1Q83 — parte III

Questo intervento conclude una breve serie di tre post dedicati a altrettanti nomi nuovi della fantascienza italiana. Senza alcuna intenzione di fare torto a altri che ancora non conosco, ho semplicemente voluto fare omaggio a tre autrici che mi hanno impressionato quando, tornato a leggere con continuità fantascienza dopo anni di disaffezione, ho scoperto che la consapevolezza della scrittura si è molto elevata rispetto ai tempi in cui frequentavo il fandom. Preciso per l’ultima volta che i tre nomi protagonisti di questi post hanno in comune la pubblicazione prevalentemente su eBook, l’interesse per le scienze e l’anno di nascita (il 1983).

Il terzo e ultimo nome è quello di Giulia Abbate.

Giulia Abbate è nata a Roma il 6 febbraio 1983; ha studiato all’Università Roma 3, quindi si è laureata in Editoria alla Statale di Milano, dove si è trasferita a vivere dal 2004. Tre anni dopo apre insieme all’amica di sempre, Elena Di Fazio, un’agenzia letteraria, Studio83, che offre servizi di coaching di scrittura: valutazioni di opere inedite, impaginazione eBook, ricerca editori. Nel 2007 Abbate e Di Fazio pubblicano un’antologia a quattro mani, Lezioni sul domani, che nel primo anno in cui è scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore Il castello volante totalizza oltre 2000 download. Ancora insieme a Di Fazio, cura la collana Futuro presente di Delos Digital. È sposata e ha due figlie. A proposito della propria scrittura, ha detto:

«Grandi temi filosofici e cambiamenti planetari implicano conseguenze che posso descrivere solo calandole in una vita singola, descrivendole in piccoli dettagli, dedicandomi alle cose pratiche che sono quelle quotidiane, quelle che definiscono la nostra vita. I temi sono quelli tipicamente umani. La vita, la morte. Le relazioni interpersonali, le reazioni individuali. Le domande di senso. Femmine contro maschi. Come si stermina una mansueta tribù aliena con il minimo sforzo e facendo pure bella figura.»[i]

Questo post prende in considerazione:
* Il romanzo Nelson, Odissea Digital Fantascienza n. 13, Delos Digital 2016, ISBN 9788865305966
* l’antologia Lezioni sul domani, scritta insieme a Elena Di Fazio, Odissea Digital Fantascienza . 33, Delos Digital 2017, ISBN 9788825401684
* il racconto Sinfoniade, apparso sull’antologia Le variazioni Gernsback dell’ed. Della Vigna 2015, ISBN 9788862761345 e ristampato sull’antologia che porta lo stesso titolo, apparsa su Urania nel giugno 2017, ISBN 9771120528361
* l’antologia Stelle umane, autopubblicazione 2017, ISBN 9788826016887
* un racconto a sorpresa, in coda al post

Ho letto il romanzo Nelson senza particolari aspettative, se non quella di vedere come reggesse alla prova un’autrice di cui avevo già apprezzato storie brevi pubblicate sulle stesse raccolte antologiche nelle quali ero apparso anch’io. In seguito alla partecipazione al mio primo Stranimondi (2016) stavo maturando la decisione di riprendere a leggere in modo sistematico fantascienza italiana, e ricordo di avere notato come la stessa autrice avesse scritto in entrambi i casi uno dei racconti più interessanti dell’antologia — non dirò il migliore, ma nella fantascienza il numero 2 è già una successione vera e propria. Devo dire subito che se le mie letture di Giulia Abbate si fossero arrestate al romanzo, non avrei scritto questo post. Come ho avuto occasione di comunicare direttamente all’autrice, trovato Nelson divertente, dispersivo e romantico. Il primo aggettivo non ha bisogno di spiegazioni; preciso invece per evitare fraintendimenti che non si tratta di un romance, bensì di una storia con un risvolto romantico in una relazione sentimentale, aspetto incomprensibilmente trascurato nella fantascienza.
Il XVII secolo è improvvisamente invaso da “viaggiatori” che arrivano dal futuro, portando con sé molte piccole invenzioni utili che cambiano il nostro passato. Il protagonista, Claude Nelson, è un ammiraglio inglese che comanda una flotta corsara nei Caraibi; il personaggio più interessante però, forse perché la sua appartenenza alla Gente del Domani le conferisce un’aura di mistero, è Pearl, la sua controparte femminile.
Dispersivo, dicevo: non c’è un plot che attraversi tutta la narrazione; all’inizio sembra andare in una direzione, poi il motore si arresta, tutto gira da un’altra parte. L’impressione, confermata dalle note al romanzo,[ii] è che non esista un fil rouge perché la scrittura si è protratta in un lungo arco di tempo diventando di conseguenza discontinua, anche se i personaggi principali sono a tutti gli effetti credibili. E allora cosa resta? Beh, resta la Voce, e non è poco. La Voce è il più elusivo degli elementi che compongono la scrittura: impossibile da insegnare, difficile perfino da definire. Se i personaggi non sono credibili, la trama traballante, l’argomento insignificante, una buona Voce può ancora salvare qualcosa: la Voce rende indimenticabile una buona storia, invoglia a rileggere lo stesso autore. La Voce è l’intersezione tra lo stile, il punto di vista e la reticenza del narratore. Da Nelson in poi, il piacere della mia lettura è consistito nel seguire l’evoluzione della Voce di Giulia Abbate.

