Ferruccio Busoni su Solaris

Natal’ja Bondarčuk con il regista Andreij Tarkovskij

Questo post è un frammento tratto da “Storie di Berlino“, il quarto libro che ho pubblicato con Odoya Edizioni, dedicato a musica, cinema e letteratura in una città italiana o europea. Ferruccio Busoni (1866-1924) è un compositore italiano che ha vissuto una parte importante della sua maturità artistica e personale a Berlino. La sua trascrizione per pianoforte del corale  Ich ruf’ zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 639, Io chiamo te, signore Gesù Cristo), dall’Orgelbüchlein di Johann Sebastian Bach è stata usata dal regista russo Andrej Tarkovskij nella colonna sonora del suo film Solaris (1972) in una struggente versione per organo, che amplifica le emozioni dei personaggi.

Un uomo vestito con un abito scuro, giacca e cravatta, entra in una stanza che sembra una sala di forma ovale, con boiserie alle pareti, dove una giovane donna fuma, girata di spalle.

I due si trovano all’interno della stazione spaziale terrestre messa in orbita per scopi scientifici intorno al lontano pianeta Solaris. Lui è Kris Kelvin, inviato dalla Terra per verificare cosa accade nella stazione, primo passo verso lo smantellamento. Lei è sua moglie Hari, che non potrebbe essere qui, non potrebbe neppure essere in vita dal momento che è deceduta anni fa. Però Solaris è ricoperto da un mare che in realtà è un unico, immenso organismo senziente, in grado di estrarre ricordi dalla mente degli esseri umani, e materializzarli all’interno della stazione.

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Rizomi del Sole Nascente

“Scordato di pranzare” di Skyfire, Taiwan

Grafica di copertina molto elegante per quello che è probabilmente il progetto più compatto tra le numerose antologie di fantascienza, e non, che Gian Filippo Pizzo organizza da dieci anni a questa parte, e che permettono a molti autori, dai più conosciuti ai perfetti esordienti, di raggiungere un pubblico tramite la vetrina di pubblicazioni anche non specializzate. Questa è la prima volta che Pizzo collabora con Kipple Officina Libraria.

Come ognuna di questa raccolte, anche la presente ha un argomento di fondo: “La fantascienza dall’Italia all’oriente”, un trait d’union che si ispira all’interesse tutto nuovo dei mercati occidentali per romanzi e racconti che arrivano dall’Asia, sulla scia dello straordinario successo della trilogia del “Passato della Terra” di Liú Cíxīn — un interesse che in Italia si è già sostanziato nelle iniziative della casa editrice Future Fiction di Francesco Verso.

La parola rizomi nel titolo si riferisce a Capitalismo e schizofrenia di Gilles Deleuze e Félix Guattari, un modello semantico che prende come metafora il rizoma del mondo vegetale, struttura arborescente presentata come alternativa alla linearità. Il linguaggio è un fenomeno vivente, che possiede una serie di significati diversi, di collegamenti e interpretazioni; all’opposto della struttura gerarchica, lineare o ad albero, la scrittura rizomatica stabilisce connessioni in ogni direzione.

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Carnevale, Venezia (3)

(continua)

Pensavo all’esercito senza volto che formicolava sulle quattrocento isole di Venezia, alla marea incolore di lineamenti artificiali che aveva invaso il mondo: perché in quel momento, nel vicolo buio con Michela chiusa fra le mie braccia, credetti che tutta la città fosse stata invasa dalla gente senza volto.

Nascondendo il tremito delle labbra la baciai, poi raccolsi tutto il mio coraggio e con pochi passi silenziosi tornammo alla via; una banda di pomodori di gommapiuma quasi ci travolse, seguiti da un orso con il piccolo in spalla. Mi asciugai gli occhi con il palmo della mano.

— Posso aiutarti? — mi sussurrò Michela in un orecchio.

— Grazie, è passato — risposi.

Così finiva la domenica di carnevale.

