Una recensione da “La bottega del Barbieri”

Riproduco di seguito, con stelline negli occhi, un breve post di Daniele Barbieri su “Nell’ombra della Luna,” dal seguitissimo blog “La Bottega del Barbieri

db [Daniele Barbieri] si sbilancia e ulula: «quello di Ricciardiello è uno dei più bei romanzi (e non solo di fantascienza) dopo l’anno detto 2000»

Ha ragione Gian Filippo Pizzo (nota 1): «L’autore è molto bravo a reggere le fila del discorso e trova un felice equilibrio nello spostarsi sui diversi piani temporali; in particolare è convincente – sempre a livello fantascientifico – l’ipotesi che la storia alternativa dell’universo descritto sia potuta nascere da un esperimento di fisica». E ancora (sempre Pizzo): «il romanzo raggiunge pienamente quello che dovrebbe essere lo scopo principale della narrativa: divertire e al contempo fare riflettere e insieme emozionare»

Concordo ma io assai più mi sbilancio, perdo l’equilibrio, scivolo, rotolo e ululo: leggetelo perchè questo è uno dei romanzi più emozionanti, più riusciti, più geniali del ventennio (o diciannovennio se volete fare i pignoli) del secolo che i cristiani contano come XXI d. C. – o se preferite dell’EC, era comune; o EV, era volgare – e non parlo solo di fantascienza. A proposito di etichette; mi confida la saggia Giulia [Abbate] “non so come catalogarlo: è ucronia, utopia e distopia insieme”. Vero: roba da far ammattire il K. G. Sage della “bottega” (nota 2).

Andiamo per ordine? E come faccio in ‘sto casino?

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Gainsbourg: cattive notizie dalle stelle

di FRANCO RICCIARDIELLO

A volte mi trovo a riflettere quanto manchi nella musica italiana una figura equivalente a Serge Gainsbourg. Con un paragone forse troppo tranchant, è come se Fabrizio De André avesse scritto i testi delle canzoni di Lucio Battisti.

Quando Serge Gainsbourg nasce nel 1928 i genitori, ebrei russi fuggiti dopo la rivoluzione bolscevica, abitano in rue de la Chine, nel quartiere Belleville di Parigi, dove Lucien Ginsburg (questo il nome all’anagrafe) passa l’infanzia. Il padre Joseph Ginsburg, nativo di Kharkov in Ucraina, ha frequentato il conservatorio di Pietrogrado e poi di Mosca; a Parigi deve adattarsi a suonare nei piano-bar mentre la madre, la mezzo-soprano Olga Besman, canta al conservatorio russo. Nel 1948 Lucien impara a suonare la chitarra durante il servizio militare, ma il suo esordio artistico è nell’arte figurativa (è anche allievo di Fernand Léger). Sostiene di avere compreso le potenzialità della canzone popolare durante un concerto di Boris Vian: i suoi pezzi impegnati, i testi a metà tra ironia e cinismo, l’atteggiamento anarchico provocatore incidono in profondo nel giovane, che francesizza il cognome in Gainsbourg e comincia a suonare il piano in un cabaret, dove si fa notare finché lo spingono direttamente sul palcoscenico come cantante.

Percorrendo rue de la Chine si ha l’impressione di trovarsi nella periferia di una città di provincia. Ha scritto il filosofo tedesco Walter Benjamin, il secondo grande autore che si è occupato del flâneur dopo Charles Baudelaire:

“C’è una piccola parola d’ordine massonica da cui si riconoscono l’un l’altro gli amanti più fanatici di Parigi, sia francesi che stranieri: è la parola provincia. Con un’alzata di spalle il vero parigino, quand’anche non dovesse andare in viaggio un anno sì e un anno no, nega di essere un abitante di Parigi. Egli abita nel treizième, nel deuxième o nel dixuitième, non a Parigi, ma nel suo arrondissement – nel terzo, nel settimo o nel ventesimo – e questa è provincia. Forse è qui il segreto della mite egemonia che la città esercita sul resto della Francia: essa ha accolto l’altro nel cuore dei suoi quartieri, che sono le sue province, e ha dunque più province dell’intera Francia. Sarebbe stolto seguire qui l’ordine burocratico del catasto: Parigi ha più di venti Arrondissements, ed è piena di città e di villaggi.”

