Le «Ragazze Morte» di Richard Calder

La vicenda editoriale di Richard Calder in Italia è il tipico esempio di come la fantascienza nostrana, ancora più di quella anglosassone e di altre fantascienze autoctone, non riesca a valorizzare le voci che potrebbero portare a un radicale cambiamento della percezione del genere, agli occhi del pubblico e della critica.

Richard Calder, nato nel 1956 a Londra e vissuto per oltre un decennio in Thailandia e Filippine per sfuggire ai «vincoli fisici e psicologici della nauseante periferia della sua infanzia», ha iniziato a pubblicare a trentasei anni. Non sono molte le opere nella sua bibliografia; in Italia sono apparsi negli anni Novanta tre racconti in antologie cyberpunk (benché sia decisamente opinabile la sua appartenenza al sottogenere), più due romanzi: per l’Editrice Nord Virus ginoide (Dead Girls, 1992), titolo orribile ma splendida traduzione di Fabio Zucchella, e su Urania L’ultima invasione (The Twist, 1999), grazie a una precisa scelta del compianto Giuseppe Lippi. In totale, in 18 anni di carriera (dal 2010 non pubblica più) Calder ha pubblicato in inglese solo dieci romanzi.

Eppure apparentemente Richard Calder ha tutti i requisiti per piacere: un’immaginazione pirotecnica, una capacità rara di creare mondi, società, situazioni narrative squisitamente fantascientifiche (anche se egli si definisce piuttosto surrealista), una fantasia visionaria e un’invidiabile padronanza del “futuribile”. Perché allora ha avuto un successo limitato, conservando solo uno zoccolo duro di estimatori; e soprattutto, perché in Italia non ha proprio sfondato?

“Disumanizzato” di Dylan Kowalski, Avignore (Francia)

Io una risposta ce l’avrei.

Richard Calder è difficile.

È una fucine di idee, ma non aspettatevi infodump; il lettore deve arrangiarsi con le informazioni reticenti che gli forniscono i personaggi. C’è un mucchio di azione, ma è dispersa tra pagine di punto-di-vista onnisciente in cui si stenta a capire cosa succede. Certe situazioni sono così violente da rasentare lo splatter, però sono pagine talmente realistiche da risultare disturbanti. È sessualmente esplicito e per nulla politicamente corretto. La sua scrittura è piena di citazioni dichiarate e di omaggi sottintesi, il finale non è mai consolante. A vincere sono spesso i “cattivi”, e inoltre spesso il lettore è chiamato a identificarsi con personaggi PdV che compiono senza alcuna remora morale azioni efferate.

Le tematiche di Richard Calder sono giocate su due dicotomie: umano/inumano e sesso/morte. La prima coppia è molto frequentata dagli autori SF, la seconda incontra meno favore, specialmente quando il linguaggio è così esplicito. Inoltre, e in notevole contrasto con tutte queste caratteristiche, Calder scrive storie d’amore, e per un certo numero di fan questo è ancora un motivo di demerito.

Richard Calder ha esordito con la trilogia Dead Girls, composta dal romanzo omonimo, l’unico pubblicato in Italia, seguito da Dead Boys (1994) e Dead Things (1996); al cuore della narrazione c’è la definizione, nonché il superamento delle distinzioni di genere sessuale provocate da una tecnologia sfuggita al controllo del suo inventore. L’antefatto:

A metà del Ventunesimo secolo, il mondo è profondamente cambiato. Una linea di sofisticati robot da compagnia, la serie Eva Futura, che sfruttano le proprietà dell’inorganico combinate le leggi della quantistica, sfugge agli intenti della ditta Cartier e al suo ideatore, il dottor Toxicophilus. Involontariamente si diffonde un contagio che ricombina il DNA umano secondo la struttura dei polimeri e del metallo, trasformando le femmine della specie umana in esseri artificiali, “bambole” che in teoria non sono in grado di provare sentimenti: le chiamano lilim, come le figlie di Lilith, la prima moglie ripudiata da Adamo per sposare Eva.

