Guido Michelone intervista Franco Ricciardiello

Testo dell’intervista apparsa sul quotidiano online Infovercelli 24 nel mese di settembre 2017

Dopo tanta fiction, ecco Storie di Parigi. Come mai?

Guido Michelone

I miei romanzi e racconti sono pieni di puntuali riferimenti geografici; mi piace che chi legge abbia la possibilità di immaginare dove si muovono i personaggi, e la precisione del dettaglio topografico è l’altra faccia dell’accuratezza storica. La mia scrittura è sempre stata caratterizzato da luoghi e tempi lontani. Se poi la domanda è “come mai Parigi?” allora la risposta non può che essere: perché qui è nato il mondo moderno. Il nostro immaginario è oggi colonizzato dall’America, ma solo perché l’industria dei sogni si è trasferita dall’altra parte dell’oceano subito prima dell’ultima guerra mondiale: ma tendiamo a dimenticare che l’Italia è nata da una costola della Francia.

Ci parli brevemente di questo nuovo libro?

Invece di scrivere una storia ambientata a Parigi, ho scelto di fare una raccolta di storie di altri autori: certo, quando racconto la vita di un musicista, l’ambientazione di un romanzo o la trama di un film, intervengo nella narrazione con il mio stile e le mie parole, tentando di mettere in luce la vasta rete di collegamenti tra cinema, musica e letteratura che fa parte delle mitologie di una grande città.

In definitiva cos’è per te alla fine Parigi?

Parigi è una città immensa e bellissima, in grado di regalare emozioni profonde, un organismo vivente che cerca di modificare il mondo a propria immagine e somiglianza, ma soprattutto è l’immagine mentale che me ne sono fatto vedendola nei film, leggendola nei libri, ascoltandola nelle canzoni.

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Parigi, una sera

Per celebrare l’anniversario del 14 luglio, pubblico per gentile concessione dell’Editore un breve passaggio da un capitolo centrale del mio romanzo di fantascienza «Termidoro», ambientato in parte nel futuro e in parte nel momento più cruciale della Grand Révolution.

Dall’abitazione dei Duplay agli Champs-Élysées è una breve passeggiata, purtroppo la medesima che porta al patibolo, ma a quest’ora della sera rue Saint-Honoré non conserva traccia della ferocia del mattino. Finalmente, l’ora dei giovani. Il lavoro è appena terminato o sta per terminare — gli operai delle industrie nazionalizzate continuano fino al tramonto. In place de la Révolution la ghigliottina è solo un palco di legno con una guardia armata, fiumi di cittadini passeggiano tutto intorno, lungo la cancellata dei giardini delle Tuileries e più oltre nella grande oasi verde degli Champs-Élysées.

Fa impressione vedere come tutti portino la coccarda tricolore sul cappello o all’altezza del cuore, uomini e donne indistintamente. C’è un movimento, un flusso continuo di gente per i viali e giù fino al lungo Senna, da dove si può vedere la mole degli Invalides sull’altra riva. Questa è finalmente anche l’ora della moda, una splendida sera d’estate per la splendida Parigi liberata dai colori scuri e pesanti. Le sorelle Duplay che passeggiano sottobraccio a Maximilien Robespierre sono tra le più eleganti, ma senza ostentazione, anche se questo già suscita sguardi sospettosi di famiglie sanculotte sdraiate sui prati in cerca di fresco.

Babette ha un vestito colore canarino stretto in vita, Éleonoire un abito malva e calze di quel colore inconsueto che le sartine chiamano “tortora”; i vestiti di entrambe lasciano le caviglie scoperte, come imposto dalla moda sanculotta delle gonne corte. Siccome la temperatura può calare repentinamente dopo il tramonto, le ragazze hanno la profonda scollatura protetta da un fisciù quasi trasparente, ma non portano l’ombrellino parasole, fuori moda perché troppo aristocratico.

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I cinque livelli di realtà di «Marat/Sade»

Questo post recupera il testo dedicato al film “Marat/Sade” (1966) di Peter Brook, stralciato dalla versione definitiva del mio Storie di Parigi, ed. Odoya, uscito in libreria il 31 marzo scorso.

