Sognavamo metropoli d’acciaio

Il presente post è il testo dell’intervento che ho tenuto in pubblico al MuFant, Museo dalla fantascienza e del fantastico di Torino, il 13 novembre 2022, in occasione della Biennale Tecnologia Torino, il cui programma era dedicato alla Città.


Le Città Futura nella letteratura di fantascienza: non solo macchine volanti

Nel suo secolo abbondante di vita, la fantascienza non ha raccontato solo extraterrestri, astronavi, robot e viaggi nel tempo; fino dai suoi albori come genere letterario, al centro del suo immaginario c’è stata anche la Città.

La città è il centro propulsore della seconda rivoluzione industriale, il luogo dove la tecnica si dispiega con tutta la forza, dove la scienza trova laboratori, cervelli, centri di ricerca, dove sorgono fabbriche e si concentra la manodopera, dove il denaro si forma e si moltiplica. La città sembrava, alle generazioni di inizio Novecento, una porta su un magnifico futuro di progresso.

Ancora più che nel passato, oggi la città diventa una vetrina dell’intelligenza umana, il volto della civiltà, ed è facile intuire che la sua importanza crescerà ancora nei prossimi anni.

La città del futuro ha affascinato non solo scrittori e scrittrici, ovviamente; anche l’illustrazione di fantascienza si è nutrita dei medesimi sogni, anzi parola e immagine si sono alimentate l’una con l’altra:

“Le città del futuro hanno affascinato gli illustratori di fantascienza almeno quanto hanno affascinato gli scrittori e molte illustrazioni hanno dipinto vaste e complesse strutture che gli artisti si sono raffigurate con gli occhi della mente. Strade scorrevoli, marciapiedi sopraelevati, marciapiedi mobili, taxi aerei, apparecchiature per lo spostamento aereo individuale, corsie per il traffico automatizzato per macchine controllate da computer, enormi edifici di vetro e grandiose cupole che racchiudono intere metropoli… La lista è infinita e la varietà senza fine.”

(Frederik Pohl, “Introduzione a una sociologia aliena”, in Enciclopedia della fantascienza, vol,. 5, editoriale Del Drago 1980)

Questo intervento vuole presentare, per sommi i capi ma spero anche, in maniera approfondita, la varietà dei modi in cui la Città è stata protagonista della letteratura di fantascienza, tenendo anche presente l’immaginario degli artisti visuali, in omaggio a quel “circolo virtuoso” di ispirazione che attinge a un sense of wonder rintracciabile nell’illustrazione di fantascienza, come nella narrativa.

La città del 2000

Un breve excursus esemplificativo deve giustamente partire dalla proto-fantascienza dell’Ottocento.

Un luogo comune ormai piuttosto frusto individua il valore degli autori di science-fiction nella loro capacità di “pre-vedere” il futuro, cioè invenzioni tecnologiche, scoperte scientifiche, tendenze sociali. Dimostriamo meraviglia verso chi ha saputo immaginare cent’anni prima il sottomarino, lo strapotere delle multinazionali o il viaggio nel tempo, dimenticando invece tutte le volte che questa supposte “previsioni” sono sbagliate, come i marciapiedi semoventi, l’antigravitazione o il viaggio spaziale superluminale. La verità è che gli autori e le autrici non hanno alcuna volontà di prevedere il futuro, si limitano a informarsi su tendenze attuali e a scegliere fra queste tutto ciò che può essergli utile per la storia che sta scrivendo, che sia plausibile o meno.

Questa ricerca di “acume anticipatorio” nella fantascienza è particolarmente forte nei non addetti ai lavori, e si rivolge soprattutto agli autori che hanno ambientato le loro storie nelle città future.

Jules Verne scrive nel 1863 Parigi nel XX secolo (sarà pubblicato solo nel 1994), immaginando la capitale francese cent’anni dopo, nel 1960. Metropolitana sotterranea, ambienti climatizzati, una rete mondiale di trasmissione dati via telegrafo e una sorta di tele-visione per trasmettere a distanza suoni e immagini caratterizzano questo mondo futuro, in cui troviamo anche naturalmente grattacieli, autoveicoli a gas, persino macchine per il calcolo meccanizzato. La storia è basata sul conflitto tra il dominio della tecnica, che regola ogni aspetto della vita in città, e i gusti e le attitudini del protagonista Dufrénoy, neolaureato in lettere antiche, che si scontra con una società poco indulgente verso l’arte e la letteratura, perché tutta protesa verso il profitto. Il finale tragico, pessimista, indusse l’editore di Verne a rifiutare la pubblicazione, nel timore di danneggiasse la fama del suo autore in rapida ascesa; soltanto nel 1989 i discendenti ritrovarono il manoscritto in una cassaforte.

Una storia dei giorni futuri (1899) di H.G. Wells è tra i primi esempi di preoccupazione per i disagi dell’urbanizzazione eccessiva: si tratta di un racconto lungo, di solito incluso nella raccolta Racconti dello spazio e del tempo. La città è, naturalmente, la tentacolare Londra, che quando Wells scriveva, a fine ottocento, aveva cinque milioni di abitanti (su una popolazione britannica totale di 25 milioni). La forma narrativa è quella della storia d’amore tra due giovani, l’ereditiera Elizabeth e l’operaio non qualificato Denton, ambientata nel XXII secolo, quando Wells ipotizza che la capitale abbia raggiunto i trenta milioni d’abitanti. La popolazione è “stratificata” in una rigida divisione di classe, con gli operai che abitano i livelli inferiori, anche sotterranei insalubri, la middle class in superficie e i più abbienti in grattacieli che godono dell’aria aperta e della luce del sole.

