Primo Levi a Vercelli

di ANNA RICCIARDIELLO

L’esordio letterario dell’autore di «Se questo è un uomo»

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, la ricorrenza istituita dall’ONU per commemorare le vittime dell’Olocausto. La data è stata scelta in ricordo del 27 gennaio del 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa liberarono i superstiti detenuti nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz, in Polonia, considerato oggi un simbolo universale del folle progetto di Hitler e della tragedia ebraica. Per gli italiani, in questa ricorrenza, è impossibile non ricordare Primo Levi, lo scrittore e chimico torinese che, reduce proprio da Auschwitz, scrisse “Se questo è un uomo” e dedicò buona parte della sua vita alla testimonianza della terribile esperienza vissuta, affinché non venisse mai meno il ricordo di quel che accadde. Egli divenne, col passare degli anni, lo scrittore dell’Italia contemporanea più conosciuto nel mondo. Le sue opere sono state tradotte in quarantuno lingue e il libro “Se questo è un uomo” ha venduto fino a oggi, nella edizione Einaudi, più di due milioni e mezzo di copie, escluse le versioni ridotte o adattate per la scuola media.

Lo scrittore, di cui il 31 luglio 2019 ricorrerà il centenario della nascita, è oggi un classico della letteratura, ma non tutti sanno che per anni Primo Levi frequentò assiduamente Vercelli e proprio su un giornale vercellese avvenne il suo esordio letterario. Per spiegarne il motivo occorre fare un passo indietro nel tempo e raccontare la storia di un’amicizia profonda, che durò tutta la vita.

La vita nell’appartamento milanese

Ada Della Torre era una cugina di secondo grado di Primo Levi. Quando andò a vivere, per motivi di lavoro, a Milano nel 1942, era una giovane donna di 28 anni, brillante, intelligente e coltissima: aveva due lauree, in giurisprudenza e in lettere, e fu assunta dalla casa editrice Corbaccio. Ben presto l’appartamento in via San Martino, di proprietà della sua famiglia e in cui viveva da sola, la sera si trasformò in una sorta di cenacolo per i giovani torinesi trasferiti a Milano. La raggiunsero Primo Levi – che all’epoca era un ventitreenne da poco laureato in chimica a pieni voti ed era stato assunto alla Wander, una fabbrica svizzera di medicinali che aveva sede a Crescenzago, alla periferia del capoluogo lombardo – e il suo amico Silvio Ortona, che di anni ne aveva 26, era laureato in giurisprudenza e aveva trovato impiego in una piccola ditta di spedizioni. I due ragazzi si erano conosciuti nell’estate del 1939 ed erano diventati presto inseparabili. Silvio aveva appena trascorso alcuni mesi in Inghilterra, per imparare l’inglese, ma per i giovani laureati ebrei ormai era impossibile trovare un lavoro a Torino, a causa delle leggi razziali.

Milano era una città più grande, più vitale e più aperta di Torino, e per gli ebrei era più facile trovarvi lavoro. “A Milan lavoren tucc”, si usava dire a quel tempo, agli inizi degli anni Quaranta.

Alle serate a casa di Ada partecipavano assiduamente anche altri quattro giovani: Eugenio Gentili Tedeschi era architetto, aveva 26 anni come Silvio e con lui e Primo condivideva l’amore per la montagna e le scalate; Carla Consonni era la ragazza di Eugenio, lavorò con lui in uno studio di architettura e in seguito in una galleria d’arte; Emilio Diena era ingegnere alla Olivetti, ed era colui che riforniva il gruppo di sigarette; infine c’era Vanda Maestro. Aveva 23 anni, era laureata in chimica come Primo e proprio di lui era innamorata.

Il tempo era di guerra ma i sette ragazzi avevano tutti un’età compresa tra i 23 e i 28 anni e l’energia e la voglia di divertirsi della giovinezza. Riuscivano a coltivare i propri interessi, partecipando alla comunque vivace vita culturale milanese: Primo e Silvio, in particolare, andavano ai concerti, al cinema e a teatro, anche se a volte gli spettacoli si interrompevano perché suonavano le sirene dell’allarme aereo. E la sera nell’appartamento di Ada pensavano e parlavano di tutto: di letture, di sogni e progetti, delle loro esperienze di lavoro e soprattutto di passioni. Inventavano giochi intellettuali, e poi cantavano canzoni divertenti, anche mimate. In quel periodo leggevano di tutto e tutti scrivevano poesie. «Fu il periodo più formativo della nostra vita» disse Silvio. Quelli che animavano maggiormente le serate erano proprio quest’ultimo, Primo e Ada. Si scherzava: Silvio chiamava Ada bidottore, per via delle sue due lauree, mentre Eugenio la chiamava cugimo, che significava cugina di Primo. Ada, Silvio, Euge e Primo scrissero insieme anche due libretti; li chiamarono “Libri segreti”. Erano esilaranti, pieni di satira sul fascismo; di battute sul razionamento, sulla censura, sulle leggi razziali; di vignette ironiche e caricature disegnate da Euge, che ritraevano anche la vita quotidiana del gruppo di ragazzi. Quei libretti, che in realtà erano quaderni acquistati da un tabaccaio sotto casa, erano per quell’epoca pericolosissimi.