Ho sempre trovato stimolante il fatto che Marat/Sade sia costruito su cinque livelli gerarchici di realtà, come una scatola cinese: il livello 0 è il film The persecution and assassination of Jean-Paul Marat as performed by the inmates of the asylum of Charenton under the direction of the Marquis De Sade (1967), musicato da Richard Peaslee e con la regia di Peter Brook: “La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade”, opportunamente abbreviato e universalmente conosciuto come “Marat/Sade.”

Patrick Magee

Ma questo film riprende una performance della Royal Shakespeare Company (livello -1) diretta da Brook stesso, che mette in scena un testo adattato in inglese da Adrian Mitchell: la pièce messa in scena è (livello -2) Die Verfolgung und Ermordung Jean Paul Marats dargestellt durch die Schauspielgruppe des Hospizes zu Charenton unter Anleitung des Herrn de Sade, scritto nel 1963 dal drammaturgo Peter Weiss, tedesco ma naturalizzato svedese. Weiss era un habituè sia del teatro politicamente impegnato che dei titoli chilometrici, dato che qualche anno più tardi si cimentò con un testo conosciuto come Vietnam Diskurs, il cui titolo integrale è “Discorso sulla preistoria e il decorso della lunga guerra di liberazione nel Vietnam quale esempio della necessità della lotta armata degli oppressi contro i loro oppressori come sui tentativi degli Stati Uniti di distruggere le basi della rivoluzione(Diskurs über die Vorgeschichte und den Verlauf des lang andauernden Befreiungskrieges in Viet Nam als Beispiel für die Notwendigkeit des bewaffneten Kampfes der Unterdrückten gegen ihre Unterdrücker sowie über die Versuche der Vereinigten Staaten von Amerika die Grundlagen der Revolution zu vernichten, 1968).

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Georges Perec, istruzioni per l’uso

LA PROGRAMMAZIONE DEL TESTO LETTERARIO.

Il testo di questo post recupera la parte di approfondimento della genesi letteraria di “La vita. Istruzioni per l’uso” di Georges Perec, stralciata dalla versione definitiva di Storie di Parigi, attualmente in stampa presso l’editore Odoya

Georges Perec, foto di Anne de Brunhoff

Ancora più affascinante, anche dal punto di vista letterario, della complessità dell’opera è la “macchina per ispirare racconti” (definizione dell’autore stesso) che Perec mette in piedi per decidere cosa deve contenere ogni singolo frammento del puzzle narrativo: un sistema complesso e razionale maturato nelle riflessioni teoriche dell’OuLiPo. Quando Italo Calvino (lui stesso oulipista) nelle sue “Lezioni americane” parla della genesi dell’iper-romanzo (non a caso oggi si definisce iper-testo un testo interattivo) non aveva ancora a disposizione il cahier de charges manoscritto da Perec come premessa strutturale all’opera: significa “capitolato d’oneri”, ma charges si può anche tradurre come “spese condominiali.” È sulla base di questi appunti dettagliati pubblicato solo nel 1993 dal Centre National de la recherche scientifique che oggi si può ricostruire la genesi e la struttura di “La vita istruzioni per l’uso”.

È dal 1972 che Perec vorrebbe scrivere un romanzo che fornisca una propria visione del mondo; gli viene l’idea di ambientare la vicenda in un immobile la cui struttura corrisponda a quella del biquadrato latino (elaborato nel 1960 da Bose, Parker e Shrikhande per confutare Eulero, il quale sostiene che non esiste un biquadrato d’ordine 10). Nelle sue intenzioni, la narrazione dovrà procedere secondo un metodo razionale, e qui interviene la seconda grande idea (che non è percepibile al lettore senza un’adeguata guida): ogni frammento narrativo sarà ambientato in un locale dell’edificio, ma la progressione lineare tra una stanza e l’altra sarà affidata a un problema logico-matematico ben conosciuto ai giocatori di scacchi: l’algoritmo del cavallo. Un quadrato di 10 caselle di lato coincide con una scacchiera: la narrazione si sposta tra un capitolo e il successivo seguendo la mossa a L del pezzo cavallo, un avanzamento di 3 caselle in linea retta e 1 casella a 90°, in modo da terminare dopo 98 mosse nella stanza in cui Barlebooth è appena morto; il vantaggio di usare la regola di mobilità del cavallo è evidente: permette di toccare tutte le caselle senza mai passare due volte da una stessa casella/stanza (e saltando una casella, la n. 66 per la precisione, perché altrimenti le mosse sarebbero 99 e i capitoli 100: ma questa per Perec è l’eccezione che serve a confermare la regola). Il capitolo I inizia quindi “per le scale” e i capitolo XCIX e ultimo è il quinto ambientato nell’appartamento di Bartlebooth.