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Un passaporto per l’Eternità

di ROMINA BRAGGION

“Permetteteci, signori, di augurarvi dolcissimi sogni!”

James Ballard, Passport to Eternity.

Manuale di scrittura di fantascienza, Passaporto per l’eternità, è un saggio realizzato da Giulia Abbate e Franco Ricciardiello edito da Odoya Edizioni.
Partiamo dal vestito e appuntiamo la prima stellina.
Apprezzo moltissimo la copertina di Mauro Cremonini : trovo davvero originale la grafica, il tratto quasi infantile e giocoso. Il piccolo asteroide tondeggiante e l’Astronautino, vagamente Tele-tubbies, sono in primo piano.
Il titolo è scandito a colori e font diversi sebbene molto leggibili.
Lo sfondo giallo crea un bell’accordo con il fiordaliso del dorso e della sovracoperta.
Ritroviamo Astronautino nel frontespizio: ci accoglie poggiato su un pianeta alieno a forma di libro.
Un altro astronauta scende in picchiata sull’indice dei box.
Siamo quasi confortati da questa freschezza e spontaneità. Senonché le virgolette bianche che delimitano l’asteroide e il pianeta minaccioso che sovrasta Astronautino, dovrebbero insospettirci.
Inconsapevoli proseguiamo, scoprendo un sommario ben strutturato, molto utile per la lettura veloce, un indice dei box e un indice delle schede libro.

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Scrivere fantascienza bene oggi

Il 28 febbraio esce per la casa editrice bolognese Odoya “Manuale di scrittura di Fantascienza”, di Giulia Abbate e Franco Ricciardiello

La fantascienza è oggi un genere di enorme successo: nel cinema, nelle serie TV, in fortunate saghe letterarie, il pubblico cerca visioni del futuro che si riflettano sul nostro presente e ci aiutino tanto a sognare, quanto a capire.

Le storie di fantascienza, distopiche, di speculative fiction e di narrativa di anticipazione hanno una comunità di lettori e lettrici attenta, esigente e sensibile alla qualità, oltre che ai contenuti teorici. Gli scrittori e le scrittrici ne sono consapevoli, ma hanno ancora pochi strumenti per lavorare in modo professionale e soddisfacente, senza incorrere nei problemi tipici di un genere amato, ma complesso e ancora poco conosciuto nei suoi meccanismi interni.

Questo “Manuale di scrittura di fantascienza” nasce per aiutare chi si avvicina alla scrittura speculativa. Aprendo con una rapida panoramica sulla tradizione della fantascienza, espone quello che è utile sapere sul canone di riferimento (con agili schede di lettura) e sui “luoghi comuni” che non si possono ignorare. Ma lo fa in ottica pratica, concentrandosi sul funzionamento delle storie, sulla loro costruzione, sugli aspetti principali da sapere per lavorare subito e in autonomia.

Scrivere fantascienza è bello, e con questo manuale diventa più semplice.

Viene esposto un metodo pratico di scrittura incentrato sulla fantascienza, che spiega chiaramente cosa non fare, cosa fare, e come farlo meglio: il tutto pensato per mettere autori e autrici in condizione di scrivere più facilmente e più velocemente, con cognizione di causa e con l’amore per un genere che è principalmente un punto di vista, e che si presta a infinite declinazioni una volta compresa la sua essenza peculiare.

