Il caso Lana Del Rey / 2

2 – continua

Metto il vinile sul piatto dell’impianto stereo, alzo il volume, siedo in poltrona. Ikea Poang. Quadrifonia. Lana del Rey. Questa stanza ha un suono particolare: le pareti sono interamente ricoperte di scaffali pieni di libri, dal pavimento al soffitto, che restituiscono un effetto sonoro caldo, intimo. Partono gli archi, prima il violoncello, poi due violini a distanza di quattro battute uno dall’altro: potrebbe sembrare un’ouverture di Respighi o di Villa-Lobos, e invece ecco la voce, nelle note più basse del pentagramma in chiave di sol: si-si-la-si-la-la. È Lana del Rey: mezzosoprano drammatico, canta volutamente senza emozione, una voce “anestetizzata” come ha scritto qualche critico[i]. Per la rivista britannica NME, Del Rey canta «like a perfect mannequin»[ii]

Feet don’t fail me now
Take me to your finish line
Oh my heart it breaks every step that I take
But I’m hoping that the gates, they’ll tell me that you’re mine

A ogni ascolto, Born to die è una nuova sorpresa: una parola sussurrata che non avevo mai inteso, un violino all’unisono che sottolinea il canto, una singola nota diversa nel secondo passaggio di un ritornello, e l’incanto si riproduce.

La ventisettenne Elizabeth Grant non è più una perfetta sconosciuta per il pubblico americano quando nel 2012 viene distribuito il suo primo disco con lo pseudonimo Lana Del Rey. L’anno precedente, due videoclip autoprodotti “artigianalmente” sono diventati virali: c’è quindi una certa aspettativa quando Grant firma il primo contratto discografico. Due anni prima, fresca di università (una laurea breve in Filosofia) ha già distribuito un album in versione digitale con uno pseudonimo leggermente diverso, Lana Del Ray (con la A invece della E), rimasto in vendita solo per pochi mesi su Amazon e I-tunes, prima di venire ritirato in vista di una distribuzione con una major.

Per promuovere il primo album con il nome definitivo Lana Del Rey, il 14 gennaio 2012 Elizabeth Grant si presenta al prestigioso Saturday Night Live, famoso programma di varietà che va in onda il sabato sull’emittente NBC: canta dal vivo i due pezzi già famosi in rete, Blue Jeans e Video Games — ed è un autentico disastro. La sua prestazione live è imbarazzante: evidenti stonature, qualche tentativo di cantare in altra tonalità, «occhi da cerbiatto spaventato davanti ai fari di un’auto», come scrive il San Diego Union-Tribune. Lana Del Rey diventa lo zimbello degli spettatori che hanno visto la diretta. La maligna Juliette Lewis, una delle attrici meno dotate di Hollywood, pubblica un tweet: « Wow, guardare questa “cantante” su SNL è come guardare i dodicenni mentre in camera da letto fingono di cantare ed esibirsi.»

A dispetto della disastrosa performance in TV, l’album di debutto di Lana Del Rey, Born to die, uscito appena venti giorni dopo quel flop al SNL, è un successo gigantesco: con dodici milioni di copie vendute nel mondo (di cui 3,5 negli USA), raggiunge il primo posto in classifica in diversi paesi.

Born to die è un disco bellissimo, imprevedibile, spiazzante. Non si è mai sentito niente del genere in precedenza. La prima volta che l’ho ascoltato si è impresso così in profondità che la notte ho stentato a prendere sonno. Cercare di incasellare Born to die in un genere provoca solo frustrazione: si è parlato di rock alternativo, pop barocco, trip pop, dream pop, indie rock, rock psichedelico, desert rock, e persino sadcore, che è forse la definizione più suggestiva e indovinata. Io preferisco considerarlo alla stregua di un pop alternativo.

La title-track Born to die e le altre canzoni dell’album hanno influenzato un’intera generazione di voci nuove; cito per tutte l’inglese Annaca Espach, che oggi vive e lavora in California[iii]. «A sonic shift that completely changed the pop landscape», ha scritto sette anni più tardi, con il senno di poi, Alexa Souneya su Billboard.[iv]

Tenterò di definire alcune caratteristiche dell’opera di Lana Del Rey, consapevole dell’impossibilità di essere esaustivi:

  1. intro di poche battute, prevalentemente con strumenti ad arco, simile a un’overture di musica barocca; tra l’altro, gli archi sono utilizzati sistematicamente, nella maggioranza dei brani;
  2. assenza di sfumato ad libitum nel finale: tutti i pezzi hanno una naturale conclusione nella tonalità della dominante;
  3. il tempo dei brani è quasi sempre in Adagio; altri autori pop scelgono di iniziare in Adagio per passare durante il refrain al Presto, mentre le canzoni di Del Rey mantengono un tempo largo, talvolta ancora più lento nel ritornello; il ritmo è sempre e comunque ballabile;
  4. ampio utilizzo di tonalità in minore, che com’è noto suggerisce un’atmosfera più mesta, intima, riflessiva;
  5. la struttura delle canzoni è di solito composta da strofa, da pre-chorus e chorus, talora intervallati da un breve bridge;
  6. Lana Del Rey è una mezzosoprano, che in questo primo disco mantiene la voce prevalentemente nell’ottava più bassa: ciò che si definisce per convenzione mezzosoprano drammatico; il suo range vocale si estende per un totale di tre ottave, tre note e un semitono, da la2 a Mib6
  7. la sezione ritmica spesso non comprende la batteria, oppure questa entra solo nel ritornello; l’effetto di basso continuo è quindi svolto solo basso elettrico o dal contrabbasso.

