L’Eden di Franci Conforti

Credo che questa sia la recensione più ardua che mi sia toccato scrivere da quando ho cominciato a pubblicare qua e là i miei pensieri a proposito dei libri che leggo. Eden, vincitore del premio Odissea 2020 ex æquo con Irene di Nino Martino, è un romanzo che mi ha spiazzato, al punto che ancora non ho deciso se collocarlo tra le opere più originali della fantascienza italiana di inizio millennio, oppure considerarlo un’imbarazzante sequela di errori di scrittura.

Vabbè, sto scherzando.

Mettiamola così. Adesso mi assumo la responsabilità di recensire il romanzo di Franci Conforti come se io fossi in grado di scriverlo meglio. ATTENZIONE! Ho scritto come se, non perché sarei in grado.

Partiamo dall’inizio, cioè dalla trama. Delos Digital lo pubblicizza con uno slogan accattivante:

C’è un pianeta nel quale Dio parla costantemente con gli uomini. Almeno, ad alcuni uomini. Un pianeta dove non esiste la malattia né la morte: ci si può ferire, anche gravemente, ma Dio passa la sua mano e guarisce.

L’alterità, l’originalità del romanzo, anche rispetto alla fantascienza media, proviene soprattutto da qui, nonché da un’altra caratteristica: l’assoluta, inflessibile, impietosa reticenza letteraria, un understatement che non concede il minimo infodump. Conforti costruisce un mondo alieno, disumano per certi versi, in cui poco o nulla è immediatamente comprensibile, e solo attraverso la ripetizione di titoli, nomi e definizioni il lettore può cominciare a capire — e a scanso di equivoci, preciso che questa è una caratteristica positiva. È esattamente come se il romanzo fosse rivolto a un pubblico che vive su Eden e per questo non ha bisogno di spiegazioni: un effetto estremamente difficile da ottenere, che costringe l’autrice a tenersi in equilibrio su una lama, con il rischio di cadere in un incomprensibile esoterismo. Conforti supera senz’altro la prova, malgrado alcune forche caudine, tanto che il lettore raggiunge alcune epifanie veramente con il contagocce.

Forse è il caso di accennare alla trama.

Come evidenziato nella IV di copertina, sul pianeta Eden alcuni abitanti vedono e sentono dio, Illillah, che gli parla direttamente — tra l’altro, si tratta di un dio piuttosto punk, che non sembra minimamente intenzionato a aiutarli quando si trovano in pericolo. Questi “privilegiati” sono gli Illuminati, e tra questi, in segreto perché è un “barbaro”, il protagonista Rur Almuhallam. Va detto che l’aspetto più affascinante di questa soffocante teocrazia, nonché tra i temi più intriganti della science fiction, è il fatto che su Eden la morte non esiste. Gli esseri viventi sono virtualmente immortali, perché ogni volta che soffrono ferite anche mortali Illillah li risana: non sono esenti da sofferenza fisica, ma vedono ritornare il corpo intatto. Ogni tanto ci sono situazioni limite, come una catatonia simile a un letargo che pare colpire anche masse di persone, e che li rende come morti finché dio, con i suoi tempi, decide di “chiamarli”, cioè di far scomparire i corpi.

L’intreccio inizia quando Rur viene incaricato di indagare su un fenomeno che potrebbe rappresentare un’eresia (Eresia è il titolo con il quale il romanzo aveva partecipato al premio Urania prima di vincere l’Odissea): in un periferico paese settentrionale c’è una bambina, Mela, che apparentemente non viene risanata da Illillah quando si ferisce: per esempio, quando si sbuccia le ginocchia giocando.

Non è che l’inizio di una vicenda complessa e articolata, né avventura pura né romanzo sociale, estremamente originale e che dispiega una quantità di avvenimenti e personaggi, nonché, a mio avviso, totalmente imprevedibile.

Mi spiego. Un aspetto molto importante, tra quelli che contraddistinguono il romanzo moderno, è la forma. Mentre è chiaro il concetto di forma per arti come la scultura o la pittura, al limite anche per l’architettura, più indefinibile è nel caso della musica o del romanzo.