I giovani stavano vivendo una fase di transizione. Avevano ormai capito cosa fosse il fascismo, ne sentivano una forte avversione e se ne distanziavano, ma non avevano ancora imparato a opporvisi in modo deciso ed efficace. Subivano la situazione con distacco e ironia, ignari, almeno in parte, della tragedia che infestava l’Europa.

La tragica presa di coscienza e la prigionia

La situazione precipitò rapidamente con i bombardamenti pesanti su Milano del 1943 e con l’8 settembre: il governo Badoglio annunciò l’armistizio, ma la guerra continuava. Le forze armate tedesche occuparono il Nord e il Centro Italia. Per i sette giovani torinesi arrivò il momento della presa di coscienza etica e politica che portò ciascuno a passare dalle parole ai fatti, per vie diverse, e a lottare contro il nazifascismo entrando a far parte della Resistenza. Il gruppo si dissolse; anche Silvio e Primo si separarono: Silvio si unì ai partigiani sui monti del biellese, l’amico trovò rifugio in Val d’Aosta, dove lo seguì anche Vanda insieme a una sua carissima amica, Luciana Nissim, che si era da poco laureata in medicina.

Entrarono a far parte di un gruppo partigiano ad Amay, frazione di Saint-Vincent. Se Primo trascorse poco più di un mese e mezzo come partigiano, a Vanda e Luciana toccarono meno di due settimane. Levi fu arrestato il 13 dicembre 1943 durante un rastrellamento della milizia fascista presso Brusson e imprigionato ad Aosta, dove furono portate anche Vanda e Luciana. Quando Ada Della Torre apprese la notizia era disperata e cercò di escogitare un piano insieme a Silvio Ortona per liberarli, ma fallì. Primo, Vanda e Luciana furono inviati al campo di concentramento di Fossoli, a Carpi in provincia di Modena. Infine, nel febbraio del 1944, furono deportati ad Auschwitz. Durante i cinque terribili giorni di viaggio, stipati insieme con altre 45 persone in un vagone di un treno merci, Primo e Vanda rimasero sempre abbracciati. Sperarono e si ripromisero di rimanere insieme durante la prigionia, non potendo immaginare ciò che li aspettava. Giunti ad Auschwitz furono immediatamente separati e non si rividero mai più. Vanda dal campo di sterminio non fece ritorno: la sua vita terminò all’età di 25 anni, quando nell’ottobre del 1944 fu mandata in una camera a gas. Il dolore del suo ricordo accompagnò Primo Levi per tutta la vita.

Il ritorno a Torino

Dopo la liberazione del campo ad opera dell’esercito russo, Levi peregrinò per nove mesi in un’Europa devastata dalla guerra, prima di riuscire a tornare nella sua Torino, il 19 ottobre 1945.

Si ricongiunse finalmente alla sorella e alla madre, tornando a vivere nella casa di corso Re Umberto, dove era nato, e dove abitò per il resto della sua vita. Ritrovò subito anche i suoi amici.

Ada Della Torre il giorno in cui aveva saputo dell’arresto di Primo aveva preso la sua decisione. Era diventata una staffetta per i partigiani, tra Ivrea e Torino. Silvio rimase tutto il tempo con i garibaldini nel Biellese. Non appena finì la guerra, rivide Ada e le dichiarò il proprio amore. Si sposarono nel 1946 e andarono a vivere a Vercelli, dove Silvio si era già trasferito poiché era diventato segretario della Federazione comunista cittadina. Primo, che nel frattempo aveva trovato lavoro in una fabbrica ad Avigliana, venne più volte a trovare i suoi amici durante la loro permanenza a Vercelli. Era molto provato psicologicamente: gli amici, per aiutarlo, gli consigliarono di raccontare, di scrivere, per testimoniare ma anche per riuscire a elaborare il suo dolore.