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Altra storia, altre battaglie

di DOMENICO GALLO

Il presente post è una recensione di Nell’ombra della Luna apparsa sul numero novembre-dicembre 2018 di PULP libri

Tim Liu, Taiwan, “Studio”

Chiamiamo ucronie quelle storie che prendono vita da un passato alternativo in cui un avvenimento storicamente determinato ha avuto un esito diverso da quello che conosciamo. Da questo espediente narrativo nascono una serie di vicende che si nutrono di questo paradosso che scambia vinti con vincitori, che ridetermina i ruoli e spesso i caratteri dei personaggi coinvolti. Nella fantascienza classica si trovano alcuni esempi di storia alternativa (tra i primi e più famosi si deve ricordare Anniversario Fatale dello scrittore trotzkista Joseph Ward Moore, un romanzo ambientato negli Stati Uniti in cui la Guerra di Secessione è stata vinta dai confederati), ma oggi dobbiamo confrontarci con il grande successo di molti romanzi contemporanei in cui i peggiori incubi della storia si sono avverati. In particolare l’ipotetica vittoria del nazismo è stata trattata in romanzi di successo come SS-GB. I nazisti occupano Londra di Len Deighton (recentemente ristampato), Fatherland di Robert Harris e Complotto contro l’America di Philip Roth.

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L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza. Terza parte

di CLAUDIO ASCIUTI

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Terza parte della postfazione all’edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza

7. Rapimenti a scopo sessuale e musica: Cosa succederà alla ragazza.

E veniamo infine a Cosa succederà alla ragazza, partendo da una semplice constatazione: il meccanismo narrativo che R. adopera per questo romanzo, pur utilizzando le tradizionali tecniche investigative del “giallo” propriamente detto, non lesina il recupero dei topoi interni ai lavori precedenti; e rappresenta il punto di arrivo di una riflessione sui meccanismi della scrittura che a partire dagli anni Novanta si è man mano ampliata, quando cioè R. ha cominciato lentamente a staccarsi dal mondo della fantascienza cercando nuove vie espressive. Protagonista del romanzo, come abbiamo visto, è il PM Erasmo Mancini, figura anomala nel panorama della detection italiana, che solitamente predilige una serie di investigatori standard che vanno dal privato, al commissario o al massimo al graduato dei carabinieri e della polizia, senza mai andare oltre nella gerarchia, sebbene sia proprio il PM che deve istruire le indagini; figura anomala inoltre, con scarsissimo grado di correlazione con il cliché dell’investigatore che si è andato formando nel corso del tempo in Italia: non è un gourmet, ma un vegano e un naturista e viaggia solo in bicicletta; benché appena separato (una caratteristica che abbiamo visto in tutte le altre opere di R, quasi che lo scioglimento della coppia preluda al rientro on the road del protagonista, rendendolo nel medesimo tempo più vulnerabile) non corre dietro alle ragazze, anzi, immerso nelle sue riflessioni ne rimane un po’ distante; non è il tradizionale alcolista ereditato dagli eroi dell’hard-boiled americano, ma è invece astemio; e inoltre è inossidabile e incorruttibile; caratteristiche che vengono ben esplicitate da questo dialogo fra lo stesso Mancini e Marina:

— La polizia è responsabile delle indagini negli ordinamenti giudiziari di common law, per esempio i paesi anglosassoni. Negli ordinamenti di civil law invece, il tuo amato Giappone o anche l’Italia, l’azione penale spetta alla magistratura requirente, che può servirsi delle forze di polizia.
Marina si stringe nelle spalle. — Allora i film e i romanzi polizieschi ci prendono in giro?
— Probabilmente per il pubblico della fiction la figura del magistrato non ha nulla di romantico, — risponde Erasmo.
La ragazza lo osserva mentre finisce di mangiare l’insalata, poi aspetta che le riempia d’acqua il bicchiere di vetro naturale.
— Spero che non si offenda, signor Pi Emme, ma trovo che lei non abbia decisamente nulla del commissario. Pepe Carvalho mangia come un bulimico, Montalbano è meglio vestirlo che nutrirlo, il corpo di Philip Marlowe è composto al 70% di alcol anziché di acqua. A lei invece è sufficiente un piatto di vegetali crudi e un bicchiere di acqua fresca.
Erasmo svuota il bicchiere in gola prima di rispondere. — L’appetito pantagruelico di Montalbano è da attribuire all’età è alla salute del suo autore. Camilleri ha ammesso che con i suoi anni non può più permettersi di mangiare smodatamente, e allora si sfoga con il suo personaggio. Sospetto che fosse così anche per Vázquez Montalbán e il suo Pepe Carvalho.