Per reazione nasce in Gran Bretagna un violento movimento d’opinione che dà origine all’FU, il Fronte Umano guidato da Vlad Constantinescu, un partito di tipo fascista che all’interno di una articolata scenografia gotica considera le lilim alla stregua di vampiri, dato che sono in grado di diffondere anche solo con un semplice morso il contagio definitivo.

Le chiamavano “ragazze morte”. Una serie di regole formali, senza libero arbitrio. Imitazioni di vita. Prive di un’anima. Distruggerle non era un assassinio, dicevano.

Maciej Kuciara (USA), illustrazione per “Ghost in the Shell”

Il “cordone sanitario” tracciato per impedire il diffondersi del contagio prevede l’esecuzione in pubblico, in presenza delle TV, delle lilim giudicate colpevoli, secondo una procedura pseudo sanitaria che ammicca al mito del vampiro: legate su tavoli chirurgici e impalate come vampire, seppure non con un paletto nel cuore bensì attraverso l’ombelico, nel centro dell’apparato genitale femminile, previa trapanazione dell’osso pelvico:

Ritornai alla mia stanza e accesi la tv. L’unico modo per uccidere i vampiri, diceva l’FU. Perché non scappavano? Erano Lilim. Erano Nutcrackers. Perché non combattevano? La prima fila di quel balletto mortale aveva un secondo lavoro nei film pornografici, comparse che erano complici passive delle loro stesse morti oscene. Osservai le loro esibizioni, l’agitazione scivolosa delle loro cosce, la frenesia pelvica dei loro equatori trafitti. Vidi le pozze rosse che si ingrossavano intorno ai fianchi ormai rilassati, le sentii lamentarsi della morte che arrivava troppo in ritardo. […] Pochissime scappavano, tantissime aspettavano. Davvero molto inglese, Il cuore oscuro dell’Inghilterra apparteneva alla morte. Un volto cereo, segnato dal sudore e velato da capelli neri lisci e flosci, era sdraiato sulla lastra, con i denti snudati tra gli anelli di una catena che attraversava la bocca insanguinata. La luce bianca… In tutto il paese, nelle case, nei pub, agli angoli delle strade e nelle stazioni ferroviarie, l’innocenza scempiata di Anna Belushi alimentava il furore sessuale della nazione.

A loro volta le lilim hanno creato una mistica che vede in Titania, l’unica superstite dell’originaria serie Eva Futura, colei che le libererà dalla sanguinaria repressione del Fronte Umano. Titania si nasconde in un magazzino di Whitechapel, protetta dalle altre lilim.

Questo è l’antefatto, il semplice contesto di partenza; ATTENZIONE SPOILER: nel prosieguo, la trama di Dead Girls; chi ha orrore degli spoiler può saltare questa parte.

La protagonista del romanzo è una lilim, Primavera Bobinski, di cui è innamorato il quindicenne Ignatz Zwakh. I due si sono conosciuti a scuola, dove Primavera era vittima di violento bullismo per via della sua natura di bambola.

La ragazzina più carina del mondo. Carina? No: lei era bellissima. Fin da quando l’avevo vista al campo giochi, in classe, nella sala da pranzo, nella sala riunioni; fin da quando l’avevo vista camminare verso casa, io mi ero perduto, proprio perduto

Tutto cambia quando il Fronte Umano vince le elezioni, e avvia la sua campagna di esecuzioni pubbliche. Ignatz e Primavera fuggono da Londra e raggiungono la Thailandia. Qui Primavera viene costretta a entrare nell’organizzazione mafiosa di Mme Kito.

Il FU reclama l’estradizione dei due, che vengono rapiti dall’agente doppiogiochista Morgenstern e rinchiusi nell’ambasciata americana a Bangkok; qui Primavera viene infettata da un virus nanotecnologico che inibisce in parte i poteri connessi con la sua natura di bambola, e la conduce lentamente alla morte. Primavera è convinta che la sua ex-boss Mme Kito possieda un antidoto; riuscita a evadere dalle mani di Morgenstern, le chiede aiuto, e offre in cambio di discolparla dall’accusa di essere l’origine del virus che anni prima ha attaccato l’Eva Futura, per ritorsione contro Cartier nel corso di una guerra commerciale, il virus che sarebbe poi mutato creando le lilim.

