Autonomia e autodeterminazione (degli oggetti)

Non è un mistero il fatto che in tempi di pandemia il mercato del libro sia in espansione, e com’è naturale le vendite in ebook crescono del doppio rispetto al cartaceo. Una fetta non marginale di mercato è il pubblico di Delos Digital, leader nell’editoria elettronica. Basta fare un giro sul sito o sullo store online, per vedersi spalancare un ventaglio di collane che spaziano tra tutti i generi: thriller, science fiction, romance, distopico, poliziesco, horror, saggistica, sherlockiana, musica, fantasy, sport e via dicendo — un catalogo vasto e vario, in continua espansione, che alterna nomi conosciuti a assoluti esordienti.

Tra le collane più interessanti c’è Futuro Presente, a cura di Giulia Abbate e Elena Di Fazio — che nella vita sono amiche da sempre e insieme compongono Studio 83, agenzia di servizi letterari che fornisce “aiuto professionale a chi vuole scrivere bene, con servizi letterari specializzati e un’ottica positiva, incentrata sulla crescita dello stile e delle risorse personali.”

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Un sogno di Hitler

La quinta uscita della nuova collana Ucronica di Delos Digital, curata da Giampietro Stocco, è un racconto del premio Urania 2019 Davide del Popolo Riolo: si tratta di “Il sogno di ferro”, traduzione del titolo originale di un romanzo di Norman Spinrad, The Iron Dream (1972) che Longanesi pubblicò in Italia come Il signore della svastica.

Il genere letterario ucronia è caratterizzato, come sappiamo, dalla premessa narrativa che la Storia abbia seguito un corso alternativo a quello che conosciamo. La più famosa ucronia della fantascienza è pure di ambientazione nazista: L’uomo nell’alto castello di Philip K. Dick, a lungo conosciuto in Italia con il titolo La svastica sul sole imposto alla prima pubblicazione, nel 1965, nella collana Science Fiction Book Club della casa editrice La Tribuna: il vecchio vizio molto italiano di caratterizzare il prodotto “fantascienza” fino dal titolo, che ha partorito autentici orrori trasformando citazioni letterarie anche colte in materiale di serie B ad uso e consumo del “ghetto”. E ancora oggi stiamo a discutere di cosa sia fantascienza e cosa no.

Tra l’altro, La svastica sul sole come titolo si è affermato al punto che l’editore Fanucci, dopo avere ripubblicato il romanzo nel 2001 come L’uomo nell’alto castello (riprendendo una traduzione pocket di Maurizio Nati di quattro anni prima), è tornata al titolo precedente nel 2005 in occasione della ristampa in tascabile.

Per tornare a Spinrad e al suo romanzo leggermente ambiguo, al punto che furono in molti a interpretarlo come indulgente verso il nazismo, specifichiamo che racconta una storia alternativa in cui Adolf Hitler, dopo li fallito putsch di Monaco, emigrò negli USA e divenne scrittore di fantascienza. Il signore della svastica è appunto, nella finzione letteraria di Spinrad, un romanzo scritto da Hitler, secondo me più vicino al fantasy che alla science fiction, in cui si racconta la presa del potere in un pianeta Terra post-catastrofe, da parte di uno spregiudicato arrivista la cui ascesa politica è una metafora della diffusione del nazismo.

Il sogno di ferro di Hitler-scrittore diventa, agli occhi di chi legge, metafora della reale conquista della Germania, e ci si domanda come sia stato possibile che una personalità disturbata come quella del caporale tedesco abbia potuto convincere un popolo a far proprio il suo atroce sogno.