La raccolta Lezioni sul domani comprende dodici racconti: sette scritti da Elena Di Fazio, tre da Giulia Abbate e due da entrambe le autrici. Parto da questi ultimi, due piccoli gioielli “scritti insieme, al telefono, ridendo”[iii] che hanno in comune un’idea forte e originale e una scrittura brillante. Ora tocca al dodo è una storia di viaggi nel tempo che si intrecciano con classici paradossi del genere, però vengono mantenuti fuori dalla narrazione che si concentra sull’originalità dell’idea. Due spedizioni inviate all’indietro nel tempo si incrociano nell’anno 1659 sull’isola di Mauritius, provenienti da futuri paralleli che hanno iniziato a divergere proprio da questo momento. Uno dei due è presumibilmente un’evoluzione lineare del nostro mondo, dal quale un’istituzione europea invia nel passato una spedizione scientifica per prelevare dall’isola tropicale qualche esemplare di dodo (raphus cucullatus, ma secondo Thomas Pynchon in uno straordinario capitolo di “L’arcobaleno della gravità”, didus ineptus), il goffo volatile incapace di volare endemico di Mauritius, che l’accanimento di cacciatori portoghesi e poi olandesi portò all’estinzione. La seconda variante è invece un futuro militarizzato, un mondo di ferro nel quale a trovarsi prossima all’estinzione è la razza umana, impegnata in una guerra di sterminio contro uno dei nemici più singolari che io abbia mai trovato in una storia di fantascienza. A parte alcuni particolari eccessivamente gore, il racconto è un piccolo gioiello che riesce a mantenere insieme un’idea originale, un tono ironico e una trama d’avventura: il risultato è una specie di romanzo in pillola, condensato, da mandare giù senz’acqua trattenendo il fiato durante la lettura.
Il racconto successivo, I tempi cambiano, nonna!, ha in comune con il precedente l’idea forte e lo svolgimento originale. Condivide con Corrado Guzzanti lo scenario paradossale di una colonizzazione di Marte durante il Ventennio. Nel racconto abbiamo una vera e propria colonia lunare i cui abitanti iniziano, con il tempo, a rinnegare l’ideologia fascista. A mantenerli però nell’ortodossia sono le “nonne”, androidi assegnati a ogni famiglia e programmati per perpetuare la dottrina a tutti i costi. Le cose si complicano quando a poca distanza si verifica l’allunaggio di un’astronave sovietica, il cui equipaggio finisce nel mirino delle nonne. Sempre in bilico sul pericolo confine tra geniale e grottesco, questo breve racconto è una stupefacente dimostrazione di come sia possibile scrivere fantascienza partendo da “miti” autoctoni italiani. Con un tono apparentemente leggero, riesce a mettere alla berlina la pretesa modernista del fascismo, cioè quel poco di originale che ha potuto prendere dal futurismo.

Sinfoniade (un bel titolo che omaggia Stanisław Lem) appare nel 2015 in una raccolta di racconti di fantascienza “a tema” (la musica) curata da Gian Filippo Pizzo, Walter Catalano e Gianluca Ortino; si inserisce nell’ampio e fecondo filone delle storie che accostano musica e soprannaturale, a partire dal Doctor Faustus di Thomas Mann. È uno dei racconti più rigorosi della raccolta per i riferimenti musicali, sintomo di un accurato lavoro di preparazione; Abbate scrive in proposito:[iv]

Io strimpello a malapena basso e chitarra, e per entrare nel “mondo” di questo racconto ho fatto una settimana di google per documentarmi e ho sintonizzato la sveglia su “Radio Marconi Musica Classica”.