 

Lunedì di carnevale. Mi svegliai e per un attimo non riuscii a orizzontarmi; poi ricordai che mi trovavo nella camera di pensione insieme a Michela, dove avevo deciso di trasferirmi sino al ritorno a Torino. Mi passai una mano fra i capelli, poi guardai Michela sotto le coperte, accanto a me; le posai una mano sull’anca e si voltò, apparentemente già sveglia.

Uscimmo nell’aria addolcita dal sole di marzo; Michela indossava i soli vestiti con cui l’avessi mai vista: la mantella e la bautta nera. Preferimmo non prendere il vaporetto e passeggiare per le calli guardando le vetrine dei negozi. Non avendo appetito camminammo per ore, progettando la nostra ultima notte a Venezia: a tutti i costi volle che andassimo a un ballo in maschera in una casa privata, per il quale possedeva due inviti.

Gironzolammo intorno al tavolo degli aperitivi; tutti sembravano volersi divertire a ogni costo, ma io rimasi discretamente in disparte, di cattivo umore per qualcosa che non riuscivo a definire: forse un brutto sogno, perché mi ero già svegliato con quella sensazione al mattino.

Dopo un po’ Michela mi guidò su per alcuni gradini di uno scalone, poi un lungo corridoio decorato ad affreschi, con vetrate da un lato e porte bianche sull’altro.

Vedevo gente camminare per le calli e danzare nel rettangolo illuminato di piazza San Marco, non molto distante da dove eravamo. Proiettori di luce dorata tagliavano il cielo, rivelati dall’evaporazione notturna.

Ricordai l’incubo del giorno precedente, i fiumi di gente senza volto in movimento, e la fredda mano dell’angoscia mi afferrò il cuore. Forse l’inquietudine che mi portavo appresso era ancora dovuta a quell’episodio.

Ci ritrovammo in strada, dove un gruppo di ragazzi dalle facce dipinte vivacemente stava danzando alla musica che da Campo San Polo filtrava di soppiatto sin là. Ci accostammo a un muro per osservare quella compagnia silenziosa dai volti troppo seri perché stessero divertendosi. Avvertii il muro umido contro la testa, e sfiorandolo sentii che portava un manifesto incollato di fresco.

Venezia era sporca di carta e neve calpestata, intrisa di nebbia e sonno, oscurata dal silenzio e dalla notte. Torrenti di maschere fluivano là dove sino a poche ore prima erano stati fiumi. Battemmo tutti i caffè sulla strada del ritorno, cercando di toglierci quel sapore amaro dal palato; per la prima volta lontani dalla folla, avendo tempo a disposizione e con il preciso proposito di profittare al meglio delle poche ore rimaste, parlammo a lungo di noi stessi.

3 – FINE. foto di Franco Ricciardiello

Venezia, carnevale (2)

(continua)

Danzando mi feci più vicino, favorito dalla sua mantella risvoltata su una spalla; sull’altro braccio, la falda mi sfiorava invece i ginocchi a ogni passo. Sentivo i suoi fianchi snelli sotto le mie mani, e persino la stoffa del suo vestito aveva la morbidezza della pelle sotto i miei polpastrelli.

Non so quanto restammo ad ascoltare i musicisti sempre più stanchi; infine aiutai la mia dama dalle guance imporporate a scendere dal palco e ci dirigemmo a un caffè. La sarabanda all’esterno del locale proseguì per ore mentre al bancone di marmo del bar io potevo finalmente ammirare il viso di Michela per intero, la bautta abbandonata sul collo con il nastro allentato.

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Venezia, carnevale

Foto di Franco Ricciardiello, carnevale di Venezia 2020. I brani di testo sono tratti dal mio “Michela e la bomba al neutrone”, vincitore del Premio Italia 1988 come miglior racconto su pubblicazione non professionale

Era la vigilia della domenica di carnevale; lo stesso giorno di cinque anni prima Michela ed io ci eravamo conosciuti a Venezia. Malgrado gli anni passati, Michela dimostrava l’età di allora; e la mantella che amava indossare, che per lei era forse l’emblema stesso del carnevale, faceva sembrare questa sera ancora più simile all’altra.