Londra è caratterizzata da tutto l’immaginario tecnologico dei magazine e delle illustrazioni dell’epoca: marciapiedi semoventi, ponti tra i grattacieli, autostrade a scorrimento veloce che collegano le quattro megalopoli presenti in Inghilterra, attraverso una campagna per lo più disabitata. Una caratteristica che non sempre sarà possibile riscontrare nelle storie dei decenni successivi è quella di un pervasivo advertising che pubblicizza i prodotti, e di una forte influenza dei mass media. Non c’è permeabilità tra le classi, nessun tipo di ascensore sociale: lo stato è controllato da megacorporazioni che regolano ogni aspetto, e qualsiasi tentativo di emancipazione rischia di rimanere frustrato e precipitare i protagonisti ancora più giù, nei meandri della società.

Elizabeth e Denton, il cui matrimonio è osteggiato dal padre di lei, dopo un tentativo di vita indipendente in campagna — dove non riescono a abituarsi all’assalto di una natura che considerano selvaggia — sono costretti a tornare a Londra, nei quartieri riservati alla classe media. Le loro risorse economiche si esauriscono, e precipitano nel futuro senza speranza dei lavoratori manuali, nei grandi impianti di produzione del sottosuolo.

Del 1907 è Le meraviglie del 2000 di Emilio Salgari, storia di due uomini che viaggiano avanti nel tempo dal 1903 al 2003, ritrovandosi in un futuro di trasporti sotterranei, macchine volanti, città sottomarine e anche città galleggianti nell’oceano. Gli eroi di Salgari percorrono tutto il mondo, dall’America (che in quegli anni per l’autore poteva ben rappresentare la punta più avanzata della modernità) al polo, dall’Atlantico all’Europa. Le città sono diventate autentiche megalopoli con decine di milioni d’abitanti; da notare che gli abitanti di Brooklyn soffrono l’elettricità presente in elevata concentrazione nell’aria, che li rende in preda a una frenesia inarrestabile.

Géndarmerie” di Rostyslav Zagornov, Londra

La città-mostro

A fine 1953, e poi in volume l’anno successivo, Isaac Asimov pubblica Abissi d’acciaio, nel quale presenta per la prima volta due personaggi seriali che avranno molta fortuna; questo è infatti l’episodio iniziale del ciclo dei Robot, che vede protagonisti il poliziotto Elijah Baley e l’androide R. Daneel Olivaw. Gli abissi d’acciaio del titolo sono il ventre della sovrappopolata New York del futuro, protetta da una cupola colossale, i cui abitanti hanno un tenore di vita miserando secondo i nostri standard. L’alloggio medio è poco più di un cubicolo, i servizi igienici sono bagni pubblici in comune, e anche l’alimentazione avviene in mense collettive, per risparmiare spazio. La città è talmente chiusa in se stessa che i suoi abitanti soffrono una forma di grave agorafobia: negli spazi aperti, fuori dagli abissi d’acciaio, non si sentono a loro agio. Grande è il contrasto con i circa 50 pianeti esterni colonizzati, dove gli esseri umani godono di molto spazio, di una medicina avanzata, di aria salubre e del lavoro degli automi, che sono invece rifiutati dai terrestri. Ecco una descrizione sommaria della città all’inizio del capitolo 2, nella traduzione di Giuseppe Lippi:

Sulla strada celere c’era la solita folla: i passeggeri in piedi sui livelli inferiori e quelli con diritto a sedere sui superiori. Un fiume continuo di umanità abbandonava la strada per abbordare i nastri locali o le uscite che, mediante ponti e arcate, immettevano negl’infiniti labirinti dei settori cittadini. Dalla parte opposta un flusso altrettanto continuo di viaggiatori saliva sulla strada sfruttando i nastri acceleratori. C’erano luci infinite: pareti luminose, volte che sembravano sgocciolare una fredda fosforescenza, insegne lampeggianti che attiravano l’attenzione, lo splendore crudo e uniforme delle «lucifere» che indicavano: DIREZIONE PER IL JERSEY, SEGUIRE LE FRECCE  PER LA NAVETTA DELL’EAST RIVER, LIVELLI SUPERIORI PER I SETTORI DI LONG ISLAND.  Ma soprattutto c’era il rumore che è inseparabile dalla vita: il suono di milioni di persone che parlavano, ridevano, tossivano, si chiamavano l’un l’altra. Nessuna indicazione per Spacetown, pensò Baley. Balzava da nastro a nastro con la facilità di chi è abituato da tutta una vita. I bambini imparavano a “saltare sui nastri” non appena erano in grado di camminare. Baley a stento si accorgeva dell’accelerazione, nonostante la velocità aumentasse a ogni passo. Né si rendeva conto di stare leggermente piegato in avanti, contro la spinta. In trenta secondi raggiunse l’ultimo nastro, quello dei cento all’ora, e poté trasbordare sulla piattaforma mobile, protetta da un tunnel di vetro, che era la strada celere.