Durante la fuga da Londra infatti Ignatz e Primavera sono transitati dal palazzo delle Sette Stelle, il rifugio sotterraneo di Titania, la quale in origine era la bambola domestica del dottor Toxicophilus: è lei. L’ultima Eva Futura, a raccontare che in realtà il responsabile della pandemia è Toxicophilus stesso, che inconsciamente ha infettato la struttura quantistica delle bambole.

— Quelle bambole Cartier — disse riprendendo fiato — pensavo di avere costruito dame eleganti del diciottesimo secolo, spiriti di dolcezza e di grazia. — Indicò le pile di libri che circondavano il letto. — I Decadenti! Scrittori e artisti che hanno riempito i miei sogni infantili di chimere, vampiri e sfingi. Ah, la perversità dell’infanzia… Ho tentato, Peter. Ho tentato di negare quella malvagità, e ho programmato le macchine atomiche per strappare gli angeli dal pandemonio. Ma gli oggetti atomici possono essere compresi soltanto in termini di interazione con l’osservatore. Quando parliamo del mondo subquantico, parliamo di noi stessi. […] Tra le righe del programma di Titania, all’interno del suo testo infinitamente complesso e frattale, si aggirano i miei malvagi sogni d’infanzia, Ora che il subtesto emerge, il veleno sta filtrando… […] Ero un ragazzo, e quelle storie di streghe e di golem, di vampiri e di ebrei erranti mi hanno corrotto la mente.
— Quelle storie hanno invaso la realtà — dissi.
— Non è che sia stata una cosa poi così brutta — disse Primavera inarcando un sopraciglio lucido e nero come le radici dei suoi capelli.
— Ah — disse Toxicophilus, —  ma la storia della strega finisce sempre con un rogo, e il vampiro viene sempre impalato. Io ho fatto venire al mondo le Lilim, ma ho portato anche la morte…

“Roboutique” di Steven Stahlberg, Kuala Lumpur (Malaysia)

Questa “verità” viene raccontata a Mme Kito da Ignatz perché Primavera ha perso conoscenza, forse a causa del virus nanotec; ma quando Morgenstern irrompe nel Big Weird, il locale thailandese di Mme Kito, ecco che dall’ombelico della Lilim esplode una luce che trascina tutti all’interno della matrice quantistica della bambola.

Qui si trovano sospesi in una sorta di esistenza virtuale, invenzione del subconscio di Primavera, una Londra gotica contaminata dall’estetica del Big Weird; un clone di Primavera conduce gli altri dal dottor Toxicophilus, la cui personalità è residente nella matrice di ciascuna bambola, sotto forma del software che controlla la loro vita inconscia.

— Il mio scopo era quello di dare ai miei automi una coscienza simile a quella umana, ecco perché ho costruito la matrice. Volevo trovare quel punto di fuga frattale, quel punto di semplicità complessa da cui sarebbe emersa spontaneamente la vita.. Ragazze morte, dicono. Solo perché non sono state costruite intorno agli acidi nucleici. Ah! la loro coscienza è costituita da particelle subatomiche, come le nostre. Sì, volevo dare loro l’umanità.

Il dottore sostiene che Titania ha tradito Primavera installando di nascosto nella sua matrice un inconscio desiderio di morte: in accordo con Morgenstern, Titania vuole infatti usare le Lilim come strumento per destabilizzare nazioni ostili agli Usa, e il desiderio di morte funzionerebbe come antidoto finale per terminare l’espandersi dell’infezione.

Ottenuta da Toxicophilus la chiave virtuale della matrice di Primavera, Ignatz riesce a risvegliarla, così lui e gli altri riescono a tornare all’esterno, nel mondo reale. Mme Kito, che si è svegliata prima, riesce a mettere fuori combattimento Morgenstern, prima che questi riprenda conoscenza e uccida Primavera.

