Città Hochiminh

Mentre camminiamo fianco a fianco durante la breve escursione tra le minoranze etniche al confine con la Cina, il ragazzo vietnamita che ci accompagna domanda perché ho scelto di venire in vacanza proprio in Việtnam. Io gli rispondo che il suo paese è parte integrante della mia adolescenza: ogni giorno al telegiornale seguivo le notizie della guerra, l’inarrestabile avanzata verso Sàigòn e l’impotenza dell’esercito americano. Così, a distanza di anni, mi è rimasta la curiosità di aggiornare la dimensione in bianco e nero da televisione anni Sessanta di questa terra in un certo senso mitologica — l’unico paese del mondo a avere vinto una guerra contro gli Stati Uniti.

La reazione del ragazzo alla mia risposta non è entusiasta, e mi pento delle mie parole. Ho già scoperto che i vietnamiti non amano parlare della “guerra americana”, forse avrei fatto meglio a dare una spiegazione più diplomatica. Eppure, con ogni probabilità è davvero questo il motivo che mi ha portato quaggiù dopo un volo di quasi dodici ore da Milano Malpensa a Hồchíminh via Parigi.

Thành phố Hồ Chí Minh (“Città Hồchíminh”) è oggi la metropoli del paese con i suoi cinque milioni e mezzo di abitanti ufficiali, più centinaia di migliaia di sconosciuti all’anagrafe. L’impetuoso sviluppo economico a partire dagli anni Novanta ha portato all’inurbamento di milioni di persone, anche perché le opportunità e gli stipendi in questa metropoli del sud sono di parecchio superiori alla media. La capitale del Việtnam, Hànội, dista da qui quanto Berlino dista da Palermo: per questa ragione Tp.Hồchíminh è un mondo a parte, con i suoi ritmi di vita, la sua passione per gli affari, la sua vocazione internazionale, la sua avversione strisciante per il Nord.

“Città Hồchíminh” è il nome imposto a Sàigòn alla fine della guerra americana e la riunificazione delle due repubbliche artificiosamente separate negli anni Cinquanta; ma gli abitanti usano ancora il vecchio nome, e qualche volta “Sàigòn” compare persino sui documenti ufficiali destinati agli stranieri. La città è cresciuta così tanto da inglobare l’aeroporto all’interno dell’aerea metropolitana. Mi aspettavo il consueto traffico congestionato delle metropoli asiatiche: la guida anarchica, l’ingolfamento, i tubi di scappamento implacabili, il sottofondo persistente del clacson. Invece l’autista inviato da Madam Cùc, proprietaria dell’albergo prenotato dall’Italia via Internet, si limita a chiedere pacatamente la strada con i fari contro la schiena dei ciclomotori, fitti come un banco di moscerini. Migliaia di coppiette avvinghiate strette sui sellini ci circondano nella calda aria stagnante della sera: sembra che tutti i ragazzini della città si siano dati appuntamento per lo “struscio” in questa serata prefestiva. A quest’ora a giugno, in Italia settentrionale la luce diurna rimane anche oltre le 21, ma ci troviamo molto più vicino all’equatore, qui alle 18 è già buio completo. Assecondando il traffico denso ma ordinato, percorriamo viali urbani che seguono la curva di un corso d’acqua, poi di un canale; attraversiamo quartieri dove il traffico è quasi completamente costituito da taxi e ciclomotori. La precedenza agli incroci è lasciata al caso, chi arriva per primo passa, chi proviene dalle altre direzioni scarta all’ultimo momento.