Nel 1956 viene pubblicato La città e le stelle del britannico Arthur Clarke, ambientato miliardi di anni nel futuro, in un pianeta molto invecchiato rispetto a oggi: i mari sono scomparsi, le terre inaridite, l’umanità ridotta agli abitanti di un’unica città, Diaspar. La vita è regolata da un computer centrale, e sono le macchine a permettere che gli esseri umani vivano in questa specie di paradiso, dove però soffrono di agorafobia; in realtà, gran parte degli abitanti di Diaspar sono personalità “dormienti” in banchi di memoria, e solo alcuni vengono “travasati” in corpi viventi estremamente longevi: quando muoiono, vengono nuovamente reincarnati. L’incipit del romanzo è celebre tra gli appassionati di fantascienza:

Come un gioiello scintillante, la città giaceva nel cuore del deserto. Una volta aveva conosciuto sviluppi e trasformazioni, ma ora il Tempo scorreva senza alterarla. Il giorno e la notte si avvicendavano sul deserto; nelle strade di Diaspar l’oscurità non scendeva mai. Le lunghe notti d’inverno potevano ben gelare il deserto ricoprendolo di brina, ma la città non conosceva né il freddo né il caldo. Diaspar non aveva contatti col mondo esterno; era un universo a sé.
In passato gli uomini avevano costruito città, e alcune erano durate secoli, altre millenni, finché il Tempo non ne aveva cancellato perfino i nomi. Solo Diaspar aveva sfidato l’Eternità e si era difesa contro il logorio delle epoche e la decadenza.

Diaspar è descritta secondo l’iconografia classica delle città del futuro: “anelli di edifici a torre e terrazze, di altezza sempre crescente, formano la maggior parte della città: si stendevano per chilometri e chilometri, avvicinandosi gradatamente al cielo, sempre più complesse, monumentali, imponenti. Diaspar era stata disegnata come entità; era un’unica, poderosa macchina.” La città è caratterizzata da strade mobili, locali sotterranei, rampe, edifici a spirale, un fiume che forma laghetti intorno a un parco idilliaco, per una dimensione totale di una trentina di chilometri di raggio, cioè fino ai bastioni merlati esterni: “oltre quei bastioni, null’altro che la volta del cielo. Non c’era nulla, oltre quei bastioni, null’altro che la spaventosa solitudine del deserto, dove un uomo sarebbe ben presto impazzito.”

Dello scrittore britannico J.G. Ballard è un’altra città-mostro, quella descritta nel racconto Città di concentramento (1957). Non conosciamo neppure il nome della città, che sembra estendersi all’infinito in tutte le direzioni, un spazio chiuso fatto di abitazioni, corridoi, vie di passaggio, spazi comuni, palazzi edifici che si prolungano su uno sproposito di livelli diversi. Anzi, proprio l’interrogarsi sulla sua natura infinita è il motore della trama, con il protagonista Franz, studente di fisica, che si domanda se esista qualcosa fuori dalla città, che sembra essere rimasta sempre uguale dalla sua fondazione; per questo intraprende un viaggio in metropolitana senza la minima idea di quanto tempo occorrerà per raggiungerne gli ipotetici confini, la stazione terminale, il punto in cui termina l’artificiale, il costruito, e inizia il naturale.

* * *

La riflessione sulla città come luogo dell’utopia e della distopia trova un nuovo impulso con la nascita della fantascienza sociale, alla fine degli anni Cinquanta, che dispiegò il suo influsso sugli autori anglosassoni fino oltre la metà degli anni Settanta. La science fiction comincia a riflettere non più su tecnologie futuribili, mondi alieni o viaggi spaziali, bensì sull’evoluzione della società, dal punto di vista politico, economico e etico. Al centro della riflessione della migliore fantascienza viene posto quello che Alvin Toffler definì “choc del futuro”[1].

Nel 1971 Robert Silverberg pubblica Monade 116, un romanzo composito ottenuto mettendo insieme diversi racconti: ogni capitolo infatti, pur ambientato nello stesso luogo e nello stesso tempo, ha protagonisti e trama a se stante. Il titolo originale è già indicativo dell’ambientazione: The world inside, “il mondo dentro”, cioè all’interno delle Monadi Urbane (Urbmons), piramidi d’abitazione alte fino a mille piani, oltre tre chilometri d’altezza, con quasi un milione di abitanti l’una, che caratterizzano la Terra del 2381. 75 miliardi di individui vivono sul pianeta. Ogni torre, divisa in 25 “città” di 40 piani l’una, è autosufficiente, chiusa all’esterno; si nasce, vive e muore senza mai uscirne. Naturalmente le classi alte, gli “amministratori”, vivono ai piani superiori.

