare l’assalto armati all’inespugnabile cittadella della fantascienza italiana, allora, come oggi, rinserrata nelle sue inossidabili mura.

       Claudio Asciuti

       Genova, Genetliaco di J.L. Borges, 2013

Note: 

[1] Sarebbe interessante mettere in relazione l’uso condizionante dei media in questa formulazione gialla, con versione analoga ma fantascientifica che R. usa in Combat film, un racconto che coniuga il tema della clonazione con quello dell’invadenza dei media durante le operazioni belliche. Il racconto si trova in  AAVV, a cura di Robert Sturm, Sangue sintetico, Pequod, Ancona, 1999. Con una nota di Fabio Gadducci e Mirko Tavosanis, L’impatto del cyberpunk sulla fantascienza contemporanea: in attesa del miracolo e una di Piergiorgio Nicolazzini, Postcyberpunk, ovvero la fantascienza fra pop e avanguardia.   

 

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