Le catastrofi non devono finire in distopia

Cory Doctorow, da Wired

traduzione di Franco Ricciardiello

Il mio nuovo romanzo, Walkaway[1], parla di un mondo in cui i super ricchi creano forme di vita immortali così efficaci nell’automazione del lavoro che tutti noi diventiamo risorse in eccesso. La battaglia che ne segue – sulla possibilità che l’umanità possa infine dividersi per sempre tra un’élite trans-umana e un brulicare di profughi in balia del clima – innesca massacri e persecuzioni. È un romanzo utopico.

La differenza tra utopia e distopia non è nella misura di quanto le cose vadano bene. È in cosa succede quando tutto va a rotoli. Qui, nel mondo disastroso e reale, stiamo per scoprire in quale delle due viviamo.

Dai tempi di Thomas More, i progetti utopici si sono concentrati sulla descrizione dello stato perfetto e sulla mappatura del percorso per raggiungerlo. Ma questa non è ideologia, è un sogno ad occhi aperti. La società più perfetta esisterà in un universo imperfetto, in cui la seconda legge della termodinamica implica che tutto ha bisogno di costante riparazione, accomodamento e aggiustamento. Anche se la tua utopia ha abitudini rigide, è a rischio di venire distrutta da pericoli meno cogenti: asteroidi di passaggio, stati confinanti meno virtuosi, agenti patogeni mutanti. Se la tua utopia funziona bene in teoria, ma degenera in un’orgia di violenza cannibalistica la prima volta che si spengono le luci, non è in realtà un’utopia.

Ho preso ispirazione da alcune delle utopie più ardite della fantascienza. In Pacific Edge[2] di Kim Stanley Robinson – di sicuro il libro più edificante della mia collezione – un battibecco apparentemente insignificante sulla suddivisione in zone di un complesso per uffici rappresenta un microcosmo per tutte le sfide che riguardano la creazione e il mantenimento di una società pacifica e cooperativa. Il debutto narrativo di Ada Palmer[3] nel 2016, Too Like the Lightning, è un’utopia che solo uno storico avrebbe potuto scrivere: una società multipolare e autoritaria in cui la qualità della vita è assicurata da un mix di rigide convenzioni sociali, federalismo high tech e qualcosa di simile al feudalesimo.

Come in questi romanzi, il grande problema in Walkaway non sono gli shock esogeni ma piuttosto l’umanità stessa. È la sfida di diventare walkaway[4] – il 99 percento che ha lasciato la società e prospera raccogliendone abilmente gli scarti – per aiutarsi l’un l’altro nonostante gli istinti survivalisti che sussurrano: “Il disastro risparmierà così tante delle sue vittime che faresti meglio a trovare spazio su eventuali scialuppe di salvataggio, nel caso in cui tu abbia la possibilità di salvare uno dei tuoi.” Quella voce sussurrata è il ronzio di sottofondo di una società in cui il mio guadagno è la tua perdita e tutto ciò che ho è qualcosa che tu non hai – un mondo in cui l’abbondanza materiale è pervertita da una distribuzione della ricchezza disgraziata e instabile, quindi tutti devono preoccuparsi del suo esaurimento.

(Ricorda che metà dei posti a sedere su molte delle scialuppe di salvataggio del Titanic erano vuoti. Una combinazione tossica di panico e mancanza di cooperazione ha spinto coloro che sono riusciti a mettersi in salvo a lasciare quelle panche vuote a metà, anche se più di 1.500 passeggeri annegavano intorno a loro.)

Ecco come riconoscere una distopia: è una storia di fantascienza in cui il disastro è seguito da una violenza brutale e insensata. Ecco come si crea una distopia: convincere le persone che quando si verifica un disastro, i loro vicini sono i loro nemici, non i loro reciproci salvatori e responsabilità. La convinzione che quando le luci si spengono, i tuoi vicini verranno con un fucile da caccia, invece di portare il contenuto del loro congelatore in modo da poter fare un barbecue prima che tutto vada a male, non è solo una profezia che si autoavvera, è letteratura usata come arma. La credenza nella natura predatoria a malapena trattenuta delle persone intorno a te è la causa della distopia, la convinzione che trasforma semplici crisi in catastrofi.

La differenza tra utopia e distopia non è nella misura di quanto le cose vadano bene. È in cosa succede quando tutto va a rotoli

Storie di futuri in cui noi siamo all’altezza del disastro che ci colpisce sono un vaccino contro il virus della sfiducia. Il ripristino di emergenza in caso di calamità è più rapido e facile quando lavoriamo insieme, quando viene occupato ogni posto su ogni scialuppa di salvataggio. Le storie in cui il crollo della tecnologia significa il crollo della civiltà sono una vile calunnia contro l’umanità stessa. Non è che alcune persone non siano comunque avide (o che ognuno di noi non lo sia a volte). La differenza è se sia normale agire in base alla nostra natura migliore o se i nostri peggiori istinti siano così connaturati alla nostra umanità da non poter essere ritenuti responsabili se a essi ci arrendiamo.

La tecnologia ha rivelato molte cose sulla nobiltà e sulla crudeltà umane. Ci ha dato eserciti di troll, certo, ma anche comunità di mutuo soccorso, assistenza a distanza, folle di brave persone che mettono continuamente in pratica progetti collaborativi basati su Internet. Le storie di fantascienza sulla rete “predicevano” entrambe le cose, ma la migliore fantascienza produce qualcosa di molto più interessante della previsione: l’ispirazione. Quella fantascienza ci dice che dobbiamo costruire società migliori e ci fa luminosamente sognare come potrebbe essere vivere in quelle società. L’anno scorso è stato pieno di disastri e il prossimo si preannuncia ancora più disastroso: niente di ciò che possiamo fare lo cambierà. I disastri fanno parte del grande movimento dell’universo, sono la fondamentale perversità dello spietato disordine della materia inanimata. Ma quei disastri siano distopie? Sta a noi decidere, e il fattore decisivo potrebbero essere le storie che raccontiamo a noi stessi.


Note

[1] Cory Doctorow, Walkaway, Hed of Zeus 2017 (inedito in italiano)

[2] Kim Stanley Robinson, Pacific Edge, volume conclusivo della trilogia Tre Californie (inedito in italiano)

[3] Scrittrice statunitense inedita in Italia. Too like the lightning è il primo volume di una quadrilogia, Terra Ignota, ambientata nel 2454, che racconta la possibilità di una guerra dopo tre secoli di pace seguiti alla dissoluzione degli Stati nazionali.

[4] Camminatori? Fuoriusciti? Letteralmente, “andati via”, per metafora: usciti dal branco, dalla società, dal consorzio umano

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