C’erano già moltissime maschere, un vero fiume umano che entrava e usciva dai caffè, sciamava nelle calli, calpestava i ponti, formicolava nelle piazze. Mi lasciai trasportare dai torrenti di gente in festa su e giù per il sestiere di San Marco a osservare i ragazzi che facevano musica, i mimi imbellettati agli angoli delle chiese, i venditori di maschere di porcellana e cartapesta, i bambini infagottati, i fotografi dilettanti, cercando di indovinare i lineamenti delle ragazze dietro il trucco.

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“Storie di Berlino”, il booktrailer

Oggi, 27 febbraio 2020, esce in libreria “Storie di Berlino”, il quarto volume dedicato ai luoghi e alle storie della letteratura, del cinema e della musica in una città europea. I precedenti erano Storie di Parigi (2017), Storie di Venezia (2017) e Storie di Torino (2018).

Franco Ricciardiello STORIE DI BERLINO Odoya Edizioni

350 pagine  € 22,00 ISBN 978-8862885805

La città che non vuole sfuggire al passato

Il 27 febbraio 2020 esce in libreria Storie di Berlino, Odoya edizioni: il quarto libro che ho dedicato a una città, alla sua letteratura, al suo cinema e alla sua musica.

Nei miei sogni notturni sono stato spesso a Berlino. Non nella Berlino reale, ma in una sua rappresentazione scenica: una città sconfinata, opprimente, con fuligginosi edifici monumentali, campanili e statue. Io vago nel traffico che scorre incessante, tutto è ignoto e al contempo familiare. Provo terrore e piacere, e so piuttosto bene dove sono diretto: sto cercando il quartiere al di là dei ponti, quella parte della città dove accadrà qualcosa. Scendo per un ripido pendio, un aeroplano minaccioso vola tra le case, finalmente arrivo al fiume. Dall’acqua che straripa sul marciapiede sollevano con un argano un cavallo morto, grande quanto una balena.

La curiosità e il terrore mi spingono avanti, devo arrivare in tempo alle esecuzioni pubbliche. Incontro allora mia moglie morta, ci abbracciamo con tenerezza e cerchiamo una stanza d’albergo dove poter fare l’amore. Lei cammina al mio fianco con passi veloci e leggeri, io le tengo una mano sul fianco. La via è fortemente illuminata nonostante il sole ardente. Il cielo è nero e si muove stridendo. Ora so d’essere finalmente arrivato al quartiere proibito. Lì si trova il Teatro con la messinscena incomprensibile.

Ingmar Bergman, Lanterna Magica

Parigi e Berlino sono le città che più hanno sofferto di protagonismo nel secolo scorso in Europa; la politica, la scienza e l’arte hanno trovato terreno fertile nelle due capitali tradizionalmente nemiche, impegnate in tre devastanti confronti militari nell’arco di 75 anni: mentre il primo era però limitato a un confronto diretto, conclusosi con la nascita della Germania in quanto Stato (tra l’altro, dieci anni dopo la riunificazione italiana), i due successivi furono conflitti di portata mondiale. L’ultimo, anzi, è stato il più devastante e sanguinoso nella storia delle civiltà terrestri.

La responsabilità della Germania nella Seconda guerra mondiale fece sì che le conseguenze della rovinosa sconfitta e dell’occupazione straniera proseguissero per altri 35 anni, e Berlino era l’epicentro di una serie di azioni e reazioni trascinatesi per quasi un secolo. La città spopolata, mortalmente ferita e divisa in due, divenne il fulcro della guerra a bassa intensità tra Nato e Patto di Varsavia, la cosiddetta guerra fredda. Nel 1924 Berlino aveva 4.024.165 abitanti, nel 2018 soltanto 3.552,123; comunque mezzo milione in più rispetto agli anni del “cielo diviso”, efficace espressione di Christa Wolf, quando poco meno di due terzi vivevano nella cosiddetta Berlino Ovest e poco più di un terzo a Berlino Est.