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La spirale di Parigi

«STORIE DI PARIGI» IN PUBBLICAZIONE AD APRILE.

È in corso di impaginazione presso la redazione dell’editore Odoya «Storie di Parigi», ilracconto della mia camminata nelle vie della capitale francese. Il percorso che ho seguito per toccare tutti i luoghi di interesse letterario, musicale e cinematografico, è progettato per seguire come in una collane la suddivisione in Arrondissement della città, che disegna un tragitto a chiocciola dal più esterno, il XX, al più centrale, il I.

Musée d'Orsay

Musée d’Orsay

La divisione della città in unità amministrative chiamate Arrondissement risale alla Rivoluzione (legge del 19 Vendemmiaio anno IV, 11 ottobre 1795); in origine gli Arrondissements erano dodici, ognuno diviso in quattro quartiers che ricalcavano le  sezioni rivoluzionarie del 1790, abolite dopo il colpo di stato del Termidoro che portò alla caduta di Robespierre. Nel 1859, con l’ampliarsi dell’area urbana ai faubourgs limitrofi e fino alla cinta muraria, gli Arrondissements diventano 20 e raggiungono i confini odierni. L’idea del prefetto barone Haussmann, avallata dall’imperatore Napoleone III, è quella di estendere i confini della città fino alle mura di cinta: il problema è che queste includono all’interno o tagliano a metà almeno 23 comuni alla periferia della capitale. Il progetto iniziale prevede la numerazione progressiva dei nuovi Arrondissements con il primo in alto a sinistra sulla carta e l’ultimo in basso a destra; ma questo provoca un’alzata di scudi tra gli influenti notabili di Passy, che si vedrebbero attribuire il numero XIII: non per ragioni scaramantiche, ma perché nella precedente situazione di dodici unità, il modo di dire “se marier à la Mairie du XIII Arrondissement” (sposarsi al municipio del XIII) era un eufemismo per “vivere insieme senza essere sposati”. Come mediazione il sindaco dell’abolito comune di Passy propone una numerazione che segua una spirale a partire dal Louvre e fino alla periferia orientale: in questo modo il numero 13 tocca agli abitanti di un quartiere popolare, immuni da prudérie perbenista.

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Storie di Parigi

DALLA NASCITA DELLA MODERNITÀ AL SUO TRAMONTO: LETTERATURA, CINEMA, MUSICA.

musee-dorsayMeno di un mese fa ho sottoscritto con la casa editrice Odoya un contratto per la pubblicazione di un libro lungo oltre un milione di battute, uscita prevista nel periodo di Pasqua 2017. Si tratta del racconto di una passeggiata autunnale di sette giorni e cinquanta chilometri nelle vie di Parigi; nasce dal confronto fra una Parigi mentale, costruita su letteratura, cinema e musica, e l’esperienza reale della città, l’avventura della camminata urbana.

In origine l’idea era quella di un itinerario di visita differente dai consueti viaggi per turismo e per lavoro: un percorso integralmente a piedi attraverso tutta la metropoli, ma senza seguire i classici tragitti trasformati in guida turistica per camminatori. Ho consultato tutta la letteratura sulla capitale francese, tutto il cinema e la musica nella mia collezione personale, e marcato sopra un plan de Paris ingrandito 2:1 ogni punto di questo itinerario nella mia Parigi mentale: spazi dell’ambientazione di racconti e romanzi, non solo della letteratura francese, legati alla biografie di scrittori, musicisti, registi, attori cinematografici, luoghi che hanno inciso sulla percezione di una Parigi “letteraria” più di ogni altra città al mondo, che da iter ideale per una formazione artistica umanista diventa luogo privilegiato per la comprensione della Modernità.