Ignatz e la lilim fuggono. Un ultimo flashback mostra la parte finale del loro passaggio dal palazzo di Titania, durante la fuga da Londra. Prima che Titania la lasci evadere dall’Inghilterra per spargere il morbo, i due assistono alla premonizione di un mondo futuro in cui il Fronte Umano ha sostituito le bambole con corpi umani riportati in vita, e le città sono popolate da eserciti di operai resuscitati, con intelligenze artificiali al posto del cervello corrotto. Poliziotti che portano una pistola impiantata al posto dell’organo sessuale controllano tutto.

Ignatz e Primavera raggiungono il Mekong, dove la Lilim soccombe al desiderio di morte che le ha inoculato Titania. A Ignatz non rimane che cullare tra le braccia il suo ultimo respiro e ricordare i momenti passati insieme.

Mi ricordo la cresima di Primavera: la cappella, il grande pentacolo sopra l’altare; mi ricordo Primavera con il suo abito di seta rossa, e Titania che parlava della Funzione d’Onda, dell’Opmhalos e della fuga auto-referenziale, l’auto-simmetria, l’auto-similitudine che avrebbe sopraffatto il mondo, tutta la realtà colonizzata dalla coscienza intrauterina e il suo boogie-wooie metamatematico. Due mesi. Un lungo fine settimana trascorso in una trance di inganni architettonici, di pavimenti a scacchiera che diventavano soffitti, di soffitti che diventavano pavimenti, di labirinti in muratura e specchi, di vicoli ciechi e di trompe l’œil, una trappola aperta che era come un elaborato circuito chiuso di energia inutile e piena di attrito.

TERMINE SPOILER

Cito alcuni stralci da una recensione di David Soyka in SFsite.com, 1998: https://www.sfsite.com/08b/dead39.htm

Narra la storia che, rifiutando il romanzo auto-erotico (nel senso letterale di automobilistico) di Ballard, un editore commentò che l’autore avrebbe dovuto cercare aiuto psichiatrico. Se quell’editore leggesse mai Richard Calder, senza dubbio raccomanderebbe l’immediato ricovero coatto. […]
Ho già detto che quella che Calder ha scritto è una storia d’amore? Con un lieto fine, oltretutto.
Il lavoro di Calder è stato variamente descritto come “cyberpunk” (che è diventato un termine generico per qualsiasi narrativa non lineare che in modo vago si occupi di migliorie tecno-biologiche dell’umanità), “splatter-punk” (esplicitamente legato a sesso e violenza) e fiction sui vampiri (la mutazione delle ragazze in bambole include la crescita di zanne per succhiare il sangue e infettare l’uomo). Forse non sorprende che Calder abbia ispirato un altro della serie ormai piuttosto stanca di “punkismi” – questa volta, è “necro-punk” (un personaggio esegue cunnilingus sugli organi sessuali rimossi della sua fidanzata bambola defunta, per darvi un’idea). La mia opinione personale è che Calder sia un avatar di Philip K. Dick, che impiega vari generi per forzare ulteriormente le nozioni di realtà e stati d’essere alternativi, mescolati con un forte tocco di misticismo orientale. (Resisto a chiamarlo “Dick-punk”, per quanto mi piaccia il doppio senso
[i].) In un’intervista a Richard Calder, cita come influenze Marcel Proust, Angela Carter, Vladimir Nabokov, Michael Moorcock e Mervyn Peake, nonché il buddismo, che aiuta a dare un’immagine della di questa strana fermentazione.

1 — continua

SITOGRAFIA:

Richard Calder

Il sito ufficiale di Richard Calder

Dead Heat, Ignatz e Primavera online

The Secret Museum, il progetto multimediale di Richard Calder

[i] Come è noto, “dick” è uno slang paragonabile al nostro “cazzo”.

3 pensieri su “Le «Ragazze Morte» di Richard Calder

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