Nella musica, tuttavia, la comprensione è direttamente collegata alla nostra esperienza: ad esempio siamo in grado di riconoscere se un brano è rock o melodico o tradizionale, anche se suonato con strumenti diversi da quelli tipici del genere; e, com’è ovvio, siamo in grado di dire (nel sistema tonale, per lo meno) anche se non sappiamo suonare, se una nota “stona”. Ma come si traduce il problema della forma nella scrittura? Innanzitutto, con la definizione di forma s’intendono in letteratura le caratteristiche stilistiche di un testo — e la parola stile è abbastanza comprensibile. Tuttavia, al contrario di quanto si pensa comunemente, lo stile non è soltanto legato alla scelta delle parole, alla lunghezza delle frasi o altri concetti metrici e grammaticali: comprende anche elementi meno intuitivi, ma che influiscono sul risultato, e sui gusti del lettore, come l’interruzione di un capitolo nel mezzo della tensione narrativa o meno, il distanziamento delle scene clou una dall’altra, la ripetizione di situazioni (la famigerata ma utilissima “regola del tre”[1]), e via dicendo.

La progettazione del testo non è certo un’invenzione delle scuole di scrittura creativa: già dall’antichità si codifica l’arte di costruire un discorso facendo leva su elementi di forma — si pensi all’arte retorica.

Questa lunga digressione è per dire che, dal punto di vista della forma, il romanzo di Franci Conforti è una frustrazione continua. Per tutti i capitoli centrali non si capisce dove voglia andare a parare; il conflitto che innesca la trama, e che può essere riassunto con la formula “Rur Almuhallam vs. Al Cleziano”, o se preferiamo, adottando il punto di vista del protagonista, “Fede vs. Eresia” — improvvisamente entra in letargo dopo un terzo delle pagine. Rur e i suoi seguaci si confrontano con altri problemi, un personaggio che sembrava principale (Azzulen) rimane fortemente ridimensionato fino quasi a scomparire; e poi il conflitto ruota di 180°, diventa più o meno, semplificando, “Rur vs. Inquisizione”, altri personaggi che parevano destinati a ritornare scompaiono nel nulla, e si assiste a un continuo logoramento di personaggi deuteragonisti.

Intendiamoci, non né che la forma sia un dogma; anzi, il postmoderno ci insegna che non solo è possibile, ma che è auspicabile smontare il romanzo moderno per rimontarlo a proprio uso e consumo, è legittimo eliminare i personaggi con i quali si è richiesta l’immedesimazione del lettore, frustrare le sue aspettative, trascurare elementi ai quali si è data importanza, invertire direzione narrativa, evitare accuratamente le anticipazioni che aumentano l’attesa del lettore per alcuni avvenimenti, e via dicendo. Ciò che rilevo, e che mi ha spiazzato, è il fatto che questa violazione delle regole della forma è estremamente rara nel genere fantascienza, al punto che gli scrittori che l’hanno perseguita scientemente vengono percepiti dal fandom come “autori mainstream che saccheggiano elementi fantascientifici senza ammetterlo esplicitamente” (come se potesse esistere una simile categoria): per esempio William Burroughs, Vladimir Nabokov, Angela Carter, Italo Calvino.

Concludo qui questa riflessione. Con il passare del tempo sarà forse in grado di capire più chiaramente cosa penso di Eden, se sia cioè quell’outsider generazionale che giustifica anni di stagnazione del fandom, sulla scia di Come ladro di notte più che di Satana dei miracoli — un’opera che rimarrà inimitabile, senza mai riuscire a influire su una scrittura italiana di fantascienza piuttosto imbalsamata. Nel frattempo posso dire di aver apprezzato molto il rigore della costruzione, la coerenza dei vari elementi con le premesse fantascientifiche, i dialoghi imprevedibili, l’originalità dell’invenzione, e last but not least il rapporto tra due personaggi principali, Rur e la piccola Mela.

E, aggiungo, non capita proprio spesso che un romanzo italiano di fantascienza italiano mi dia di queste soddisfazioni.


“Eden” di Franci Conforti, Odissea Fantascienza n. 94, Delos Digital gennaio 2021, € 14,00 cartaceo, € 3,99 eBook


[1] La regola del tre si può spiegare così: se voglio sottolineare un elemento che ritengo importante per la struttura del mio testo (una similitudine, una metafora, un termine, ma anche una determinata situazione, specialmente di pericolo per i personaggi), ripeto l’elemento tre volte. Non due o quattro, ma tre. Questo serve a conferire una forma al ritmo del testo.

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