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«Termidoro», un’avventura nel cuore della Rivoluzione

UN ROMANZO DI VIAGGIO NEL TEMPO

termidoro-franco-ricciardielloEsce oggi giovedì 27 ottobre nella collana Odissea della casa editrice Delos Digital, un mio romanzo di fantascienza inedito. Non è la prima volta che metto il tema del viaggio nel tempo al centro di una storia, e non ho mai fatto mistero della mia predilezione per questo sottogenere. La science-fiction ha avuto origine dai romanzi di Verne e H.G.Wells, dunque dal primo contatto con gli extraterrestri, dai viaggi spaziali, dalle visioni del futuro tecnologico, dai viaggi nel tempo.

Due possono essere i centri di interesse nel sottogenere letterario “viaggi nel tempo”: le speculazioni intorno ai paradossi logici (di recente, ottimo esempio è quello di La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger), oppure il pretesto per “viaggiare nella Storia”. È evidente che quello che da sempre mi interessa è il secondo.

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Garou-Garou, il Passamura di Parigi

UN RACCONTO CONGELATO NEL BRONZO.

le-passemuraillePlace du Tertre è il centro della vita di Montmartre, dove puoi trovare tutti i pittori e i ritrattisti, che abbiano talento o meno, e dove molti turisti vengono a fare acquisti, a vedere gli altri che fanno acquisti oppure a bere un caffè. Quando arrivo io l’aria è fredda ma anche con questo cielo lacrimoso la piazza è piena di gente. Cammino senza meta, gettando un’occhiata ai quadretti colorati appesi ai cavalletti. Ogni artista cerca un suo stile. Ci sono ritrattisti da matita, da sanguigna e altri da pennellino. Una giovane di aspetto slavo in soprabito di pelle è seduta su uno sgabello, davanti a lei un pittore di mezza età le fa il ritratto. Lui sente l’otturatore della mia fotocamera, si volta e mi guarda perplesso, battendo le ciglia due o tre volte come se non credesse che abbia potuto fotografarlo.

Lascio la piazza uscendo da rue Norvins, dopo un’occhiata alla calda luce d’oro nelle boutiques d’arte. Più oltre ci sono negozietti di paccottiglia e souvenirs standardizzati, pochi gli oggetti originali, subito imitati nel giro di una stagione dagli altri rivenditori. I turisti passano infreddoliti. Dopo il primo tratto rue Norvins continua diritta, in leggera discesa, e dove termina inizia subito l’avenue Junot, più larga e curva per seguire il dislivello della collina; di fianco c’è la piccola e pedonale place Marcel Aymé, dove una statua di bronzo sembra uscire dal muro che fa da contrafforte alla collina: il torso con il braccio di un uomo, una gamba destra, una mano sinistra.

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Alphaville, capitale del dolore

Un film di Jean-Luc Godard al Festival di Fantascienza di Trieste

AlphavilleHo di recente riletto un romanzo di Algis Budrys su un vecchio volume di Galassia che comprai usato nel 1981 in una libreria di Treviso; nella rubrica La posta galattica, in risposta a un lettore di Pavia, si affermava: «Non siamo critici cinematografici, quindi il nostro parere è soggettivo e molto “da esperti di science-fiction”. Missione Alfaville, comunque, è secondo noi uno dei più brutti servizi che siano stati resi alla science-fiction, che alla cinematografia in generale.» Questa incomprensione tra Jean-Luc Godard e la fantascienza italiana (ma sarebbe meglio dire la critica cinematografia italiana in generale) è testimoniata anche dalle contestazioni dei puristi al Festival del Film di Fantascienza di Trieste (dove comunque la pellicola vinse il primo premio).

Alphaville, con cui Jean-Luc Godard vince l’Orso d’Oro al festival di Berlino 1965, è un film crepuscolare, un gioco di forme plastiche immerse in un alone di luce lunare; un bianco e nero fortemente contrastato, una sfida alle tenebre, volti e forme scolpite da una luce incidente, effetti fortemente voluti e straordinariamente ottenuti. In Italia viene distribuito con il titolo Agente Lemmy Caution, missione Alphaville. Malgrado la trama piuttosto banale, con soluzioni addirittura naïf, l’estetica del film è estremamente curata, risultato di una attenta ricerca sulle tecniche del suono e dell’immagine che con il tempo lo ha trasformato in un film cult.

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