Guerra, fame, criminalità sono un ricordo del passato. Malgrado il mondo sia caratterizzato da un’esplosione demografia inarrestabile, non viene posto alcuni limite alla fertilità e alla procreazione, l’accoppiamento è incoraggiato, come pure la libertà dei costumi sessuali. Naturalmente, la vita privata, l’intimità, sono considerate deviazioni. Eppure, il numero di persone alla ricerca di qualcosa d’altro, dell’evasione da questa utopia obbligatoria è in continuo aumento, e questo viene considerato non solo moralmente riprovevole, ma una vera e propria forma di devianza: una situazione pericolosa in una società che pratica il concetto di tolleranza zero verso questa forma di asocialità.

“L’ultima frontiera” © Alejandro Burdisio, Córdoba (Argentina)

La città disabitata

Di poco successivo, eppure ancora più vicini al cuore pulsante della fantascienza sociale, è il romanzo Dhalgren (1975) di Samuel R. Delany, che presenta una delle città più indimenticabili della science fiction di tutti i tempi: l’immaginaria Bellona, ubicata nel territorio degli Stati Uniti, ma senza indicazioni geografiche precise; da alcuni cenni, si può immaginare sia nel Midwest, me le sue caratteristiche non corrispondono a alcuna città realmente esistente.

Città di dimensioni medio-grandi, Bellona è da tempo isolata dall’esterno, in uno stato di abbandono, in preda a incendi e tumulti razziali che ricordano la rivolta dei ghetti USA negli anni Sessanta-Settanta. Il protagonista, un giovane che sembra non possedere passato, arriva a Bellona e ci vive per qualche tempo; la città è praticamente in mano una banda di teppisti criminali, gli Scorpioni, e vive nel mito di un uomo di colore, George Harrison, che sembra la personalità più in vista. Niente appare scontato, non c’è nulla di prevedibile in questo romanzo di ottocento pagine. Leggiamo in Ritratto del fantascientista da giovane di Antonio Ippolito, che Bellona:

sembra cambiare forma e aspetto ogni giorno: non c’è mai la certezza che un percorso seguito ieri, oggi conduca alla stessa destinazione. Addirittura, avvengono fenomeni fisici incomprensibili: come la comparsa di una seconda luna una notte, o il sorgere di un sole enorme un pomeriggio; per non parlare degli incendi che sembrano ardere eternamente negli stessi edifici, per poi magari scomparire senza lasciare traccia. […] i protagonisti vivono una vita “liberata” secondo le aspirazioni della contro-cultura degli anni ’60, che Delany sembra voler ritrarre una volta per tutte, celebrare e poi dimenticare.”

Davvero, Bellona appare come la sublimazione della stagione libertaria americana: la liberazione sessuale, la presa di coscienza dei ghetti e l’opposizione alla guerra in Vietnam.

Disabitata è anche la città senza nome, ma nella quale si può riconoscere Londra, di La città definitiva (1976) di J.G. Ballard. L’esaurimento dei combustibili fossili ha portato a un totale cambio di paradigma della civiltà; le metropoli sono state abbandonate, ora la gente vive in città-giardino fondate su energia solare e eolica. Il protagonista è un giovane che subisce il fascino del passato dinamico e violento; si reca nella città deserta, dove si unisce a un gruppo di nostalgici e, utilizzando la benzina rinvenuta nei serbatoi di milioni di automobili abbandonate, mette in funzione generatori elettrici in quantità sufficiente a ripristinare un isolato, con negozi, abitazioni, uffici, supermercati. Tuttavia, ha successo solo nel riprodurre il disordine, la violenza e la criminalità. La dissennata operazione di recupero del passato industriale-fossile, che si può solo attuare con il ritorno della violenza irrazionale e di un simulacro di consumismo esasperato, termina con una farsa-tragedia che disperde di nuovo i protagonisti dell’impresa.

L’atteggiamento di Ballard nei confronti della società dei consumi è ambiguo. Da una parte il suo protagonista rimpiange il glamour, la vitalità, l’iper-attività del capitalismo industriale, dall’altra il suo fallimento sottolinea l’impossibilità di continuare lo sfruttamento di risorse non riproducibili. Il XX secolo è stata un’epica di splendore e orrore che ha segnato un passaggi importante della civiltà umana, però è una storia chiusa: l’avvenire è collettivo, e l’iniziativa individuale comporta il ritorno di quanto d’irrazionale possedeva il capitalismo liberista.

Klaus Pillon, Lione (Francia): Mappa per un gioco cyberpunk, distribuzione indipendente

Lo sprawl: la città cyberpunk

Terminati gli anni della social science fiction, non bisogna attendere a lungo perché una nuova corrente della fantascienza rimetta la città al centro della riflessione: si tratta naturalmente del cyberpunk, che ha inizio negli anni Ottanta con autori come William Gibson, Bruce Sterling, Pat Cadigan.

In particolare, Gibson è autore di una serie di libri indicata come “trilogia dello sprawl”, dove ‘sprawl’ è un termine inglese che si usa come sostantivo nell’espressione ‘urban sprawl’, traducibile in italiano con ‘città diffusa’. I protagonisti dei romanzi Neuromante, Giù nel ciberspazio e Monna Lisa Cyberpunk si muovono nella conurbazione della costa est degli USA, tra Boston e Atlanta, descritta come una proiezione futuribile di caratteristiche già riscontrabili nell’odierna Tōkyō: un territorio antropizzato fino alla saturazione, caotico e invivibile, dove si mescolano etnie e culture da tutto il mondo e nel quale spesso è impossibile far rispettare le leggi — la periferia sembra avere assorbito l’intera città, con enormi arcologie abitative costruite da corporazioni economiche divenute infinitamente più potenti degli stati nazionali. Utilizzando un vocabolo d’origine giapponese, che indica complesse strutture economiche in posizione dominante su un mercato, Gibson chiama zaibatsu queste mega-corporazioni.