Il finale millenaristico rovina un po’ il gusto della lettura, ed è un peccato perché la Voce dell’autrice è ben presente, prende il lettore per mano e mantiene il timone fino quasi alla fine. A proposito di Voce: purtroppo al momento della ripubblicazione dell’antologia su Urania il passaggio in redazione ne ha intaccato alcuni elementi; soprattutto è deplorevole l’inserimento dell’articolo determinativo (e del suo partitivo) davanti al cognome dei personaggi femminili, che non è un intervento da poco perché altera una scelta ideologica cosciente dell’autore.

Stelle umane è una raccolta che colleziona nove racconti di Giulia Abbate, uno solo dei quali inedito. Nove Anni, apparso in origine sull’antologia Crisis¸ ed. Della Vigna, a cura di Alberto Cola e Francesco Troccoli, è un racconto giocato su un’inversione dell’ambientazione. In futuro prossimo, che nel frattempo ci siamo già lasciati alle spalle, l’acuirsi della crisi economica fa implodere lo Stato in Italia, esattamente come accaduto in Albania dopo la caduta del regime comunista. Il protagonista Bashkim è un giovane emigrato dal suo paese all’inizio degli anni Novanta, dopo essersi barcamenato in piccoli traffici di malavita che gli hanno procurato conoscenze importanti. Grazie a queste è riuscito a farsi strada in Italia, dove si è fatto anche una famiglia. All’avanzare della crisi globale, vedendo ripetersi eventi già vissuti da adolescente sulla propria pelle, capisce che è giunto il momento di abbandonare l’Italia prima che sia troppo tardi. Liquidato il patrimonio messo da parte con un’attività commerciale, ritorna con moglie e figli in Albania, dove si fa promotore della chiusura totale dei confini al mondo esterno, mentre la crisi sprofonda l’Europa nell’anarchia. Molti italiani fuggono a loro volta dall’altra parte dell’Adriatico, dove vengono accolti e contribuiscono a una nuova comunità statale ermeticamente sigillata. Abbate sceglie di raccontare la storia con un intreccio narrativo audace, e anche pericoloso in un testo di questa brevità: un tempo curvo, avvolto su sé stesso, che costringe la voce narrante a una continue esplicitazione dell’anno cui si riferisce, per non perdere di vista il contesto — ma tutto viene risolto in modo piacevole grazie al rigore del punto di vista. L’idea di base non è propriamente originale (salvo il fatto che stavolta si parla di Albania, paese con il quale l’autrice ha stretti legami personali), ma è toccante il modo in cui in questo contesto post-apocalittico, piuttosto abusato nella fantascienza, l’autrice introduce un dubbio pesante. Senza abbandonare il punto di vista di Bashkim, Abbate riesce a insinuare un tarlo quando l’uomo, a diversi anni dal ritorno in Albania, viene a sapere come la pensa davvero la moglie Marta. Un breve dialogo sottrae certezza a un racconto altrimenti molto lineare, e ribalta le possibili interpretazioni, in maniera speculare rispetto al ribaltamento di prospettiva Italia/Albania. Da personaggio secondario, Marta diventa se non la protagonista, almeno la detentrice di una verità “altra” sulle azioni del marito, il seme di un’ucronia ancora una volta inversa. La frase finale suggella in modo perfetto un racconto imperfetto: «Se è scritto che non debba tornare, mi sta bene. In caso contrario, preparatevi: sarà mattina, e sarò vestito in modo assurdo.»
Il racconto Il nostro seme inquieto, tra i migliori della raccolta, è anche il più bello dell’antologia Terra promessa – 10 racconti di fanta-decrescita curata nel 2014 da Gian Filippo Pizzo per l’ed. Tabula Fati. Pizzo è il fortunato organizzatore di una serie di raccolte di racconti di fantascienza proposte a case editrici piccole e medie, assemblate con gli scritti di un discreto gruppo di autori, che si impegnano per l’occasione a fornire racconti a tema. In questo caso, l’argomento implicava risvolti economici e non solo fantapolitici che hanno spiazzato alcuni partecipanti: quasi tutti hanno affrontato una trama che permettesse un giudizio definitivo sulla Decrescita, positivo o negativo che fosse. Giulia Abbate si è invece mantenuta nell’ambiguità; o meglio, ogni personaggio ha la propria opinione sul Nuovo Progresso, l’ideologia di decrescita felice che ha preso il potere in tutto il mondo dopo l’apocalisse provocato dallo sfruttamento dissennato delle risorse naturali.