Davide Del Popolo Riolo compie un’operazione accattivante, che rovescia anche l’ambiguità di Spinrad (dovuta anche, occorre dirlo, al rigore del punto di vista): riagganciandosi alla medesima premessa, ambienta il suo racconto nello stesso universo di Il signore della svastica. Hitler vive a New York, dove è conosciuto come illustratore di copertine (non dimentichiamo che Adolf Hitler aveva una formazione artistica, e in gioventù fu effettivamente pittore di strada a Vienna), un po’ meno come scrittore. La particolarità del racconto è che poco più di un episodio nella vita americana di Hitler è raccontato in una doppia cornice. La voce narrante è quella di Anna Van Pels, giornalista immigrata, la quale racconta un incontro cruciale tra il suo capo e Hitler.

Non svelo nulla, dato che è scritto anche nella Nota dell’autore in fondo al volume: Van Pels è il cognome da sposata di Anna Frank. Peccato che Del Popolo Riolo non abbia deciso di spingere il limiti del sarcasmo sino all’ironia: se si fosse chiamata Anna Van Pelt avremmo potuto fantasticare sul fatto che possa essere la madre di Linus.

Il terzo personaggio reale è il giornalista Fritz Gerlich, accanito detrattore del nazismo assassinato a Dachau nel 1934: qui è il direttore di un giornale che ottiene da Hermann Goering, il quale ormai ha abbandonato il nazionalsocialismo, un appuntamento con Hitler, durante il quale verrà a galla la natura profondamente criminale del mancato Führer.

Sono esattamente opere come queste che ci aspettiamo dalla collana di Giampietro Stocco.

Davide Del Popolo Riolo, IL SOGNO DI FERRO, collana Ucronica n. 5, Delos Digital 2021, eBook € 0,99

L’Eden di Franci Conforti

Credo che questa sia la recensione più ardua che mi sia toccato scrivere da quando ho cominciato a pubblicare qua e là i miei pensieri a proposito dei libri che leggo. Eden, vincitore del premio Odissea 2020 ex æquo con Irene di Nino Martino, è un romanzo che mi ha spiazzato, al punto che ancora non ho deciso se collocarlo tra le opere più originali della fantascienza italiana di inizio millennio, oppure considerarlo un’imbarazzante sequela di errori di scrittura.

Vabbè, sto scherzando.

Mettiamola così. Adesso mi assumo la responsabilità di recensire il romanzo di Franci Conforti come se io fossi in grado di scriverlo meglio. ATTENZIONE! Ho scritto come se, non perché sarei in grado.

Partiamo dall’inizio, cioè dalla trama. Delos Digital lo pubblicizza con uno slogan accattivante:

C’è un pianeta nel quale Dio parla costantemente con gli uomini. Almeno, ad alcuni uomini. Un pianeta dove non esiste la malattia né la morte: ci si può ferire, anche gravemente, ma Dio passa la sua mano e guarisce.

L’alterità, l’originalità del romanzo, anche rispetto alla fantascienza media, proviene soprattutto da qui, nonché da un’altra caratteristica: l’assoluta, inflessibile, impietosa reticenza letteraria, un understatement che non concede il minimo infodump. Conforti costruisce un mondo alieno, disumano per certi versi, in cui poco o nulla è immediatamente comprensibile, e solo attraverso la ripetizione di titoli, nomi e definizioni il lettore può cominciare a capire — e a scanso di equivoci, preciso che questa è una caratteristica positiva. È esattamente come se il romanzo fosse rivolto a un pubblico che vive su Eden e per questo non ha bisogno di spiegazioni: un effetto estremamente difficile da ottenere, che costringe l’autrice a tenersi in equilibrio su una lama, con il rischio di cadere in un incomprensibile esoterismo. Conforti supera senz’altro la prova, malgrado alcune forche caudine, tanto che il lettore raggiunge alcune epifanie veramente con il contagocce.

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L’infinita leggerezza dei quanti

Martedì 30 marzo uscirà la seconda pubblicazione della nuova collana solarpunk Atlantis di Delos Digital, dedicata alla narrativa utopica, ottimista, speculativa.