(Cap. 11, Il doppio del gioco, pag. 91)

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L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza. Seconda parte

di CLAUDIO ASCIUTI

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Seconda parte della postfazione all’edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza.

 

3. Altri racconti: giallo tradizionale e fantascienza, cyberpunk, memorie e clonazione.

Abrar Khan, Malmö (Svezia), “I gemelli”

Nel decennio che separa  La rocca dei celti dalla vittoria al Premio Urania 1997, R. continuò la sua attività di scrittore di racconti, fra i quali vogliamo ricordare Archeologia[1], un vero e proprio giallo fantascientifico, Saluti dal lago di Mandelbrot[2], un racconto cyberpunk dalle atmosfere noir e Se io fossi Escherichia coli[3], sul tema della clonazione, approfondimento e divagazione a proposito dei concetti espressi nel romanzo. I primi due racconti sono particolarmente interessanti perché mostrano la duttilità della scrittura di R. e la capacità di piegare il linguaggio alle esigente del contenuto.

Sebbene R. non ami in modo particolare il giallo classico, Archeologia si manifesta come una riproposizione del modello del romanzo-enigma ambientato in un luogo circoscritto, alla Agatha Christie; il tradizionale delitto della “camera chiusa”, insomma. In questo caso la piccola “comunità” dove si svolge la storia è un gruppo di amici che giocano con la “commutazione”, un procedimento che trasla l’essenza di una persona nel corpo di una seconda, con un sistema casuale e a rotazione, sesso per sesso, e assoluto anonimato. Il protagonista Finn accetta di giocare con la moglie Franziska; nel suo gruppo di amici intimi, dove già Hannibal, il primo marito, dieci anni addietro era stato misteriosamente assassinato mentre si stava riprendendo dalla commutazione. Finn avverte da subito una strana atmosfera, e ha la sensazione di essere invischiato in un gioco più grande di lui; e infatti la commutazione ha un risultato particolare, Finn trasla nel corpo di una donna, Tersicore; e ci resta, fino a quando il suo corpo-Finn non muore quasi accidentalmente, e un altro corpo non afferma di essere lui l’essenza di Finn. Finn adesso è rimasto rinchiuso nel corpo di Tersicore, e Tersicore è morta. Alla fine si scopre l’assassino, ma a questo punto il sapere che si tratta di Tristram, dentro cui abita l’essenza del defunto Hannibal, non ha importanza; è importante invece la perfetta struttura classica da giallo classico, la complessa psicologia dei personaggi e dell’azione, e la curvatura della memoria (o sarebbe meglio dire: delle memorie) che aveva già una grande importanza ne La rocca del Celti, e che continuerà ad averne ancora in seguito.

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L’infinito caos dei generi: Franco Ricciardiello fra giallo e fantascienza

di CLAUDIO ASCIUTI

In occasione della prima edizione eBook di Cosa Succederà Alla Ragazza, romanzo giallo che ho pubblicato nel 2015 per Cordero editore, riprendo in questo post la prima parte della postfazione scritta da Claudio Asciuti, apparsa anche con il titolo L’infinito caos dei generi letterari sul n. 16 della rivista IF, luglio 2014. Ringrazio per l’autorizzazione l’autore, e il direttore di IF, Carlo Bordoni. (FR)

Il testo che segue è la postfazione del romanzo giallo di Franco Ricciardiello, Cosa succederà alla ragazza, che doveva uscire per un editore genovese con cui ho avuto modo di collaborare. Nell’agosto del 2013 consegnai il testo al curatore della collana, Daniele Cambiaso e a Ricciardiello stesso: ma per una serie di incomprensioni con l’editore, che mi hanno costretto a rinunciare alla collaborazione, la postfazione è stata espunta. La ripropongo ora, a beneficio dei lettori di Ricciardiello e a disdoro dell’editore medesimo. (C.A.)