L’ex detenuto 174517 (questo era il numero che venne assegnato a Levi nel Lager e che portò tatuato sul braccio per il resto della vita) iniziò a scrivere praticamente ovunque e in ogni momento: durante i viaggi in treno, sul tram, nelle pause di lavoro.  Nel dicembre1945 scrisse la sua prima poesia nella forma definitiva e completò il capitolo di “Se questo è un uomo” intitolato “Storia di dieci giorni”.

L’esordio letterario

Primo Levi, durante una visita agli Ortona, mostrò una poesia che aveva scritto il 28 dicembre 1945, circa due mesi dopo il suo ritorno a Torino. Così l’esordio assoluto di Primo Levi avvenne a Vercelli, con il testo poetico “Buna Lager”. I 22 versi furono pubblicati nella terza pagina del settimanale comunista “L’amico del popolo”, di cui Silvio Ortona era direttore. Apparvero nel numero 26 dell’anno secondo, datato 22 giugno 1946 e costituiscono la prima pubblicazione di Primo Levi che sia attualmente nota.

La Buna citata nel titolo era la fabbrica di gomma sintetica destinata a sorgere all’interno di uno dei sotto-lager satelliti di Auschwitz; alla sua costruzione Primo Levi lavorò con altri diecimila deportati, in condizioni di schiavitù. Il testo poetico ci presenta la fabbrica dello sterminio mentre funziona a pieno regime, con una ritmica martellante. Con il primato che le assicurano le sue date di composizione e di pubblicazione, “Buna Lager” testimonia che Levi scolpì innanzitutto in versi quel Lager che aveva appena cominciato a raccontare in prosa. “La poesia mi ha colto in flagrante” avrebbe ammesso Levi molto tempo più tardi. Nove mesi dopo, nella primavera del 1947, su “L’amico del popolo” uscirono a puntate cinque episodi del libro che venne in seguito pubblicato col titolo “Se questo è un uomo”. Vennero presentati sul giornale da Silvio Ortona sul numero del 29 marzo 1947 con questo annuncio: «Per gentile concessione dell’autore iniziamo con questo numero la pubblicazione di passi di un libro di prossima pubblicazione: “Sul Fondo”, riguardante il campo di eliminazione di Auschwitz». Mentre Silvio Ortona donava ai lettori per la prima volta una parte del capolavoro di Primo Levi, la sua vita privata fu allietata dalla nascita, il 16 marzo del 1947, dei suoi due gemelli: Guido e Sandro.

Il 5 aprile fu pubblicato il secondo episodio, con il titolo “Sul Fondo”; il 17 maggio fu pubblicato il terzo: “Haeftlinge (Prigionieri); il quarto fu pubblicato il 24 maggio, col titolo “Le nostre notti”.

Infine, a circa un anno di distanza da Buna Lager, il 31 maggio 1947, andò in stampa anche “Un incidente”, cioè il quinto degli episodi. Fu accompagnato da una poesia che sulle pagine del settimanale si intitolò “Salmo”. Fu questo il titolo originario dei versi più celebri di Primo Levi: “Vi comando queste parole”. Levi abolì del tutto il titolo quando scelse proprio quei versi come epigrafe di “Se questo è un uomo”. La poesia oggi è nota in tutto il mondo col titolo Shemà.

Tutti gli amici e la sorella Anna Maria lessero il manoscritto dell’intero libro di Primo Levi e lo incoraggiarono a offrirlo a un editore, così egli lo portò di persona alla casa editrice “Einaudi” di Torino, che si trovava a pochi isolati da casa sua.

Il libro fu rifiutato e restituito al mittente da Natalia Ginzburg, con motivazioni generiche. La stessa, più tardi negli anni, affermò di essere stata portavoce della decisione di alcune persone che all’epoca, presso la casa editrice torinese, contavano assai più di lei, tra le quali, in particolare, Cesare Pavese. Si trattò di un enorme errore da parte della casa editrice. Certo capitò ad altre edizioni e spesso con i più grandi scrittori: da Proust a Kafka; in Italia a Italo Svevo e a Tomasi di Lampedusa, ma il rifiuto della Einaudi fu un colpo che Primo Levi non dimenticò mai.

La pubblicazione nelle edizioni “De Silva”

Nel 1947 vi furono accadimenti che finalmente portarono un po’ di gioia e serenità nella vita dello scrittore.

La sorella di Primo, Anna Maria, portò il manoscritto a una piccola casa editrice di Torino, la De Silva; l’editore ne riconobbe subito lo straordinario valore e ne fu entusiasta. Levi nel settembre del 1947 sposò Lucia Morpurgo, un’insegnante di 27 anni di cui si era innamorato e che gli fu accanto con profonda dedizione per sempre. – In poche ore sapemmo di appartenerci, non per un incontro, ma per la vita – disse Levi. Un mese più tardi “Se questo è un uomo” (il titolo del volume fu scelto dall’editore) venne pubblicato in 2500 copie nell’ottobre del 1947; di queste ne furono vendute solo 1500, per lo più nel torinese.