Le zaibatsu, le multinazionali che plasmavano il corso della storia umana, avevano trasceso le antiche barriere. Visti come organismi, avevano raggiunto una specie d’immortalità. Non si poteva uccidere una zaibatsu assassinando una dozzina di dirigenti che occupavano i posti-chiave; ce n’erano altri che aspettavano di salire la scala, di occupare i posti rimasti liberi, di avere accesso ai vastissimi banchi di memoria della grande compagnia.

L’estetica dello sprawl di Gibson sembra nutrirsi delle invenzioni visive del film Blade Runner (1982) di Ridley Scott, liberamente tratto da un romanzo di Philip Dick, ma molto diverso in quanto a scelte; e questa estetica innovativa si travasa da Gibson e Blade Runner all’illustrazione e al cinema di fantascienza, condizionandoli per decenni, fino a contaminare l’immaginario del nuovo distopico di inizio millennio. Leggiamo in Neuromante:

Una foresta di neon, la pioggia che sfrigolava sul marciapiede arroventato. L’odore del cibo che friggeva. Le mani di una ragazza rinserrate dietro il fondo della sua schiena, nell’oscurità torpida di una bara sul lato del porto.

Tutti abbiamo presente l’estetica della città cyberpunk, riverberata in film, illustrazioni, spot televisivi, videoclip musicali: dalla letteratura e del cinema hard boiled ha ereditato le atmosfere notturne, le luci artificiali, lo stridore di pneumatici, la velocità dei mezzi di trasporto; da Blade Runner arriva il clima danneggiato, la pioggia interminabile, lo smog; dai manga giapponesi, la paranoia cospiratoria di soggetti che rimangono fuori dalla narrazione, ma che rappresentano forze con le quali i protagonisti devono confrontarsi.

Lo sprawl è una super-Tōkyō frenetica e violenta, la cui dimensione si prolunga della profondità del cyberspazio — vocabolo, non dimentichiamolo, inventato proprio da Gibson.

Le città ferite

Voglio esaminare congiuntamente due titoli della seconda metà degli anni ottanta, cioè Una maschera per il generale (1987) di Lisa Goldstein e La città, poco tempo dopo (1989) di Pat Murphy, che hanno molti punti di contatto: entrambi i romanzi sono ambientati nella San Francisco Bay in un mondo post-catastrofe, hanno una protagonista femminile (e un’autrice donna) e raccontano il tentativo di restaurazione di un potere statale messo in atto da un generale; in entrambi i romanzi, la resistenza è rappresentata da un gruppo di giovani artisti.

Una maschera per il generale. Un disastro provocato da un virus informatico ha causato il collasso degli USA; il potere è nelle mani del generale Otis Gleason, un autocrate che ha instaurato uno stato di polizia. Mentre il resto del mondo si è salvato dalla catastrofe, l’America è chiusa in uno spietato isolamento che impedisce un’autentica ripresa; è in vigore un razionamento alimentare, come pure il divieto di circolazione all’interno degli Stati, e un controllo ossessivo inibisce qualsiasi iniziativa politica. A Berkeley, dall’altra parte della baia rispetto a San Francisco, un gruppo di giovani dissidenti, i Mascherai, organizza una sorta di culto pseudo-animista, che prevede l’uso di elaborate maschere facciali cui attribuisce il potere di influenzare la personalità di chi la indossa, e di rivelare lo spirito animale nascosto in ogni essere umano.

La più famosa tra i Mascherai è la carismatica Layla, che lavora in trance al progetto più ambizioso della sua vita: fabbricare una maschera per il generale Gleason, con le sembianze da corvo, che sia in grado di aiutare l’uomo a tornare in contatto con la propria anima e sollevare il suo tallone di ferro dal paese.

La Berkeley di Lisa Goldstein è una città quasi intima, fatta di vie strette dove si aprono botteghe artigiane o dedite al riciclo, locali per la ristorazione pubblica e abitazioni; l’America ha perduto la sua dimensione verticale e internazionale.

La città, poco tempo dopo. La civiltà si è disgregata per la pandemia dovuta a un virus mortale, uno spill-over dalle scimmie agli esseri umani cha ha decimato la popolazione del pianeta. Sparute e isolate, le comunità cittadine devono fare per sé: ma c’è il tentativo di ricostruire gli Stati Uniti sotto l’azione di un uomo forte, il generale Miles, che sottomette una dopo l’altra le città usando la violenza di un esercito organizzato.

A San Francisco un gruppo di artisti ha costruito una serie di grandi installazioni con materiale di recupero trovato nella città pressoché abbandonata. La protagonista Jax ha la visione di un angelo della morte, e si reca a San Francisco per avvertire gli abitanti dell’imminente invasione da parte del generale, il quale ha dichiarato che la città è abitata da senzadio. Ben sapendo che sarebbe impossibile resistere militarmente, gli artisti organizzano una difesa con metodi nonviolenti per demoralizzare i soldati, aiutati in questo da manifestazioni apparentemente inspiegabili, legate al passato della città.