1. Giallo, nero, fantascienza: un po’ di storia.

Licenziate le ultime pagine di Cosa succederà alla ragazza, il lettore potrebbe, ancor prima di una riflessione su alcuni aspetti strutturali del romanzo, o sull’innesto mediatico nel mondo del rapimento e della pedofilia, interrogarsi con istintivo moto di curiosità sulle relazioni fra fantascienza, giallo e nero; generi di cui Franco Ricciardiello, a partire dagli anni Ottanta, è stato valido protagonista sia per la curatela di riviste amatoriali come The Dark Side e Intercom sia per la sua produzione narrativa sviluppatasi attraverso i generi sopracitati: “giallo”, termine con cui a cominciare dal 1929, in Italia si iniziarono a definire i libri di genere poliziesco, mistery o detective story, basati su una struttura indagativa che porti alla risoluzione di un qualsivoglia delitto; “nero”, traduzione del francese “noir” che dagli anni Cinquanta indica invece una storia dalle tonalità cupe e oscure, i cui eventi spesso non risolvono il delitto e non riconciliano la situazione di avvio; “fantascienza” infine, un neologismo di Giorgio Monicelli che nel 1952 tradusse l’americano “science fiction”, termine coniato da Hugo Gersnsback per indicare una narrazione la cui matrice originaria sia appunto la scienza.

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Vent’anni ai margini del caos

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di Franco Ricciardiello

 

 

Copertina della versione da edicola

Venti anni fa, l’8 novembre 1998, usciva nelle edicole Ai margini del caos, il romanzo con il quale avevo vinto la nona edizione del Premio Urania.

Qualche mese prima avevo ricevuto l’inattesa telefonata con cui Giuseppe Lippi mi comunicava il risultato; neppure sapevo di essere arrivato in finale. Seguì una bella avventura durata diversi mesi, dalla quale avrei ricavato esperienze indimenticabili: l’amicizia con Valerio Evangelisti, la breve frequentazione della redazione di Urania nel palazzo Mondadori a Segrate, l’imprevedibile successo di una affollatissima presentazione al Trottoir di Milano grazie a Andrea Pinketts e Andrea Carlo Cappi, la pubblicazione in Francia presso l’editore Flammarion. Ho già raccontato questa lunga, straordinaria avventura in un precedente post, per cui mi limito qui a raccogliere commenti e recensioni che ho ricevuto nel tempo.