Tutti questi elementi fanno sì che la musica di Lana Del Rey abbia un senso del tragico più effettivo di qualsiasi altra artista contemporanea (è più comune invece tra gli artisti maschi); la fama dark della musica di Lana Del Rey non è dovuta dunque unicamente alla confezione “cinematografica” che la critica americana vede come caratteristica della sua musica.

Particolare è anche il trattamento dei testi, dei quali è sempre autrice Elizabeth Grant. Anche qui cerco di riassumerne le caratteristiche:

  1. Lana Del Rey usa senza parsimonia espressioni triviali, quelle che in inglese si chiamano four-letter-words, “parolacce” molto dirette, inserite nel contesto di un American English colloquiale — benché spesso giustapposto a distanza di poche frasi a citazioni di poesia “alta”; i suoi album distribuiti negli USA riportano in copertina la fascetta «Parental advisory – explicit content» per avvisare i genitori che i figli minorenni potrebbero imparare qualcosa di sgradito dall’ascolto delle canzoni; in questo album di debutto l’uso è ancora limitato a frasi comeLove you more thean those bitches before, I’m your little harlot o Like a fucking dream I’m livin’ in; l’abitudine si consoliderà in numerose canzoni negli album successivi: a parte la provocazione di My pussy tastes like Pepsi cola (Cola, 2012), la progressione prosegue fino all’effetto straniante di Norman Fucking Rockwell!, dove alla profusione di parole “sporche” si accompagna il lirismo degli arrangiamenti e dei testi portato a sublimazione;
  2. talvolta l’accento del verso non coincide con quello della battuta, e allora le vocali si allungano, oppure le sillabe inciampano nella metrica, si comprimono, salvo poi al chorus successivo sostituire una parola con un’altra più gestibile; in altri casi Del Rey ripete due volte una sillaba per quadrare con le note: ca-cancer oppure ca-can you hear me?, fino a arrivare allo spelling di d-a-r-k; nella successiva Bartender (2019) giocherà addirittura su una singola consonante: Bar-t-t-tender.
  3. Lana Del Rey fa ampio utilizzo di citazioni musicali, cinematografiche e soprattutto letterarie; in questo primo album ci sono richiami al penitenziario di Rikers Island (NY), all’hotel Chateau Marmont sul Sunset Boulevard di Hollywood, a James Dean, i Beatles, Marilyn Monroe, Vladimir Nabokov e Walt Whitman (Lana Del Rey ha due nomi di scrittori tatuati sull’avambraccio sinistro: «Nabokov Whitman»), Bonnie & Clide, Arancia meccanica, infine tutta quella paccottiglia nazional-nostalgica per la quale negli USA usano il vocabolo «americana»: American dream came true somehow / I swore I’d chase ‘em till I was dead (Radio). Le citazioni si moltiplicano negli album successivi, sono a divenire una vera e propria cifra stilistica in Norman Fucking Rockwell!, l’album del 2019 del quale parlerò nel prossimo post.

La comparsa dell’album Born to die nel 2012 divide la critica. La proposta è così innovativa, così difficile è credere che l’autrice sia venuta su praticamente dal nulla, che c’è chi avanza l’ipotesi che Lana Del Rey non sia altro che un “personaggio” recitato da Lizzy Grant: un’operazione inautentica, dunque, accuratamente predisposta dall’industria della musica pop[v]. A parte l’ovvia considerazione che ci porta a domandarci quando mai nello show-business americano l’autenticità è stata considerata un valore?, ciò che pochi critici hanno compreso (ma molti fan hanno capito) è che le canzoni di Elizabeth Grant sono racconti¸ dei quali Lana Del Rey è solo la voce narrante. I suoi testi, specie nei primi album, raccontano di droga, di squilibro nei rapporti uomo-donna, di sopraffazione maschile, di dipendenza emotiva, di complicità femminile, in scenografie dark, dal gusto rétro e anche un po’ naïf: ma è chiaro che non hanno nulla di autobiografico, sono un elemento di una costruzione musicale-estetica che prevede un’aura vintage. In fondo, non si dovrebbe chiedere a una cantante più autenticità che a una scrittrice.

PAROLE FAMOSE – BORN TO DIE :

Come and take a walk on the wild side / let me kiss you hard in the pouring rain[vi] / you like your girls insane / chose your last words / this is the last time / ‘cause you and I, we were born to die

(Born to die)

I’m scared that you won’t be waiting on the other side

(Dark Paradise)

American dreams came true somehow / I swore I’d chase ‘em till I was dead / I heard the streets were paved with gold / that’s what my father said / No one even knows what life was like

(Radio)

The prettiest in-crowd  that you had ever seen / ribbons in our hair and our eyes gleamed mean / a freshman generation of degenerate beauty queens.

(This is what makes us girls)

2 – CONTINUA

NOTE

[i] Robert Copsey, Lana Del Rey: National Anthem, Digital Spy

[ii] Prya Elan, Lana Del Rey, National Anthem, NME, 2012 : «She sings like a perfect mannequin. It feels less like the evocation of true love and more like something workman-like, as if love is something to clothe yourself in for a moment and then unthinkingly step out of. Which seems like a fairly astute assessment of Kennedy’s view of his relationship with Monroe.»

[iii] Ascoltare per esempio la cover di Wicked game di Chris Isaak arrangiata da Ursine Vulpine (Frederick Lloyd) e cantata da Annaca Espach:

[iv] Alexa Souneya, Songs that defined the decade: Lana Del Rey’s “Born to die”, Billboard 21 novembre 2019

[v] Is Lana Del Rey  the kreyshawn of Moody, electro-tinged “Indie”?

[vi] Ogni fan sa che durante le esibizioni dal vivo, Lana Del Rey canta in questo punto «let me fuck you hard in the pouring rain»; per esempio, in questo concerto del 2017 a Parigi:

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