Entrambi i romanzi raccontano città ripiombate in uno stato in cui la tecnologia è residuale, e mettono in scena trame legate a elementi non razionali.

Pat Murphy lamentò che i critici giudicassero il romanzo “un ritorno alla sensibilità degli anni Sessanta, dei figli dei fiori, come se pace e pacifismo fossero temi ormai fuori moda, qualcosa di già fatto, che non c’è bisogno di rifare; l’implicazione era che tale posizione non fosse realistica e non si adattasse al mondo reale in cui viviamo”.[2]

Forse l’autrice era semplicemente in anticipo sui tempi, perché entro pochi anni il solarpunk avrebbe riportato al centro del dibattito la questione della non-violenza.

Un’altra città ferita della fantascienza contemporanea è la metropoli per eccellenza, New York City. Kim Stanley Robinson, tra gli autori più conosciuti fuori dai confini di genere, ha pubblicato nel 2017 il romanzo New York 2140.

Per effetto dello scioglimento dei ghiacci artici, il livello dei mari si è innalzato, sommergendo aree costiere. Nella metropoli di New York, per esempio, l’isola di Manhattan è parzialmente sommersa, i grattacieli sono collegati da ponti sospesi, le classi più abbienti si sono spostate in zone più elevate, all’asciutto, lasciando i quartieri allagati ai residenti che non possono permettersi di andare altrove. Quasi tutta la storia di svolge in un grattacielo, ma MET Tower, il cui responsabile della sicurezza si accorge di un tentativo di boicottaggio nelle fondamenta, parallelo a un’offerta di acquisto in blocco dell’intero palazzo; si scoprirà che è in atto una grossa speculazione immobiliare per sostituire i residenti di Lower Manhattan, della quale il MET Tower è solo una prima mossa, con conseguente aumento di valore delle proprietà. Intanto, un uragano colpisce con catastrofica violenza, costringendo New York allo stato di emergenza: ne consegue una rivolta di chi ha perso tutto contro l’un per cento degli abitanti più ricco, chiuso nei suoi quartieri e nei suoi palazzi per non aprire gli alloggi vuoti e sfitti ai nuovi senza casa.

Opera per il concorso solarpunk Atomhawk, di Oliver Tsujino, Middlesborough (Gran Bretagna)

La città postmoderna

In La città e la città (2009) lo scrittore britannico China Miéville mette in scena una delle ambientazioni più incredibili della letteratura fantastica: le città “gemelle” di Besźel e Ul Qoma, situate probabilmente nei Balcani, che condividono letteralmente lo stesso territorio, pur essendo due città-stato separate.

Le vie, gli spazi, gli edifici sono rigorosamente divisi tra aree totali, cioè appartenenti all’una o all’altra, e alcune zone intersezionali dove le due città coesistono, sebbene i cittadini dell’una e dell’altra non possano avere contatti. Concetto chiave di questa forzata convivenza è l’atto del “disvedere”, che consiste nell’ignorare per convenzione qualsiasi cosa non appartenga alla città in cui ci si trova legalmente: una rigorosa preclusione mentale auto-imposta che rende possibile la coesistenza. Eventuali infrazioni provocano l’intervento dell’istituto della Violazione (in originale, Breach), una forza di polizia dotata di vasto potere, deputata a ricondurre l’infrazione allo status quo.

Unico contatto ammesso tra Ul Qoma e Besźel è la porta di passaggio, dogana e frontiera, che introduce i cittadini di una città nell’altra, con la conseguenza dell’obbligo di “disvedere” la città di provenienza. A Besźel e Ul Qoma, che si sono separate a partire da un evento storico denominato frattura, si parlano addirittura due lingue diverse, il besź (scritto in caratteri cirillici) e l’illitano (scritto in caratteri latini). Le due città differiscono sottilmente in una serie di dettagli: architettura, leggi, abitudini, mode, cultura, cucina; la religione principale a Besźel è il cristianesimo ortodosso, mentre Ul Qoma è ufficialmente secolarizzata, e i culti sono mal tollerati.

Ma non basta: l’autore introduce un terzo elemento, la misteriosa città di Orciny, che consiste negli interstizi delle prime due, che forse è solo un mito, oppure è la base di una fantomatica organizzazione che pur di non essere scoperta ha commesso un omicidio, sul quale deve indagare il protagonista, un poliziotto di Besźel: il romanzo ha infatti la forma narrativa di un hard boiled.

“Solare urbano”, di NEUR_, Bangkok (Thailandia)

La città solarpunk

La civiltà del futuro sarà sempre più caratterizzata dalla vita urbana. Già oggi le città ospitano metà della popolazione mondiale, e nell’affrontare il passaggio all’era post-industriale dovranno garantire un’elevata qualità della vita, ottimizzando al massimo le risorse per raggiungere la sostenibilità ambientale.

“Post-industriale” non significa tuttavia “non industriale”. Leggiamo in Solarpunk. Design e estetica postindustriale di Eric Hunting:

La possibile organizzazione dello spazio fisico della civiltà del solarpunk sarà dominata da centri urbani, città satellite di agglomerati minori ma pur sempre urbani […] disposti lungo una piccola rete di vie di transito.