Vittorio Curtoni

Commento nella Mailing list Fantascienza, a nome della giuria del Premio Urania

Eduizioni di Karta, 2012

La giuria del premio Urania si è riunita a Segrate verso mezzogiorno del 16 maggio. Era composta da Valerio Evangelisti, Giuseppe Lippi, Marzio Tosello, Riccardo Valla, e dal sottoscritto. Erano presenti anche Annalisa Carena, Cinzia Monaco e Fabiola Riboni. Annalisa, come l’anno scorso, ha fatto da segretaria. I romanzi giunti in finale erano sette: HAI VISTO LE STELLE STANOTTE? di Claudio Asciuti, URLO MUTO di Pierdomenico Baccalario, RALF di Maurizio J. Bruno, TUTTI GLI UNIVERSI POSSIBILI di Fox Fancello, L’ALIENO di Paolo Meozzi, IL DUBBIO DI ARJUNA di Giampaolo Prodi, AI MARGINI DEL CAOS di Franco Ricciardiello. Debbo dire che le opinioni di tutti e cinque sono state in sintonia quasi perfetta: alla fine del primo giro di discussione dei singoli testi, la cerchia dei papabili si era ristretta ad Asciuti e Ricciardiello, con una menzione d’onore per URLO MUTO di Pierdomenico Baccalario, che si è guadagnato a pieno titolo il posto di terzo classificato. URLO MUTO è un fantathriller con un ritmo incalzante, ricchissimo di dialoghi, impostato con un taglio quasi da sceneggiatura cinematografica: una serie di omicidi in virulento crescendo sconvolge la vita della piccola colonia umana su un pianeta alieno. Finale piuttosto cattivo e imprevedibile. Un romanzo che varrebbe la pena pubblicare. Claudio Asciuti, in HAI VISTO LE STELLE STANOTTE?, ha scritto la storia, movimentatissima, di una Terra parallela del futuro infestata da manifestazioni metapsichiche di ogni tipo, un pianeta spaccato in due tra uomini dotati di capacità psi e non dotati. Una sorta, se mi si permette il paragone, di GHOSTBUSTERS all’ennesima potenza, con abbondanti omaggi all’universo fantastico di Borges. Franco Ricciardiello si è spinto davvero AI MARGINI DEL CAOS: ha rimescolato, con scrittura assai sapiente, teoria del caos, sindrome di Stendhal, e l’idea dickiana del sovrapporsi di realtà più o meno maligne, più o meno consequenziali a livello temporale, in un amalgama molto singolare e accattivante. Il dilemma finale, per la giuria, è stato se premiare un romanzo più chiaramente di genere (Asciuti) o un romanzo fantastico con ambizioni dichiaratamente più alte (Ricciardiello); e la votazione finale ha visto Ricciardiello vincitore. I miei più sinceri complimenti. Una cosa è certa: il livello medio dei romanzi che ho letto quest’anno è tutt’altro che disprezzabile. Sarei propenso a dire che la qualità cresce di anno in anno, e questo è confortante. La mia personale speranza è che su “Urania” venga pubblicato come minimo anche il romanzo di Asciuti, e se possibile anche quello di Baccalario. Franco Ricciardiello, al di là di ogni dubbio, lascerà il segno nella storia del premio, e non credo che si fermerà qui. Un nuovo autore per il “rinascimento” della fantascienza italiana? Ne sono certo.”

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Storie di Torino

Il 31 ottobre 2018 è la data d’uscita in libreria del mio Storie di Torino, terzo volume di una serie dedicata a storie di letteratura, cinema e musica in alcune città: prima Parigi (2017), poi Venezia (2017). In tutti e tre i casi ho persorso una serie di itinerari per toccare luoghi in cui sono state girate scene di film, dove sono ambientati espisodi di romanzi e racconti, dove vissero musicisti, registi e scrittori. L’itinerario è un pretesto per raccontare le trame di quei libri, i restroscena di quei film, la genesi di quella musica. Un doppio viaggio, quindi: una camminata nelle strade e nelle piazze, e una passeggiata parallela in una biblioteca virtuale, che delinea il carattere di una città così come si è formato nell’imamginario comune, a partire dalle storie che ha ispirato agli autori.

  Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa.

Umberto Eco

Che Torino sia la meno italiana delle città d’Italia, o almeno la più europea, appare evidente allo straniero appena arrivato. Città tardiva, chiusa per secoli in un quadrilatero di mura che rappresenta una frazione minima della superficie odierna, è cresciuta con una espansione rigidamente programmata, quartiere dopo quartiere, proseguendo in lunghe linee rette la centuriazione romana del I secolo: una griglia virtuale sovrapposta a un angolo di pianura protetto dalla confluenza tra due fiumi, con un asse ruotato di 26° in senso orario rispetto al meridiano. Con il tempo, il prolungamento ad libitum delle vie raggiunge confini naturali — i fiumi, le colline, i laghi.

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