I giardini di Sūzhōu

Seconda tappa di un viaggio nella Cina centro-meridionale. Per spostarci scegliamo il treno: la ferrovia a alta velocità collega le città da Nánjīng fino a Hángzhōu, e i tempi di percorrenza sono ragionevoli. Oltretutto, sulla linea per Shànghăi parte un treno ogni 10-15 minuti.

 La Cina è oggi un paese estremamente organizzato e, in linea di massima, ordinato; in caso contrario, il sistema dei trasporti rischierebbe di essere il tallone d’Achille di una nazione che conta 1,3 miliardi di abitanti. Invece tutto si svolge in maniera piuttosto disciplinata, anche se a muoversi all’ultimo momento si rischia di non trovare posto (i biglietti sono venduti fino a esaurimento). La partenza dei treni nelle stazioni delle grandi città è simile all’imbarco negli aeroporti, con sale d’attesa, controllo biglietti e bagagli, accesso ai binari solo all’ultimo momento, distribuzione dei passeggeri lungo il binario all’altezza della carrozza il cui numero è segnato sul pavimento (i biglietti riportano numero di carrozza e di sedile), ulteriore controllo da parte del personale prima di salire a bordo e poi ancora durante il viaggio; infine, per uscire dalla stazione di arrivo occorre introdurre il biglietto in un ultimo controllo automatico. Poi, per girare in città, i taxi sono numerosi e molto convenienti, dal momento che la fatturazione a tassametro avviene a chilometraggio, anche se il traffico intenso spesso rallenta la circolazione.

Martedì mattina ci spostiamo dunque verso la tappa successiva, Sūzhōu, con il treno veloce di classe G, che in poco più di un’ora ci porta a destinazione. Sūzhōu, 1,6 milioni di abitanti (si trova nella provincia di Jiāngsū come Nánjīng), è considerata una città romantica e estremamente popolare per il turista cinese: gli antichi giardini, il vecchio centro storico intersecato di canali, le manifatture della seta e – non ultimo – le donne, considerate le più belle dell’Impero, contribuiscono ancora oggi alla sua fama.

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«Ai margini del caos» versione eBook

Illustrazione originale di Maurizio Manzieri

Il 18 gennaio 2001 usciva in Francia Aux frontières du chaos, versione francese del mio romanzo che aveva vinto il premio Urania, per la traduzione di Jacques Barbéri. Adesso è disponibile in eBook la versione originale del testo, prima delle modifiche apportate per la presentazione al concorso, e di quelle richieste dalla redazione editoriale. Quello che segue è il racconto di come Ai margini del caos è stato pensato, scritto e pubblicato.

All’incirca nel 1997 cominciai a trovarmi insoddisfatto della letteratura che scrivevo. È un dato di fatto che leggevo sempre meno fantascienza e sempre più narrativa di altro genere, gialli e thriller oppure postmoderno. Paradossalmente dunque, negli anni in cui gli autori italiani passavano finalmente dal fandom all’editoria professionale, io sentivo il bisogno di cambiare. Non che il cambiamento mi fosse mancato negli ultimi tempi: nel ‘96 mi ero separato da mia moglie; nello stesso anno avevo smesso di lavorare per il sindacato aziendale ed ero tornato in produzione, chiedendo un cambio di mansioni dalla direzione generale alla rete di vendita; infine, avevo abbandonato gli studi universitari dopo avere superato poco più della metà degli esami. Forse il nuovo romanzo che iniziai a scrivere  nel ‘97 si inseriva in questa esigenza di rinnovamento, alimentato dall’entusiasmo del corso di scrittura creativa.

Tutto iniziò con la lettura di un articolo su un periodico, la storia della celebre opera del pittore svizzero Arnold Böcklin: Die Toteninsel, “L’isola dei morti”, dipinto in cinque versioni definitive, oggi disperse tra i musei di Europa e America. L’articolo era molto approssimativo e conteneva imprecisioni, soprattutto nei nomi di luoghi e persone, ma raccontava di una incredibile influenza sulla cultura europea lungo tutto il periodo tra il romanticismo e la seconda guerra mondiale; questa enorme diffusione dell’immagine dell’Isola dei morti finì non solo perché era cambiato il paradigma culturale, ma anche perché una delle cinque versioni era proprietà personale di Adolf Hitler.

Decisi di scrivere un romanzo sull’Isola dei morti.

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Verrà la Parousía come ladro di notte

Mauro Antonio Miglieruolo

Esattamente cinquant’anni fa, come rivelato da Curtoni e Montanari nella Presentazione alla prima edizione su Galassia n. 159, Mauro Antonio Miglieruolo terminava la stesura del suo più famoso romanzo, Come ladro di notte.[i]  Rimasto poi per cinque anni a vegetare in un cassetto, il manoscritto arriva alla casa editrice La Tribuna su interessamento di Lino Aldani.

A leggerlo — o rileggerlo — a distanza di mezzo secolo, non si può evitare una riflessione amara: perché? cos’è accaduto alla fantascienza italiana? Per quale ragione Come ladro di notte non ha fatto scuola, non costituisce un precedente neppure per quelli che auspicano una «via italiana alla fantascienza»? È inevitabile che la via della mediocrità sia lastricata di capolavori ignorati?

Quando termina Come ladro di notte, Miglieruolo ha venticinque anni, parecchi dei quali passati a leggere fantascienza su riviste come «Scienza fantastica» o «I romanzi di Urania». Ha già esordito come autore nel ’64 in appendice a un volume di Galassia, e al momento di scrivere il suo primo romanzo mette in gioco tutto l’armamentario da sense of wonder: una Galassia interamente colonizzata dall’umanità, divisa in Stati rivali, guerre spaziali, flotte di astronavi, pianeti artificiali con milioni di abitanti. Eppure non è assolutamente space opera, anzi il suo futuro è caratterizzato da comportamenti disumani tali da farci capire come l’evoluzione etica non sia assolutamente proseguita su una linea retta.

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