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Come nacque il film «Riso amaro»

Approfitto del recente “tutto esaurito” in occasione della quarta serata del musical Amar Riso, del quale ho scritto il libretto su invito della produzione, per pubblicare uno stralcio tratto dal mio “Storie di Torino”, dove racconto come è nato il film “Riso Amaro” di Giuseppe De Santis. Tutte le foto nel post sono di Christian Zecchin ©

Ricordo le lunghe passeggiate sotto i portici di via Po, affascinati, io e De Santis, dall’eloquio di Pavese, a volte enigmatico, e rispettosi anche di certi suoi silenzi. Ci sedusse anche la sua curiosità per il nostro lavoro, il suo apprezzamento per il cinema neorealista di cui mi pare avesse intuito il carattere non naturalistico. La sua curiosità lo avrebbe portato, qualche mese dopo, sul set di Riso amaro.

Carlo Lizzani, TorinoSette

L’idea di fare un film sulle mondine, protagoniste della grande epopea di lotta che a inizio secolo le ha portate a conquistare per prime in Italia le otto ore lavorative, viene a Giuseppe De Santis alla stazione ferroviaria di Torino; è il 1947, il regista sta tornando dalla presentazione a Parigi del suo film Caccia tragica, le mondine aspettano il treno che le riporterà ai paesi d’origine: giovani donne disinvolte che si mettono volentieri a cantare. De Santis le interroga, ascolta le loro storie, si sente coinvolto, come molti intellettuali della sua generazione, con il mondo di chi si guadagna da vivere con fatica.

Tornato a Roma scrive con Lizzani il primo trattamento di un film da intitolare Riso amaro, che la casa cinematografica Lux accetta subito. Il produttore Riccardo Gualino conosce personalmente Gianni Agnelli, e gli chiede di poter girare nella sua tenuta di famiglia, la Veneria, grossa cascina che si trova a Lignana, poco a sud di Vercelli: ed ecco il paradosso dell’emblema del capitalismo italiano che mette una sua proprietà a disposizione di una produzione decisamente di sinistra. L’Avvocato comunque frequenta lo stage più volte nei tre mesi di lavoro, dal momento che è sensibile al fascino femminile, prima di tutto quello di Silvana Mangano.

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Per voi non ci sarà ritorno, il booktrailer

È uscito a dicembre 2019 un mio nuovo eBook nella collana Robotica.it di Delos Books. Ecco il booktrailer che ho realizzato, e la presentazione della casa editrice tratta dal sito Fantascienza.com

Per voi non ci sarà ritorno, un racconto che vi scioccherà

Bellissime e crudelissime, le Venusiane, entità alieni che stanno invadendo l’Italia pezzo dopo pezzo. Il prezzo è carissimo

Nota dell’editore: Il racconto ha contenuti che possono turbare la sensibilità dei lettori.

Abbiamo ritenuto di inserire questa nota nella quarta di copertina di questo ebook, in uscita oggi, di un Franco Ricciardiello nella sua forma migliore. Un racconto che racconta di alieni che hanno invaso la Terra, ma lo fa in modo assolutamente inedito, originale e soprattutto durissimo. Per le scene che vengono descritte ma soprattutto per l’abisso di orrore in cui riesce a gettare il lettore, toccando i punti più deboli della nostra natura di esseri umani.

Non leggetelo se ritenete di essere impressionabili. Ma se pensate di farcela non perdetelo perché vale la pena.

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Cronache dell’arabesco di pietra

Inizio con quest’anno un lavoro per rendere disponibili in versione cartacea tutte le mie opere già edite e temporaneamente fuori catalogo, che in questo momento si trovano solo in eBook. Ho scelto naturalmente la via dell’auto-pubblicazione, che consente di mantenere bassi i costi. Inizio con Cronache dell’arabesco di pietra, un’antologia di racconti a concezione unitaria che avrebbe dovuto apparire già negli Novanta presso Bellomo, editore nel frattempo scomparso dal mercato; verrà poi inserita nel 1998 come seconda sezione dell’antologia Saluti dal lago di Mandelbrot, una delle prime pubblicazioni della Delos Books (da non confondersi con il racconto omonimo ripubblicato nel 2019 nella collana Futuro Presente). La prefazione “d’epoca” è di Mirko Tavosanis, che oggi è professore associato di Linguistica italiana presso l’Università di Pisa.