Si tratta del romanzo breve L’infinita leggerezza dei quanti di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, autori di diversi racconti apparsi su riviste e antologie a partire dagli anni Novanta. Insieme hanno anche pubblicato con Delos Digital La breve estate della follia, romanzo atipico di indagine ambientato in un’Italia distopica.

L’infinita leggerezza dei quanti invece si situa idealmente all’estremo opposto della narrativa futuribile, perché pur prendendo le mosse da un’orribile America dominata da un blocco militare-industriale, racconta un viaggio di andata e ritorno verso una magnifica utopia solare.

scaricalo qui: L’infinita leggerezza dei quanti Delos Store

L’INFINITA LEGGEREZZA DEI QUANTI

Alzi la mano chi pensa che il nostro sia il migliore dei mondi possibili. Di certo non lo pensa Joseph Lovato, costretto dalla paranoica Giunta militare al governo a diventare soggetto di un esperimento dall’esito incerto: per provare l’utilità pratica delle ipotesi sulle particelle elementari, verrà “trasferito” istantaneamente come un oggetto quantistico tra due punti distanti. Qualcosa non funziona secondo le previsioni, Lovato si ritrova in una realtà parallela, agli antipodi rispetto al presente distopico da cui proviene. La società cui appartengono Mary, Peter e gli altri scienziati che entrano in contatto con lui, è una specie di anarchia democratica, decentrata in America settentrionale, decisamente orientata alla scienza, con un impatto antropico sostenibile per l’ambiente. Nella migliore tradizione della fantascienza sociologica, Carducci e Fambrini raccontano una società utopica che ha vinto contro il nemico peggiore: la natura umana. Tuttavia, l’utopia è circondata avversari agguerriti che preparano un’invasione, e Lovato sarà chiamato a contribuire, con la sua preparazione scientifica, a debellare la minaccia.

Distribuzione delle risorse, energia a buon mercato, civiltà post-industriale in questo romanzo breve della più famosa coppia d’autori del fantastico italiano.
scaricalo qui: L’infinita leggerezza dei quanti Delos Store
La prossima uscita di Atlantis, ad aprile, vedrà un racconto lungo di Romina Braggion.

Réportage dal Vietnam sovietico

William T. Vollmann in Afghanistan

Nel 1982, all’età di 23 anni, il futuro scrittore William Vollmann lascia gli Usa e si imbarca su un aereo diretto il Pakistan, con l’intenzione di raggiungere l’Afghanistan. Il suo scopo è aiutare in qualche modo la resistenza contro l’invasore sovietico: le sue intenzioni nebulose vanno dalla possibilità di prendere parte in prima persona ai combattimenti, fino al più realistico réportage di guerra. Per precauzione porta con sé una quantità di pellicole fotografiche che nella sua immaginazione diventeranno un Afghanistan Picture Show, una mostra figurativa sulla realtà del paese centroasiatico da portare magari in tour per raccogliere fondi da inviare ai profughi — o ai combattenti.

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Le catastrofi non devono finire in distopia

Cory Doctorow, da Wired

traduzione di Franco Ricciardiello

Il mio nuovo romanzo, Walkaway[1], parla di un mondo in cui i super ricchi creano forme di vita immortali così efficaci nell’automazione del lavoro che tutti noi diventiamo risorse in eccesso. La battaglia che ne segue – sulla possibilità che l’umanità possa infine dividersi per sempre tra un’élite trans-umana e un brulicare di profughi in balia del clima – innesca massacri e persecuzioni. È un romanzo utopico.

La differenza tra utopia e distopia non è nella misura di quanto le cose vadano bene. È in cosa succede quando tutto va a rotoli. Qui, nel mondo disastroso e reale, stiamo per scoprire in quale delle due viviamo.