È risaputo che uno dei tópoi preferiti dagli autori di fantascienza italiani è una generico ribellismo contro un imprecisato totalitarismo, il cui carattere purtroppo non deriva per nulla da Orwell e moltissimo da Matrix; in questo scenario di “tallone di ferro”, l’azione di rivolta è sempre condotta su base individuale, e ha successo anche perché si scontra contro nemici che sono semplici, ottusi esecutori al livello più basso di uno Stato di polizia. Il nostro seme inquieto presenta invece un futuro con un potere autoritario, ma con livelli di decisione fortemente decentralizzati, che gode del sostegno anche di alcuni dei protagonisti che lo considerano il male minore. Il conflitto che muove la trama non è tra un potere sclerotizzato, violento, conservatore, opposto a un contropotere giovane, positivo e disinteressato; il conflitto narrativo si situa all’interno della stessa famiglia, tra figli e genitori che si vogliono bene ma che riproducono, all’interno della famiglia nucleare, contrapposizioni che riflettono tutte le sfumature “politiche” dello scenario.
Per limitare le possibilità di una catastrofe mondiale, il Nuovo Progresso è la sintesi politica di un’ideologia che pratica un’economia rurale di sussistenza, anche se sono diffusi oggetti tecnologici avanzati come telefoni e computer; uno dei dogmi più rigidi è la decrescita della popolazione, come modalità per incidere il minimo possibile sull’ambiente: come conseguenza, è permesso procreare solo prima dei vent’anni, e viene fortemente disapprovato un secondo figlio. In una famiglia molto unita ma già per definizione anomala (sono presenti due sorelle), la trama si coagula intorno all’atto di ribellione di un adolescente, che decide di fuggire dal “paradiso” del Nuovo Progresso, distorto secondo lui in una nuova conformità conservatrice. Abbate riproduce e “aggiorna” con eleganza il conflitto che è alla base di uno dei più conosciuti capolavori di fantascienza politica, The Dispossessed di Ursula Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, che non a caso porta come sottotitolo «un’ambigua utopia»: questo sarebbe il titolo ideale per un racconto misurato e geniale, che costruisce con grande economia espressiva (nei dialoghi, nelle descrizioni, nelle informazioni) un mondo che il lettore può scegliere se odiare o auspicare che si celi dietro l’angolo — mentre non può evitare di amare i suoi protagonisti e il fatto che il dilemma rimanga, nel finale, senza soluzione.
Aspetta, mare nero è una breve ghost story abbastanza prevedibile ma condotta con una certa originalità nella seconda parte; è apparso per la prima volta su Canti d’abisso, Ed. Origami, 2014. I due racconti che seguono nell’indice dell’antologia sono entrambi costruiti come testi apocrifi, uno stratagemma per non appesantire la narrazione di devastanti infodump, ma conseguono risultati molto differenti, forse anche per lo spazio a disposizione. Frammento n. 83 è tratto da un’antologia dei racconti finalisti al premio RiLL pubblicata dall’ed. Nexus. Racconta del genocidio di una popolazione aliena umanoide, gli Esseni del pianeta Tù, scomparsi senza troppo clamore (e senza opporre la minima resistenza) a causa dello sfruttamento intensivo delle terre su cui vivevano. Anni più tardi, i ricercatori si preoccupano di portare alla luce qualche traccia di letteratura anche solo oralmente tramandata, come testimonianza della loro esistenza; il senso di questo breve, malinconico racconto (senza letteratura non è possibile tramandare memoria della propria esistenza) sembra racchiuso nel sonetto che è l’unico documento lasciato dagli Esseni Tù, una popolazione slow deportata e distrutta senza rimorsi, senza che nessuno abbia mosso obiezioni. Ecco, questo sonetto che tradotto in una lingua umana sembra una poesia sgangherata, quasi comica, diventa l’unico senso dell’esistenza di un popolo che sembra aver vissuto solo per nutrire la nostra cattiva coscienza. Il racconto si chiude con una nota che invita a informarsi su survival.it di quante popolazioni subiscono la medesima sorte degli immaginari Esseni Tù, «come falene» sotto il rullo compressore del progresso.
Molto diverse sono le ambizioni e i risultati di Calendario della semina, titolo splendido per un racconto pubblicato originariamente in Ma gli androidi mangiano spaghetti elettrici?, raccolta di racconti dell’Ed. Della Vigna compilata in occasione dell’Expo di Milano, dal quale prende il tema dell’alimentazione. Come già detto, Abbate sceglie di raccontare l’argomento mediante l’inserto di una serie di apocrifi ordinati cronologicamente: verbali delle forze dell’ordine, lettere private, trascrizioni di interventi parlamentari e di interrogatori, articoli di giornale, etc. A scandire il tempo narrativo di questa vicenda, ambientata tra fine 2035 e inizio primavera 2037, è l’indicazione