Sei racconti di fantascienza ambientati in Spagna, originariamente pubblicati tra il 1986 e il 1992 su fanzine e riviste amatoriali, l’intero “ciclo spagnolo” di Franco Ricciardiello. Un’anomalia temporale sostituisce alla Penisola Iberica di oggi la Spagna del 1936, sprofondata nella guerra civile. Giornalisti e curiosi da tutto il mondo attraversano clandestinamente il confine per testimoniare come si viveva durante gli anni Trenta. Nell’anomalia, il Tempo scorre dalle prime ore del mattino fino a sera inoltrata, poi torna improvvisamente indietro al mattino, come un’altalena, giorno dopo giorno; ma cosa accadrebbe se questo equilibrio si rompesse? Un astrofisico premio Nobel per le sue scoperte sulla struttura dell’Universo lascia l’Italia, divenuta uno stato di polizia, e torna in Spagna dove anni fa visse una storia d’amore con una tedesca; la donna è morta da tempo, ma ha lasciato una figlia che è identica alla madre alla sua età. Lo scienziato è preoccupato per lei e per il giovane agente che li sorveglia da vicino, da troppo vicino. Un uomo ha ogni notte un sogno ricorrente: una ragazza bellissima che è sicuro esista nella realtà, da qualche parte, che non si ricorda mai di lui. La incontra davvero durante un viaggio in Spagna, ma la realizzazione del sogno scatena dinamiche misteriose, e la città dove si incontrano viene assediata da un esercito di morti che si fa largo combattendo strada per strada. Un italiano vive a Toledo coltivando piante sensibili all’umore degli esseri umani; nell’appartamento vicino al suo viene a abitare un anziano scrittore francese, malato terminale, insieme alla bellissima figlia. L’uomo ha scontato una condanna pluriennale per l’omicidio del fratello; le notizie dell’epoca parlano di un dramma della gelosia, ma il protagonista è convinto che ci sia una motivazione più profonda, legata all’elaborazione di un sistema elettorale “perfetto” che tenga conto della volontà di ogni singolo votante, e alle conseguenze per la democrazia. Una giovane coppia percorre un lungo itinerario nel Mediterraneo occidentale per inseguire le cupe visioni della donna, Arianna: mostri occultati da una densa nebbia di cenere che con il passare dei giorni diventa più pesante. A Granada, nei vecchi quartieri sotto la mole dell’Alhambra, il raccapricciante delirio aumenta, e la caligine si popola di smisurati insetti. Allo stesso tempo suo marito incontra Fernanda, una ragazza che è la perfetta replica della moglie, come se fossero due gemelle. La crisi precipita, la nebbia di cenere esce dalla mente di Arianna, e allora non sarà più solo lei a vedere i mostri che contiene. L’aumento di temperatura globale ha causato lo scioglimento dei ghiacci polari, il livello dei mari è aumentato sommergendo le città costiere. A Barcellona è in atto un imponente programma di recupero mediante una diga gigantesca; il direttore del cantiere subacqueo è un ingegnere italiano con una figlia cieca, che a causa di un incidente nucleare vede solo le vibrazioni del movimento, e una giovane moglie che subisce la corte dell’ispettore inviato dal Ministero per rivedere i costi del progetto. Sotto un cielo costantemente coperto e una pioggia insistente si svolge un dramma della gelosia a tinte fosche.

Contiene i racconti:

Tutti i miti dell’Ebro © 1986

Rive del Duero © 1988

Non giurammo fedeltà ad alcun re © 1987

Cronache dell’arabesco di pietra © 1989

Verrà il tempo della cenere © 1987

Effetto notte © 1992

Franco Ricciardiello, Cronache dell’arabesco di pietra

142 pagg. 10 €, ISBN 978-1650942049