L’accoglienza all’Hotel 127, uno dei tre alberghi di Madam Cùc, è davvero calorosa. La ragazza alla reception ci offre un rinfresco, e per la prima volta nella nostra vita assaggiamo lo squisito caffè vietnamita, del quale ignoravamo l’esistenza. Una tazzina di acciaio con coperchio è posata sull’orlo di un semplice bicchiere di vetro, sul fondo del quale è già versato un denso strato di dolce latte condensato. In realtà la tazzina di metallo è un filtro: la miscela macinata viene pressata sul fondo bucherellato, poi si versa acqua bollente e il caffè stilla nel bicchiere goccia dopo goccia, uno strato nero sul bianco del latte. Il sapore è straordinario, sembra persino possedere un retrogusto di cocco. Non passerà giorno senza che beviamo più di un caffè vietnamita; saremo molto dispiaciuti nello scoprire che nelle città del nord il caffè in tazza ha sostituito questa piccola cerimonia, per assecondare i gusti dei turisti barbari.

Un effetto quasi scontato durante i miei viaggi intercontinentali è la delusione della prima notte. Le distanze aeree sono enormi, di solito il volo atterra la sera o il tardo pomeriggio, così si ha tempo di un primo giro in città quando è già buio: ciò significa spesso passeggiare per strade sudice e semideserte, illuminate da una fievole luce elettrica oppure oscurate da puntuali black-out. La prima impressione di Tp.Hồchíminh invece è subito positiva. In confronto a altre metropoli asiatiche, americane o africane le strade sono relativamente pulite, ancora affollate da una enorme umanità che si affanna per concludere la giornata: una quantità di persone in cerca di sollievo al caldo, fiumi di ciclomotori, centinaia di bancarelle sui marciapiedi che forniscono una ristorazione spiccia e assurdamente economica a base di phở, la zuppa di tagliolini in brodo di carne e verdure punto di partenza dell’alimentazione vietnamita.

Contrariamente alle attese non vedo poliziotti né altre divise in genere. Invece di cercare un ristorante decidiamo di cenare da Madam Cùc. Rientriamo all’Hotel 127 e chiediamo il prezzo, ci rispondono che la cena incredibilmente è gratis: una serie di piccoli involtini primavera e un enorme, saporito phở, che gustiamo con birra Tiger gelata e ventilatori a tutta velocità nella schiena.

Fino quasi a mezzanotte, un altoparlante molto vicino alla finestra della camera da letto ripete un annuncio incomprensibile, che termina con un elenco di nomi vietnamiti. Non riesco a capire di cosa si tratti, immagino qualche attività del Partito unico. Il giorno seguente, scesi in strada, ci accorgiamo invece che vicino all’hotel sorge un teatro, e che il proclama notturno è il programma dello spettacolo seguito dall’elenco di attori e personaggi.

Domenica mattina facciamo conoscenza con la città. Ci immergiamo nel mercato coperto di Bến Thành, che durante il periodo coloniale era noto come Les Halles centrales, un’enorme struttura a due piani di cemento armato (la cupola centrale è alta 28 metri) costruita nel 1914 intorno a cortili quadrati, dove sembra possibile trovare praticamente tutto. La consueta esperienza di colori, aromi e suoni ti investe appena metti piede sotto l’ombra del monumentale ingesso principale, che grazie alla quantità di fotografie è diventato uno dei simboli di Tp.Hồchíminh.

Dal mercato Bến Thành si arriva con una breve passeggiata al centro amministrativo di Tp.Hồchíminh, nella città francese: viali dritti e trafficati con caseggiati in ottimo stato di conservazione. Il più bello degli edifici pubblici è il seducente palazzo del Comitato del popolo, ex Hôtel de Ville, che risale ai primi del Novecento; bianco e elegante, con una galleria a porticato che corre tutto intorno al piano terra, è l’edificio più comune sui dépliant pubblicitari del Việtnam.

Vie leggermente in salita, fiancheggiate da baniani centenari, portano al palazzo della Riunificazione, che durante la guerra americana era la residenza presidenziale del Việtnam del sud, la repubblica fantoccio sostenuta dagli Stati uniti per evitare che le due metà del paese si riunissero sotto un governo comunista. Un vasto giardino circonda gli edifici, appena al di là della strada sorge un enorme complesso sportivo con campi da tennis, piscine, prati e palestre.