Secondo Hunting nella fase transitoria, una sorta di “crepa” nella civiltà industriale, si assisterà all’occupazione e riconversione dei centri commerciali, all’abbandono dei grattacieli, all’espandersi di orti sui tetti e nei cortili. La nuova cultura postindustriale inizierà a emergere in questo periodo intermedio. La nuova architettura — modulare e costruita con tecniche robotiche, come la stampa 3D su larga scala — e la vecchia architettura adattata coesisteranno in egual misura, realizzate con materiali alternativi e sostenibili. La maggior parte delle progettazioni originarie dei prodotti sarà open source e decentrata in “fablab” di comunità.

Tra le diverse correnti, onde e sottogeneri nate in un secolo all’interno della fantascienza, il solarpunk è la prima a esordire nel campo dell’illustrazione, per poi contagiare l’immaginario narrativo: pensiamo a quel misto di iconografia afrofuturista e art nouveau che è quasi una cifra distintiva degli artisti che si cimentano nell’illustrazione solarpunk. Alcuni racconti brevi, soprattutto in antologie compilate da case editrici indipendenti negli USA, sembrano scritti appositamente per giustificare questa estetica, che risulta comunque molto stimolante per il pubblico, dal momento che è in grado di riprodurre quel sense of wonder che caratterizzava la fantascienza degli anni d’oro.

Una di queste antologie, Multispecies Cities, sottotitolo solarpunk urban futures, contiene ventiquattro racconti su un tema particolare: la “città multispecie”.

Nella chiamata alle armi con cui la casa editrice invitò gli scrittori a collaborare, si legge:

Per ottenere un futuro migliore, dobbiamo prima immaginarlo. Ma in questo momento cruciale per il nostro pianeta, è importante immaginare un futuro che includa le molte altre specie con cui condividiamo il nostro mondo. Le città tendono ad essere antropocentriche, progettate per il comfort e la comodità degli umani, spesso con scarso riguardo per le piante, gli animali e gli insetti. Anche la fantascienza tende all’antropocentrismo, interessata sia ai grandi successi che ai fallimenti dell’umanità. Per questa antologia, vogliamo vedere storie che indagano il rapporto dell’umanità con il resto del mondo naturale. Cerchiamo storie che riconoscano gli esseri umani come parte di un ecosistema più ampio, personaggi che si sforzano di trovare l’equilibrio (piuttosto che il dominio) sulle creature che li circondano, ambientazioni che rappresentino un equilibrio ottimistico tra natura e tecnologia.

L’appello si chiudeva con un esplicito invito a scegliere l’ambientazione nella regione Asia-Pacifico, o almeno a includere qualche legame tematico con quella parte del mondo. Anche se il tema è stato centrato solo parzialmente dalla maggior parte degli autori e autrici, che non hanno descritto solo ambientazioni urbane (come se risultasse ostico immaginare l’evoluzione della città), compaiono alcuni temi caratterizzanti: la questione energetica, la convivenza con gli animali,  il verde cittadino.

Tre sono i testi più interessanti dal punto di vista della città.

“Untamed” di Timothy Yam è ambientato a Singapore, paese dell’autore; una giovane teppista viene condannata, a causa di un piccolo furto, a un lavoro sociale: accudire il grande orto verde sul tetto di un condominio, sotto la tutela-sorveglianza di un vecchio giardiniere cinese. Il lavoro manuale e una nuova responsabilità influiscono positivamente sul suo atteggiamento verso la vita, il contatto con la vita vegetale rappresenta il movente che necessita alla protagonista per avviarsi sulla strada del riscatto.

“Mariposa awakening” del filippino Joseph F. Nacino presenta un’originale soluzione per impedire che l’innalzamento del livello dei mari inondi la metropoli di Manila: una barriera di mangrovie sulle cui radici cresce un fungo semi-intelligente.

Il breve “A life with Cibi” della giapponese Tanaka Natsumi tocca un argomento un po’ scabroso: la distribuzione erga omnes di cibo gratuito avviene tramite esseri viventi, i Cibi, creati tramite ingegneria genetica: animali che se ne vanno in giro per le città, e che sono fonti ambulanti di alimentazione, dato che chiunque abbia fame può ritagliare una porzione del corpo per nutrirsi; i tessuti ricrescono automaticamente, anzi il Cibus muore se non viene regolarmente “mutilato”. Questo rappresenta un soluzione definitiva al problema della fame nel mondo, anche se ai nostri occhi sembra vagamente ripugnante.

Anche in Italia alcuni tra gli autori e le autrici che partecipano al progetto Atlantis, una collana di ebook a tema solarpunk della quale il sottoscritto è editor, e che è pubblicata dalla casa editrice Delos Digital, hanno scelto di raccontare le città del futuro.

