Naturale, artificiale: “Irene” di Nino Martino

A tre anni da Errore di prospettiva, che notevole successo ha riscosso tra i lettori di Delos Digital, Nino Martino torna con un secondo romanzo, Irene, vincitore ex æquo del Premio Odissea 2020 insieme a Eden di Franci Conforti. A leggere la quarta di copertina, e le prime pagine, Irene sembrerebbe una riscrittura del precedente: forme di vita aliena su base totalmente differente da quanto possiamo immaginare, rapporto problematico tra l’opinione pubblica terrestre e gli esploratori spaziali, manipolazione del consenso. Ma questo solo a un’indagine superficiale, perché stavolta c’è molto di più; e mi auguro che i potenziali lettori capiscano e rispondano come prima, perché il messaggio è sottile e importante.

La trama, in breve.

Il romanzo inizia in media res, introducendo il lettore prima di tutto al rapporto tra Roberto (personaggio-punto di vista), un esploratore spaziale inviato su un pianeta alieno, Aldebaran II, alla ricerca di risorse economiche indispensabili sulla Terra sovrappopolata e sfruttata, e la protagonista, l’intelligenza artificiale che presiede alla missione; quest’ultima, prevista per sostituire la maggior parte dell’equipaggio nell’ottica di diminuire i cosi, viene dotata di un nome, Irene, per “umanizzare” la sua presenza; la sua interazione con Roberto non avviene però unicamente sul piano fisico. Roberto è collegato all’IA mentalmente, anzi se rimanesse troppo a lungo disconnesso, il suo cervello soffrirebbe danni irreparabili. Il modo in cui Irene gli appare è quindi antropomorfizzato, nell’immagine e nella sostanza di una donna avvenente; il mezzo, è soprattutto la realtà virtuale, quindi nella mente di Roberto, sebbene in caso di necessità l’IA sia in grado di proiettare un’immagine tridimensionale di se stessa, a beneficio di terzi.

La trama principale del romanzo (apparentemente principale, anzi) è la scoperta di una forma di vita aliena, alla quale però viene negata la dignità di questo riconoscimento da parte delle autorità dell’esplorazione spaziale perché questo comporterebbe l’impossibilità etica di sfruttare le risorse minerali del pianeta: significativamente, la cererite, minerale che è alla base della produzione di energia sulla Terra.

Dopo di che, su questa base tipicamente fantascienza-classica, si innesta una dialettica complessa che, pur senza discostarsi da temi fondanti della science fiction, arriva a dire secondo me qualcosa di nuovo, che potrebbe anticipare vie per la fantascienza futura.

Mi spiego. Abbiamo sempre parlato del rapporto tra l’intelligenza umana e quella artificiale, soprattutto per definire cos’è l’umano: in origine era un modo per svalutare il meccanico, il costruito, rispetto al creato, al divino — benché la natura decisamente “scientista” del genere abbia anche rivendicato un contenuto umanista, lontano dalla metafisica ma comunque attento ai pericoli dell’inorganico. Tutti abbiamo presente quel breve racconto di Frederic Brown, The Answer (1954), nel quale gli scienziati che hanno creato un supercomputer con la conoscenza di miliardi di pianeti, gli pongono la prima domanda: “Dio esiste?”, e la risposa è “Yes, now there is a God”, dopo di che la macchina impedisce all’uomo di sconnetterla.

Sulla medesima filosofia umanista e antropocentrica si è costruita un’infinità di opere, in fondo consolatorie perché il messaggio è che qualsiasi atrocità si commetta, noi rappresentiamo comunque un’esclusività, un incolmabile vantaggio sull’artificiale.

Già il cyberpunk ha smantellato questa pretesa anacronistica; nell’opera di un autore come Rudy Rucker, per esempio, il confine tra l’umano e l’artificiale si disgrega, la macchina migliora l’organico, senza alcun discorso moralista. Adesso siamo invece a un passo ulteriore: il riconoscimento che l’intelligenza artificiale (IA) possa essere non solo superiore, ma anche migliore di quella naturale, prodotto dell’evoluzione e della cultura.

L’interconnessione tra le IA di Irene mi ha ricordato il Tecnonucleo (TechnoCore nell’originale) di Hyperion, lo straordinario romanzo di Dan Simmons: un Tecnonucleo in piccolo, naturalmente, forse in nuce, ma mentre l’autore statunitense non approfondiva il rapporto umano/inorganico, limitandosi a usarlo come un elemento della trama, Nino Martino ne fa il centro della sua riflessione. Fra le due opere c’è tuttavia un’analogia: alle IA interessa poco una dinamica di tipo umano, sono interessata a un’esistenza indipendente, separata, non in competizione — con buona pace di Frederic Brown e dei fanatici dell’esclusività. Alle IA non interessa il dominio sull’umano, si concentrano su problemi esistenziali molto distanti.

Il romanzo contiene anche altri temi, come il rapporto tra democrazia e manipolazione dell’ informazione, già presenti in Errore di prospettiva: ma qui lo svolgimento è più maturo, più sfumato, e in un certo senso rimane subordinato alla domanda principale che pone al lettore: possiamo accettare il rischio che un’intelligenza creata dalla razza umana si sviluppi fino al punto di superarla? Se la risposta è sì, benvenuti nella fantascienza. Nel frattempo, vi lascio con il suggestivo incipit di Irene:

Dormo e sogno città. Non sono città conosciute, sono città sempre nuove. Palazzi e negozi e gente che affolla le strade. Percorro le vie e ci sono ristoranti cinesi che danno sulle strade, negozi di spezie strane, magazzini di dieci piani pieni di oggetti, di vestiti, di gente che compra. Salgo le scale di un magazzino e cerco un reparto, anche se non so quale. La folla mi urta e io guardo dei soprammobili bizzarri. Oppure, nel sogno, scendo da un treno sotterraneo e pregusto già quello che mi aspetta in superficie. È una grande costruzione, antica, di mattoni e guglie traforate, e poi c’è un museo. Entro nel museo e ci sono quadri su tutte le pareti. Sono quadri di autori mai visti. Passo il tempo da una sala all’altra, senza fretta. Altre volte, in altri sogni, prendo strade in salita, che passano per quartieri sconosciuti dove la gente passeggia tranquilla. Incontro persone mai viste ma che so mie amiche e parlo con loro. O, ancora, sono con una donna che nel sogno è la mia compagna. So di conoscerla da sempre e insieme, allacciati, percorriamo strade e città.
Dormo e sogno città e poi mi sveglio, come adesso, e mi ritrovo nella mia stanza metallica.

Nino Martino

IRENE

Odissea Fantascienza n. 94, ed. Delos Digital, ISBN 9788825414127, Gennaio 2021. Cartaceo € 14,00, eBook €3,99

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