delle fasi lunari (piena, calante, nuova, nera) in riferimento alla semina agricola. Nessun racconto di Silvia Abbate è costruito in modo così scopertamente simbolico, come una metafora di morte e rinascita; meglio ancora, una parabola di redenzione cristologica, dal momento che il rinnovamento del mondo corrotto dalla deformazione transgenica delle piante per uso alimentare passa attraverso una morte necessaria, e una rinascita sotto una forma di vita differente: un tema molto delicato, e intensamente sentito, che fa perdonare alcune incongruenze cronologiche e un potere ritratto con violenza esorbitante— ma evidentemente essenziale per il martirio che è il nucleo significativo del racconto.
Mi basta il mirto, il cui titolo è una citazione da Orazio, è scritto appositamente per un’antologia di storie “cattive” compilate da Gian Filippo Pizzo. È stato il secondo racconto di Giulia Abbate che ho letto; da quel momento in poi, di ogni singola raccolta in cui siamo presenti sia lei che io, il primo racconto che leggo è il mio, il secondo il suo e poi tutti gli altri in ordine di pubblicazione. L’argomento dell’antologia chiamava a gran voce una storia cattiva, il che per gli autori di genere significa sangue e parolacce. Nel racconto di Abbate c’è sangue a sufficienza, parolacce solo dove serve, ed è molto, ripeto molto realistico, al punto da non sembrare letteratura “di genere”. Certo c’è un vampiro, che è giovane e donna, ma non è uno young adult, e il risultato finale è nettamente superiore alla somma delle sue parti (ambientazione, argomento, cliché di genere, personaggi, finale). Inoltre, pur affrontando di petto uno degli scenari più abusati della letteratura di genere, che chiamerò “degradazione urbana del futuro prossimo”, non inciampa in nessuno, nessuno dei cliché che aspettano al varco gli autori.
Piuttosto differente dai precedenti è Il gestionale, originariamente apparso sull’antologia di fantascienza al femminile Oltre Venere, ed. La Ponga 2016. Lo stile qui è quello della letteratura mimetica, la trama è costruita intorno a un paradosso che potrebbe essere una variante matematica di  “l’atto di osservare influenza l’oggetto dell’osservazione”. Costruito con cura e intelligenza, il racconto sembra però rivolgersi ai non addetti ai lavori, a chi afferma di non amare la fantascienza — senza peraltro aver mai provato a leggerla.
Uno & trifasico è l’atroce titolo di un racconto altrimenti originale, apparso nel 2016 sulla rivista La bottega del fantastico. Il titolo allude alla tripartizione nella struttura della trama. Il protagonista è un cyborg che assume due diverse identità nel corso della narrazione; nel passaggio dall’una all’altra subisce un processo di “formattazione” della memoria condotto male, che invece di piallare i precedenti ricordi conserva la personalità nel nuovo corpo occupato. La trama offre a Abbate il destro per affrontare la questione dell’identità di genere (in realtà appena sfiorata, per evitare di deviare in un’altra direzione) dal momento che Elvex450 viene trasferito dal corpo di un uomo a quello di una donna. La prosecuzione dell’esperienza precedente, che è un difetto della procedura, permette al protagonista di diventare il profeta di un’utopia di redenzione, o di una rivoluzione con risvolti più messianici che ideologici. Uno & trifasico è il racconto più hard (in senso fantascientifico, non erotico) della raccolta. In poco più di venti pagine riesce a raccontare la storia di una “maturazione” molto particolare, il passaggio di una linea d’ombra in un futuro poco augurabile.
Stelle meravigliose, infine, merita il posto d’onore della raccolta, in coda a tutti gli altri. Finora inedito, è il risultato più puro della Voce di Giulia Abbate, quando decide di mantenere la storia svincolata da un’idea forte. A malapena classificabile come racconto di genere (ma questo non toglie nulla alla sua efficacia) mette in scena une crisi di coscienza individuale, che però non viene raccontata in maniera esplicita, espressionista, e neppure dalla psicologia del personaggio, bensì unicamente dai suoi gesti, dalle sue azioni, e dall’interazione con l’ambientazione. È evidente che la credibilità narrativa di una storia simile si basa su una Voce che ha raggiunto una maturità espressiva tale da permettersi di assumere su se stessa le funzioni di altri componenti della scrittura, come la trama, i colpi di scena, i personaggi: il punto d’arrivo — si fa per dire, perché ogni arrivo è solo una tappa  — di un’evoluzione espressiva iniziata con Nelson e che proseguirà, chissà in quale direzione?