Dai tempi di Thomas More, i progetti utopici si sono concentrati sulla descrizione dello stato perfetto e sulla mappatura del percorso per raggiungerlo. Ma questa non è ideologia, è un sogno ad occhi aperti. La società più perfetta esisterà in un universo imperfetto, in cui la seconda legge della termodinamica implica che tutto ha bisogno di costante riparazione, accomodamento e aggiustamento. Anche se la tua utopia ha abitudini rigide, è a rischio di venire distrutta da pericoli meno cogenti: asteroidi di passaggio, stati confinanti meno virtuosi, agenti patogeni mutanti. Se la tua utopia funziona bene in teoria, ma degenera in un’orgia di violenza cannibalistica la prima volta che si spengono le luci, non è in realtà un’utopia.

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Forma e sostanza

La recentissima lettura di Radicalized[1] dello scrittore canadese Cory Doctorow mi ha spinto a pormi alcune domande sul rapporto tra scrittura e contenuto, o se preferiamo tra stile e messaggio — parola orribile in questo caso, il cui significato tuttavia esprime in maniera compiuta ciò che intendo.

Le domande sono queste:
Fino a che punto è lecito sacrificare lo stile al messaggio che voglio trasmettere?
E in subordine:
La necessità di andare “dritto” al messaggio, in un testo scritto con questo obiettivo, ha la preminenza sullo stile?
Infine, per riassumere le due domande in una:
Qual è il giusto punto di equilibrio tra preoccupazione estetica e sostanza del testo?

Mi rendo conto che è necessario anticipare una premessa: mi riferisco a testi scritti con un esplicito intento “impegnato” (definizione da prendere con le dovute cautele), che non si accontentino cioè dell’aderenza a formule di genere stereotipate. Con quest’ultima definizione intendo riferirmi a storie che trovino la loro giustificazione unicamente nello statuto estetico cui appartengono: fantasy, horror, distopico, romance, storico, ma anche fantascienza, storie di vampiri o di zombi, tutti i casi insomma nel quali autore/autrice e lettrici/lettori si incontrano su un terreno comune che è il tópos di genere, senza pretesa di rappresentare qualcosa di non-letterario.

La definizione è quanto mai vaga; cercherò di aggiungere un nuovo elemento con la distinzione di Brian McHale[2] tra generi letterari, a partire dalla loro natura: genere epistemologico per eccellenza sarebbe la detective fiction, il poliziesco di indagine, che risponde precisamente alle domande-tipo della letteratura modernista: Chi è l’assassino? In che modo ha ucciso? D’altro canto, il genere ontologico par excellence è la fantascienza, che per sua natura mette a confronto mondi differenti. Ovviamente questo è vero per qualsiasi lavoro di fiction, anche per la letteratura realista — ma il romanzo moderno tende a sopprimere il contenuto ontologico per aumentare l’effetto mimetico.

Per tornare alla definizione di cui sopra, posso sostituire a quello che prima ho definito testo “impegnato” il termine “ontologico”; ma la domanda rimane: qual è il giusto punto di equilibrio tra preoccupazione estetica e sostanza del testo?

Ammettiamo che un testo può essere bello anche senza altro intento che quello di rimanere nelle convenzioni di genere: certi racconti gialli o di fantascienza sono gioielli di perfezione e originalità anche se non possiedono giustificazione oltre l’estetica del genere cui appartengono. D’altronde, i grandi classici della letteratura d’ogni tempo sono spesso stati scritti con intento di denuncia, di avvertimento, di propaganda, ma altrettanto spesso la loro grandezza è nella restituzione del mondo dei sentimenti, di quelle verità immortali sulla vita e la morte che rendono la letteratura insuperabile e unica di fronte alle altre arti.

Ma così ritorno da capo, ritorno a Doctorow e al suo Radicalized, che contiene quattro racconti lunghi con esplicito contenuto sociale. L’America contemporanea è osservata e vivisezionata senza pietà nei suoi lati più oscuri: la prevaricazione della polizia, la discriminazione razziale, le distorsioni del liberismo, le deviazioni dell’individualismo. Quattro racconti di sicuro impatto emotivo, nei quali l’autore non ostenta la minima originalità stilistica, va dritto alla meta grazie alla scelta di quattro personaggi-punto di vista straordinariamente adatti, e il pathos e l’indignazione che suscita nel lettore rendono le sue storie difficili da dimenticare.