Pare che non si possa dire di conoscere Tp.Hồchíminh senza averla vista dallo scomodo sedile di un cyclo. Da questa posizione, più in basso del sellino di una bicicletta, ti senti davvero immerso nel traffico che ti sfreccia intorno, a destra e a sinistra, un moto che diventa quasi straordinario negli incroci per la precisione stocastica delle traiettorie. Il guidatore del cyclo pedala lentamente lungo il tracciato rettilineo degli interminabili viali, sorpassato in continuazione da ciclomotori e taxi; supera gli antichi alberi soffocati dall’ossido di carbonio, i venditori di compact disc pornografici seduti all’ombra, le cancellate degli edifici pubblici, le facciate dei palazzi aristocratici restaurati e curati. Occorre quasi un’ora di cyclo dal palazzo della Riunificazione alla periferia occidentale dell’immensa città cresciuta a dismisura. La nostra meta è la pagoda di Giác Lâm, la più antica di Tp.Hồchíminh. Un Buddha di pietra dell’altezza di alcuni metri decorato di giallo e azzurro accoglie pellegrini e visitatori; alla sua sinistra le tombe dei monaci più venerabili, ornate con croci gammate e colori vivaci. L’interno della pagoda è il regno dell’ombra e del silenzio, odore di lacca e polvere, fumo di incenso e deboli riflessi di luce nei vetri delle teche, sui candelabri, sulle foto degli antenati in giacca a cravatta appese alle pareti. Le calzature devono essere abbandonate al confine tra le ruvide mattonelle rosse e quelle bianche e nere, più ricercate. Ci sono donne inginocchiate sui tappeti davanti all’altare principale, stracolmo di quella abbondanza asiatica che disdegna l’ordine razionale e la simmetria. Statue dorate di dimensioni diverse, bandiere, steli di incenso, frutta e piattini si mischiano ai piedi di Adiđà e di Tich Ka, il Buddha del passato e il Buddha storico (Siddharta). Sulle pareti scure tutto intorno, i Bodhisattva tengono in mano rotoli di preghiera; i postulanti appendono biglietti con i nomi dei malati da guarire. Nelle sale fresche e buie affacciate sul riflesso luminoso dei cortili, lunghe tavole di legno imbandite con piatti e ciotole testimoniano un sentimento religioso molto differente da quello occidentale. Nel cortile sul retro monaci e religiose osservano con curiosità e benevolenza.

Molto diverse sono le pagode della numerosa comunità cinese del quartiere di Chợlớn, dove finalmente i guidatori di cyclo accettano di portarci dopo molte insistenze. Tradizionalmente, la minoranza cinese è sempre stata molto attiva e economicamente determinante, in modo speciale nel Việtnam meridionale, fino agli anni Settanta. A partire dal 1978, a causa della rapida guerra contro la Cina e per timore di persecuzioni, migliaia di cinesi espatriarono clandestinamente su imbarcazioni di ogni tipo, facile preda dei pirati del mare; a distanza di decine di anni, oggi i cinesi che hanno fatto fortuna all’estero (Australia, Canada, Stati Uniti) fanno ritorno ai luoghi di insediamento tradizionale per acquistare immobili e avviare attività commerciali.

Nel quartiere di Chợlớn, la pagoda di Thiên Hậu, popolare dea di Hong Kong e Taiwan, è una festa della lacca e del rosso. Bastoncini carminio fumano nella sabbia di bracieri enormi; lunghe spirali coniche di incenso scarlatto appese al soffitto portano il cartellino con il nome del postulante; un modellino di nave in legno ricorda che Thiên Hậu è in grado di sorvolare gli oceani a bordo di un tappeto per salvare i naviganti in pericolo. La pagoda di Phước An Hội Quán è riccamente ornata con statuette di porcellana e intarsi di legno. Sul tetto ci sono decorazioni di ceramica con numerose figure umane e animali; all’interno, nella luce naturale che piove dai tetti, bracieri di pietra e ottone, incensi, statue buddiste e taoiste immerse in una fresca tranquillità che rigenera.

Foto © Franco Ricciardiello

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