A questo punto potrei terminare qui il post, rimandando il lettore a future pubblicazioni; ma ho il privilegio di sapere già quale sarà — probabilmente — la prossima opera di Giulia Abbate che potremo leggere, dal momento che io stesso ho selezionato insieme a Gian Filippo Pizzo un suo racconto, Un giorno questo motore ti sarà utile, per un’antologia di prossima uscita. Ho quindi il piacere di concludere con un racconto in cui la Voce di Giulia Abbate si percepisce in forma smagliante, e che fa sperare per le future storie che ancora deve scrivere.
Lo scenario di Un giorno questo motore ti sarà utile è quello abbastanza consueto di un futuro dopoguerra, ma non post-apocalittico. La guerra contro il terrorismo fondamentalista è stata vinta allo stesso livello sul quale oggi sembra imbattibile: la complessità e l’elusività del web. Come in ogni guerra, la vittoria è stata ottenuta a caro prezzo, con la necessaria rinuncia alla possibilità di rimanere connessi con continuità, senza contare la “perdita dell’innocenza” di una giovanissima generazione che ha “combattuto” in prima persona sostituendo al confronto militare la devastante azione degli hacker. All’interno di questo scenario, Abbate costruisce una storia di grande bellezza, con una Voce misurata e elegante, in grado però di suscitare commozione e identificazione. La sua  Italia prossima ventura è una salda democrazia, un mondo ottimista e assolutamente non tecnofobo che possiamo solo augurarci, contaminato (nel senso di arricchimento) dalla compresenza di numerose comunità nazionali, dove una tecnologia avanzata convive con la volontà di tornare a valori sacrificati alle esigenze della guerra. Il conflitto alla base del racconto è ambiguo, perché inizia come una contrapposizione pace/terrore e si trasforma in qualcosa di più complesso e profondo: un conflitto esistenziale tra generazioni, tra natura e artificio, tra libertà di scelta e convenienza sociale, tra morte fisica e sopravvivenza. Questo è il tipo di storie che vogliamo leggere nella fantascienza italiana.

 

[i] Intervista a Giulia Abbate, “La zona morta”

[ii] «Nelson è frutto di molti anni di lavoro e di innumerevoli revisioni» Giulia Abbate,  “Citazioni” in calce all’edizione eBook Delos Digital.

[iii] Intervista a Giulia Abbate, “La zona morta”

[iv] Giulia Abbate, “Come scrivere fantascienza – 11” su Fantascritture

LINK UTILI

Il blog di Giulia Abbate, L’arte di scrivere felici

lI sito di Studio83

Il blog gestito insieme a Elena Di Fazio

Tutte le illustrazioni di questo post, testata compresa, sono © dell’artista Gu Zhengwei di Singapore, che firma le sue opere con gli pseudonimi Z.W. Gu e Guweiz

 

2 pensieri su “1Q83 — parte III

  1. Pingback: Il mio 2018 – Stato lavori | L'arte di scrivere felici

  2. Pingback: “Sinfoniade” in URANIA 1642 – Giulia Abbate – Editor & coach

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