Riformulo la domanda. La ragione per cui Cory Doctorow ha fatto questa scelta (come altri grandi autori “politici” di science fiction in fondo, per esempio Kim Stanley Robinson e Ursula LeGuin, ma diversamente da altrettanti come Samuel Delany o Joanna Russ) è perché scrive fantascienza?

Ma Doctorow ritiene davvero di scrivere fantascienza? E questa distinzione di genere ha ancora un senso, quantomeno commerciale?

Non sono in grado in questo momento di dare una risposta. Sono consapevole che una frazione importante di lettori che ancora riconoscono una legittimità all’etichetta di genere si aspetta una scrittura senza voli stilistici; una struttura d’intreccio complessa è stata pienamente accolta nella science fiction, mentre l’originalità della scrittura è caratteristica solo del postmoderno — tuttavia mi sembra una contraddizione il fatto che gli autori postmoderni abbiano saccheggiato a piene mani gli stereotipi della fantascienza (Angela Carter, William Burroughs, Don DeLillo, Thomas Pynchon) senza riuscire a contagiarla con il virus dell’originalità stilistica?

Che sia colpa del vecchio adagio dell’era pulp, “la fantascienza è un letteratura di idee”?


[1] Cory Doctorow, Radicalized. Quattro storie del futuro (Radicalized, 2019), traduzione di Dafne Calgaro, Mondadori 2021

[2] Brian McHale, Postmodernist fiction, Routledge 1987

Naturale, artificiale: “Irene” di Nino Martino

A tre anni da Errore di prospettiva, che notevole successo ha riscosso tra i lettori di Delos Digital, Nino Martino torna con un secondo romanzo, Irene, vincitore ex æquo del Premio Odissea 2020 insieme a Eden di Franci Conforti. A leggere la quarta di copertina, e le prime pagine, Irene sembrerebbe una riscrittura del precedente: forme di vita aliena su base totalmente differente da quanto possiamo immaginare, rapporto problematico tra l’opinione pubblica terrestre e gli esploratori spaziali, manipolazione del consenso. Ma questo solo a un’indagine superficiale, perché stavolta c’è molto di più; e mi auguro che i potenziali lettori capiscano e rispondano come prima, perché il messaggio è sottile e importante.

La trama, in breve.

Il romanzo inizia in media res, introducendo il lettore prima di tutto al rapporto tra Roberto (personaggio-punto di vista), un esploratore spaziale inviato su un pianeta alieno, Aldebaran II, alla ricerca di risorse economiche indispensabili sulla Terra sovrappopolata e sfruttata, e la protagonista, l’intelligenza artificiale che presiede alla missione; quest’ultima, prevista per sostituire la maggior parte dell’equipaggio nell’ottica di diminuire i cosi, viene dotata di un nome, Irene, per “umanizzare” la sua presenza; la sua interazione con Roberto non avviene però unicamente sul piano fisico. Roberto è collegato all’IA mentalmente, anzi se rimanesse troppo a lungo disconnesso, il suo cervello soffrirebbe danni irreparabili. Il modo in cui Irene gli appare è quindi antropomorfizzato, nell’immagine e nella sostanza di una donna avvenente; il mezzo, è soprattutto la realtà virtuale, quindi nella mente di Roberto, sebbene in caso di necessità l’IA sia in grado di proiettare un’immagine tridimensionale di se stessa, a beneficio di terzi.

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SOLARPUNK ITALIA, il sito

Oggi, venerdì 15 gennaio 2021, inizio una nuova avventura insieme a tre compagne di viaggio: Giulia Abbate, con la quale ho iniziato una stretta collaborazione a partire dal Manuale di scrittura di fantascienza (ed. Odoya) scritto a quattro mani — Romina Braggion, con cui ho mosso i primi passi nel mondo solarpunk, concretizzati poi nell’articolo “L’utopia che deve esistere” sul n. 91 di Robot — e Silvia Treves, che ho avuto modo di conoscere quando ho avuto la magnifica idea di invitarla a partecipare all’antologia Assalto al sole che ho curato per Delos Digital.