A dicembre Levi accettò un posto di chimico in laboratorio presso la SIVA, una piccola fabbrica di vernici isolanti per cavi elettrici. La Società Industriale Vernici e Affini era stata fondata in corso Regina Margherita 274 a Torino, dall’imprenditore biellese Federico Accati. Nel 1953 la SIVA si trasferì a Settimo Torinese. Levi vi continuò a lavorare fino al pensionamento, dopo esserne diventato, in alcuni anni, prima direttore tecnico e poi direttore generale.

Solo nel 1958 la Einaudi pubblicò il libro “Se questo è un uomo” nella versione che tutti conosciamo e che divenne presto un successo universale.

Gli anni seguenti il successo e la fama

Nel ‘63 la famiglia Ortona si trasferì a Torino e gli incontri con Primo Levi divennero ancora più frequenti. Ada della Torre venne a mancare nel 1986; il lutto e la lunga malattia che lo precedette addolorarono molto lo scrittore torinese. L’anno successivo la morte di Ada vi fu tragica scomparsa di quest’ultimo, all’età di 67 anni.

Primo Levi scrisse altri romanzi, saggi e racconti, tradusse libri, collaborò con “La Stampa”, rilasciò interviste (anche televisive), tenne conferenze, si recò in tutte le scuole in cui venne invitato, determinato a portare, in maniera infaticabile, la sua testimonianza, e il libro “Se questo è un uomo” assurse nel tempo a simbolo tragico della Shoah.

Forse all’epoca della pubblicazione nelle edizioni “De Silva” i tempi non erano ancora maturi e i lettori non erano pronti a leggere pagine dedicate a una tragedia che sentivano ancora troppo recente e dolorosa. Non esisteva ancora un vasto pubblico a cui rivolgere il racconto, dato che tutti erano reduci e tutti facevano in qualche modo parte della storia nella quale il lager era inscritto. La testimonianza andava portata ad altri, a chi non c’era, a chi non sapeva o avrebbe preferito non sapere, agli indifferenti, agli increduli.

Grande merito ebbe Franco Antonicelli, intellettuale antifascista e anima della casa editrice “De Silva” che, come Silvio Ortona, credette da subito nel libro. Era stato, in precedenza, direttore della collana “Biblioteca Europea” delle edizioni Frassinelli, e aveva fatto tradurre e conoscere in Italia opere di Kafka, Melville e Joyce. Antonicelli cercò di promuovere la vendita di “Se questo è un uomo” con ogni mezzo disponibile a quell’epoca: anticipazioni, annunci a stampa, una brochure a colori. Fece stampare anche un volantino: un foglietto a colori ripiegato in due. All’interno vi erano una foto di Levi e una frase che lo stesso scrisse dietro richiesta dell’editore, per spiegare il contenuto della propria opera:

«Questo libro non è stato scritto per accusare, e neppure per suscitare orrore ed esecrazione. L’insegnamento che ne scaturisce è di pace: chi odia, contravviene a una legge logica prima che ad un principio morale».

                                                    Anna Ricciardiello

Intervista al professor Guido Ortona

Il figlio del direttore dell’Amico del Popolo ricorda Primo Levi

di ANNA RICCIARDIELLO

Guido Ortona, uno dei figli di Silvio e Ada Della Torre, è nato a Vercelli nel 1947. È stato professore di Politica Economica nell’Università del Piemonte Orientale, nella sede di Alessandria, e in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla LUISS di Roma. Attualmente è in pensione e vive a Torino, dove l’ho incontrato per questa intervista.

Professore, i suoi genitori le parlavano di Primo Levi?

Certo, Levi era cugino di secondo grado di mia madre; erano quasi coetanei e molto affiatati. Inoltre mio padre era un grande amico dello scrittore, fin da quando si conobbero, nell’estate del 1939.

I miei genitori mi hanno raccontato che Primo rientrò a Torino, dopo l’esperienza in campo di concentramento, molto provato. Tutti gli amici cercarono di stargli vicino come poterono e gli consigliarono caldamente di scrivere, sperando potesse essergli d’aiuto. Mio padre dopo la guerra si trasferì a Vercelli per ragioni di lavoro e dopo il matrimonio, avvenuto nel 1946, mia madre lo seguì.

Sua madre era una donna straordinariamente colta, trovò lavoro anche lei a Vercelli?