Per esempio, Laura Silvestri in Lasciate fare a Elvis descrive una borgata di periferia della Roma del futuro prossimo, afflitta dalla scarsità di acqua; invece di partecipare alla competizione tra condomìni per accaparrarsi la preziosa risorsa, gli abitanti di un palazzo (indifferentemente romani da più generazione o immigrati da paesi esteri) decidono di mettere da parte piccole rivalità per gestire la questione in solidarietà. In contrasto con uno dei dogmi della narrazione distopica, scoprono che una comunità solidale offre un vantaggio incomparabile rispetto a un conflitto che consuma risorse; senza nostalgie per lo sfrenato consumismo, i protagonisti si dimostrano adatti al futuro sostenibile che ha ridimensionato la civiltà industriale. Scrive in una sua recensione Giulia Abbate, che il racconto rappresenta “una lettura divertente e un punto di vista vitale e costruttivo, che non nega le criticità e i pericoli del mondo, ma si distingue dalle lagne distopiche alle quali l’industria dell’intrattenimento tenta di assuefarci.”

La città del futuro immaginata da Pee-Gee Daniel in Okaytopia è la capitale di un mondo unificato e in pace, non certo grazie all’intelligenza dei suoi abitanti, ma per imposizione di Mister Okay, un imperscrutabile extraterrestre con poteri da super-eroe giunto sulla Terra, instillando nell’intero genere umano una fiducia che ha dato una svolta alla storia dell’umanità sotto tutti i punti di vista: etico, sociale, scientifico, tecnologico. Trent’anni dopo, durante una gita scolastica nel centro di questa città futuribile, arricchita da musei e monumenti, un gruppo di ragazzi assiste allo scontro tra Mister Okay e i soliti anti-supereroi con poteri straordinari, che cercano di conquistare il mondo. Lo stile dell’autore è umoristico, con un graffiante sarcasmo.

Infine, Silvia Treves in Margine di Incertezza ci presenta una “micronazione galleggiante”, la città di Fortunata, agro-cooperativa libertaria fondata nel periodo più buio dell’emergenza climatica: un’isola  artificiale galleggiante che vuole rappresentare una felice utopia ma che si trova a fronteggiare la crisi di emigranti che dalle basi umane sulla luna e nella fascia degli asteroidi vengono ri-spediti sulla Terra, perché in esubero secondo le imprese private che ne sfruttano le risorse minerarie.

Franco Ricciardiello, 2022
Victoria Gee, Ottawa (Canada)

Bibliografia delle opere citate

  • AA.VV., Multispecies cities: solarpunk urban futures. A cura di Christoph Rupprecht, Deborah Cleland, Norie Tamura, Rajat Chaudhuri, Sarena Ulibarri, World Weaver Press 2021
  • Isaac Asimov, Abissi d’acciaio (The caves of steel, 1954), varie Edizioni Mondadori
  • J.G. Ballard, Città di concentramento (The concentration city, 1957), in Tutti i racconti, Fanucci
  • J.G. Ballard, La civiltà del vento (The ultimate city, 1976), Mondadori 1977
  • Arthur C. Clarke, La città e le stelle (The City and the Stars, 1956), trad. Hilja Brinis, Mondadori 1957
  • Pee-Gee Daniel, Okaytopia, gro-cooperativa libertaria e aspirante micronazione nata nel periodo più buio dell’emergenza climatica
  • Samuel R. Delany, Dhalgren (Dhalgren, 1975), ed. Libra 1982
  • William Gibson, Neuromante (Neuromancer, 1984), Giù nel ciberspazio (Count Zero, 1986), Monna Lisa Cyberpunk (Mona Lisa overdrive, 1988), ed. Nord (1986) e Mondadori (1988, 1991)
  • Lisa Goldstein, Una maschera per il generale (A mask for the General, 1987), trad. di Gaetano staffilano, Mondadori 1988
  • Eric Hunting, Solarpunk Designi ed estetica post-industriale, (Solarpunk: post-industrial design and aesthetics, 2020), traduzione di Federica Bulciolu, Future Fiction 2021
  • Pat Murphy, La città, poco tempo dopo (The City, not long after, 1989), trad. di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, Sperling & Kupfer 1993
  • Kim Stanley Robinson, New York 2140 (New York 2140, 2017), trad. di Annarita Guarnieri, Fanucci 2017
  • Emilio Salgari, Le meraviglie del 2000 (1907), Rizzoli 1999
  • Robert Silverberg, Monade 116 (The world inside, 1971), ed. Delta 1974
  • Laura Silvestri, Lasciate fare a Elvis, in Archeologie del basso futuro, a cura di Franco Riciardiello, Delos Digital 2022
  • Alvin Toffler, Lo choc del futuro (Future Shock, 1970), Rizzoli 1971
  • Silvia Treves, Margine di incertezza, in Ancora il mondo cambierà, a cura di Franco Ricciardiello, Delos Digital 2022
  • Jules Verne, Parigi nel XX secolo, (Paris au XXe siècle, 1863), Newton Compton 1995
  • H.G. Wells, Una storia dei giorni futuri (A story of the days to come, 1899), trad. Paolo Carta, diverse edizioni Mursia

Note

[1] Toffler ha coniato il termine “choc del futuro” (future shock) per riferirsi a ciò che accade a una società quando il cambiamento tecnologico-scientifico avviene troppo velocemente, il che si traduce in confusione sociale e normale interruzione dei processi decisionali

[2] Pat Murphy, Postfazione a La città, poco tempo dopo, Sperling & Kupfer 1993

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