Il sito SOLARPUNK ITALIA vuole diventare un agile punto di riferimento, informazione e propaganda in lingua italiana, a disposizione di chiunque voglia informarsi, partecipare e condividere il vasto campo di letteratura, utopie e attivismo che per comodità etichettiamo come ‘solarpunk’: la fantascienza ottimista, la progettazione di un futuro sostenibile, lo scambio di idee e news sui movimenti interessati a frenare il cambiamento climatico, la recensione di tutte le pubblicazioni sull’argomento – senza preclusioni, senza settarismi, con il massimo della profondità critica possibile.

Ecco il nostro manifesto Solarpunk, sul quale conformeremo le nostre azioni

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La realtà abbacinante di Mircea Cărtărescu

di FRANCO RICCIARDIELLO

È vero, nei miei testi c’è molto misticismo, molta religione, molto mito, passi di Bibbia, riferimenti ai Veda, alla Kabbalah, e sì, certo, c’è molta psichedelia, tutto quello che ha a che fare con la vita interiore mi interessa moltissimo, sono influenzato dal romanticismo tedesco, Hoffmann su tutti, dal surrealismo, dal realismo magico, ma anche da musicisti come Lennon o i Pink Floyd. Sono interessato a qualunque cosa faccia esplodere la testa e le percezioni, bisogna andare nel muso agli archetipi junghiani, sfidarli sul loro terreno, che è quello della sincronicità, a volte addirittura della schizofrenia. Non si può uscire da questo se si lavora seriamente su certi temi, e non c’entra solo il fatto che Pynchon, uno scrittore postmoderno fortemente influenzato dalla psichedelia, sia tra i miei punti di riferimento assoluti: il fatto è che il mio principale interesse è la sostanza della realtà, ma intesa nel senso più ampio possibile. Le visioni, i sogni, sono realtà. Quella che chiamiamo comunemente ‘realtà’ non è che la superficie delle cose. La vita allucinatoria è vera quanto la vita “reale”.

Mircea Cărtărescu

Tentare un’analisi di questa mastodontica opera di Cărtărescu, scrittore romeno nato nel 1956 e più volte indicato come possibile premio Nobel, è una sfida complessa e affascinante, proprio per la stessa natura dell’opera: oltre millecinquecento pagine nell’edizione italiana Voland, testo originale scritto a mano, per accumulazione progressiva, senza un progetto iniziale e senza revisione in corso d’opera, è strutturato come labirinto di ricordi personali, ricostruzioni di fatti reali e di trasfigurazione fantastica, intorno a una serie compatta e limitata di immagini-simbolo che assumono funzione di mitologia letteraria.

La struttura di Abbacinante è quindi un viaggio progressivo dalla visione alla realtà, anche la struttura a farfalla costituita dai tre volumi è al servizio di tutto questo. È però importante ricordare che non è un libro pensato a tavolino, se non nei suoi tratti generali. So che sembra incredibile, ma per fortuna ho i taccuini per provarlo: ho scritto tutti e tre i volumi a mano, senza editing e senza fare più schemi in corso d’opera, insomma quella che si trova nei libri è sostanzialmente la prima bozza, a parte la revisione e qualche taglio occasionale. Si tratta del frutto di un flusso ispirativo continuo, lento ma costante, quasi medianico, a metà tra il fare poesia in prosa e la scrittura automatica. Ogni mattina rileggevo l’ultima pagina fatta e procedevo, lentamente, seguendo l’onda e sforzandomi soprattutto di tenere legati i fatti e le chiavi simboliche.

Intervista di Vanni Santoni, Berlino 2015

 

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