Sì, divenne subito un’insegnante d’italiano. Lavorava nella Scuole Borgogna e poi nella media Verga, che all’epoca si trovava in piazza Cesare Battisti, nella attuale sede dell’ITI (prima del trasferimento nella sede di via Trino, avvenuto nel 1973). Continuò il suo lavoro d’insegnante anche dopo che la mia famiglia si trasferì a Torino, nel 1963, e fino al suo pensionamento.

Primo Levi, Ada Della Torre e Silvio Ortona

Suo padre le raccontò il motivo per cui gli scritti di Primo Levi furono pubblicati per la prima volta a Vercelli?

Mio padre a Vercelli fondò il giornale della Federazione comunista “L’Amico del Popolo”, insieme a Francesco Leone. Il primo numero fu pubblicato il 25 settembre 1945. Ne divenne presto il factotum e ne assunse la direzione. Aveva bisogno di testi di qualità per il suo settimanale, d’altro canto Primo gli mostrava sempre ciò che scriveva. Mantenne questa abitudine tutta la vita, fino al suo ultimo libro, che avrebbe dovuto intitolarsi “Il doppio legame”, ma rimase incompiuto per la morte dello scrittore. Mio padre in quei primi anni del dopoguerra riconosceva già il grande valore di ciò che Primo produceva ed era certo che pubblicare lo avrebbe aiutato anche da un punto di vista psicologico. Il primo episodio del libro che oggi conosciamo con il titolo “Se questo è un uomo” apparve su “L’amico del popolo” nel marzo del 1947, proprio a pochi giorni di distanza dalla mia nascita.

Lei incontrava Primo Levi? Ne ha dei ricordi personali?

Ne ho moltissimi. Il cugino di mia madre frequentava assiduamente Vercelli, per far visita ai miei genitori. Ne ho un ricordo vivido. Primo Levi era un uomo serio, di grande rigore morale, così come è sempre apparsa a tutti la sua immagine pubblica, ma era anche traboccante di un sottile e ironico senso dell’umorismo; di mente aperta, disposto a ridere e di grande gentilezza. Mi è sempre rimasto impresso un episodio apparentemente banale: un giorno eravamo seduti a tavola. Io ero un ragazzino delle elementari. Stavo armeggiando con un tubetto di maionese nel tentativo di aprirlo, quando all’improvviso il contenuto schizzò dritto in faccia a Primo che mi stava seduto accanto. A quell’epoca il ‘68, con la sua rivoluzione culturale, e di conseguenza anche pedagogica, era ancora lontano e non esisteva la benevola accondiscendenza e pazienza che negli anni successivi si è diffusa nei confronti del comportamento dei bambini. Ciò nonostante io non fui affatto redarguito. Primo scoppiò in una fragorosa risata e di conseguenza tutti i commensali risero molto del pasticcio che avevo combinato. Lo ricordo con affetto.

Gli incontri tra i suoi genitori e Primo Levi proseguirono a lungo nel tempo?

Proseguirono per tutta la loro vita. Nel ‘63 la mia famiglia si trasferì a Torino, con grande gioia di mia madre, che sentiva molto la mancanza dei vecchi amici e degli stimoli culturali offerti dalla grande città.

In seguito al trasferimento a Torino, per la nostra famiglia le serate in compagnia di Primo Levi furono ancora più assidue, si può dire un appuntamento fisso del sabato sera. Primo ci raggiungeva a casa nostra, spesso con sua figlia Lisa, che è nata nel 1948, quindi affine per motivi di età a me e a mio fratello Sandro. Nel gruppo erano presenza fissa anche Bianca Guidetti Serra e altri amici torinesi di sempre, quelli degli anni dell’adolescenza e della giovinezza. Erano serate molto piacevoli, di cui serbo un ricordo bellissimo: le trascorrevamo insieme, adulti e ragazzi. Si cenava, poi si conversava di tutto, anche della situazione politica italiana e internazionale, ma non ricordo di aver mai sentito parlare gli adulti, in quelle occasioni, dei ricordi dolorosi: non accennavano mai alla guerra o all’esperienza in campo di concentramento alla presenza di noi ragazzi. Si facevano anche giochi di società, come ad esempio gare di poesia con rima obbligata. Gli incontri serali tra i miei genitori e Primo Levi sono proseguiti, si può dire, fino alla morte, anche se io, con l’arrivo del Sessantotto, iniziai a uscire la sera e non vi partecipai quasi più. L’amicizia profondissima legò i miei genitori a Primo Levi fino all’ultimo giorno.

Anna Ricciardiello

Scarica post in .pdf

Il presente post è già apparso sul settimanale “Notizia Oggi Vercelli” del 21 gennaio 2019

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.