Autonomia e autodeterminazione (degli oggetti)

Non è un mistero il fatto che in tempi di pandemia il mercato del libro sia in espansione, e com’è naturale le vendite in ebook crescono del doppio rispetto al cartaceo. Una fetta non marginale di mercato è il pubblico di Delos Digital, leader nell’editoria elettronica. Basta fare un giro sul sito o sullo store online, per vedersi spalancare un ventaglio di collane che spaziano tra tutti i generi: thriller, science fiction, romance, distopico, poliziesco, horror, saggistica, sherlockiana, musica, fantasy, sport e via dicendo — un catalogo vasto e vario, in continua espansione, che alterna nomi conosciuti a assoluti esordienti.

Tra le collane più interessanti c’è Futuro Presente, a cura di Giulia Abbate e Elena Di Fazio — che nella vita sono amiche da sempre e insieme compongono Studio 83, agenzia di servizi letterari che fornisce “aiuto professionale a chi vuole scrivere bene, con servizi letterari specializzati e un’ottica positiva, incentrata sulla crescita dello stile e delle risorse personali.”

Abbate e Di Fazio mettono a frutto la loro esperienza di editor professioniste nella cura di questa collana di narrativa che ha raggiunto l’invidiabile risultato di 40 uscite mensili: «La collana è dedicata alla fantascienza sociale e tratta problematiche attuali proiettate in contesti futuri» si legge sul blog di Studio 83, «Diritti civili, razzismo, guerra, social media, immigrazione, conflitti religiosi, costumi, economia, morale… un’ampia gamma di temi appartenenti al mondo in cui viviamo e che, grazie al mezzo letterario della fantascienza, vengono sviscerati e traslati in possibili mondi futuri per darne una rilettura critica.» Siamo insomma in quell’armamentario ideologico che caratterizzava la fantascienza sociologica (ma in inglese social science fiction) tra fine anni Sessanta e inizio anni Ottanta, e che nel tempo si è disperso: di nuovo, oggi la fantascienza evoca avventure in ambientazioni esotiche, ipertecnologiche o distopiche, con preoccupazioni linguistiche scarse o inesistenti.

Scriveva nel 1964 su New Worlds lo scrittore britannico J.G. Ballard[1]:

Una volta che ha lasciato la terra ed è decollata nello spazio, tutta la fantascienza è fantasia, e più tenta di essere seria, naturalistica, più pesante è il suo fallimento, visto che le mancano completamente l’autorità e la convinzione morali che un letteratura ricava dall’esperienza. […] Tutto l’universo immaginario della fantascienza è stato da tempo assorbito nella coscienza comune, e […] quindi la maggior parte delle idee di questo genere letterario hanno qualche validità solo come imitazioni o parodie marginali. In verità, dubito seriamente che la fantascienza sia ancora la fonte più importante di idee nuove all’interno dello stesso mezzo espressivo che essa aveva originariamente creato.

Prendiamo per esempio uno dei titoli più interessanti di Futuro Presente, l’ultimo uscito: Addendum alla proposta di legge sul diritto all’autodeterminazione degli oggetti di Sephira Riva, autrice che rappresenta metà di Moedisia, progetto di scrittura e blog. Già a partire dal titolo questo racconto lungo tenta di sfuggire alla classica titolazione della fantascienza italiana, che tanti danni ha causato non solo per l’autocensura di attenersi a un’etichetta facilmente riconoscibile (come avviene ancora più platealmente con l’estetica delle copertine), ma soprattutto per la banalizzazione e l’appiattimento al momento della traduzione: infatti a partire da metà del secolo scorso, gli autori anglosassoni si sono emancipati da questa sindrome del ghetto, ed è difficile incasellare un libro partendo dal titolo.

Sephira Riva invece sembra rifarsi più all’autonomia degli oggetti del surrealismo che alla sf, come se annunciasse uno spostamento dal feticismo del personaggio a… a cosa? L’oggetto, l’idea?

La storia è molto particolare: ambientata in un laboratorio di ricerca scientifica nelle isole Svalbard, le terre abitate più a nord nel nostro pianeta, ha per protagonisti ricercatori e ricercatrici — anzi, ricercatorə[2], dal momento che Sephira Riva sceglie di usare il segno grafico di genere neutro in tutto il testo. Prendiamo una frase a caso, come esempio:

“Non sei autorizzato a stare qui – gli dice appena entratǝ”

Oppure:

Si è già adeguatə al nuovo ambiente.

Le vicenda ruota tutta intorno a un oggetto, che non è un mcguffin alla Hitchcock, bensì un manufatto alieno su cui i ricercatori sono chiamati a investigare: la commissione proviene da extraterresti dotati di una presenza inafferrabile, come dotati di un principio di indeterminazione non più circoscritto alle particelle elementari.

Il tono del racconto è comico-grottesco, lo stile accattivante, il linguaggio si mantiene in un understatement che considero il requisito minimo di una scrittura di fantascienza affrancata dalla sindrome dell’infodump. Mi auguro che Futuro Presente continui sulla strada di una narrativa dai temi hard e dalla scrittura brillante, sicura, asciutta e ironica, che è il vero antidoto alle nefandezze stilistiche di quella che un tempo si definiva “letteratura d’idee”.


Note

[1] “creatore di miti del XX secolo”, in “J.G.Ballard, Fine millennio: istruzioni per l’uso (A user’s guide to the millennium, 1996), traduzione di Antonio Caronia, Baldini & Castoldi 1999

[2] La scevà, dall’ebraico shĕwā, che si rende graficamente con una sorta di /e/ minuscola rovesciata sottosopra, indica nell’alfabeto fonetico internazionale una “vocale centrale media”: ultimamente è diventato un simbolo per ottenere un linguaggio inclusivo, in cui le parole non si accordano al genere maschile o femminile (o al maschile plurale in caso di compresenza dei generi), bensì le desinenze sono sostituite dalla scevà. Esempio, invece di “signori e signore benvenuti,” ecco “signori e signore benvenutə”, o ancora più radicalmente “signorə benvenutə”.

Un pensiero su “Autonomia e autodeterminazione (degli oggetti)

  1. Pingback: Il nuovo racconto di Futuro Presente è il primo in Italia a usare la schwa :-) – Giulia Abbate – Il blog

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