Materiali resistenti / Muri urlanti

Il 16 aprile ci sarà l’inaugurazione della mostra fotografica collettiva della Biennale di arti visive MATERIALI RESISTENTI – MURI URLANTI,” con 24 autori partecipanti e il patrocinio della Regione Piemonte e dell’ANPI, nella sala mostre della regione, in piazza Castello 165 a Torino. Per l’occasione, le associazioni organizzatrici “Il terzo occhio” e “Arte totale” mi hanno chiesto di scrivere una breve prefazione al catalogo della mostra, che anticipo  in questo post

L’urlo dei muri

di Franco Ricciardiello

Sono nato l’anno in cui fu costruito il Muro. Quello di Berlino: solo uno fra tanti eretti prima, e troppi che vennero dopo. Sembrava dovesse durare in eterno, simbolo materiale della contrapposizione tra due mondi, monumento all’odio, una spada di Damocle di cemento armato sul nostro futuro. E invece è andato giù come un castello di carte in un sogno, smontato mattone su mattone, moltiplicato con il tipico miracolo capitalista della reificazione, venduto a chi crede di conservare in questo modo un frammento di storia.

E dire che da sempre il muro, così concreto, è anche un ambiguo simbolo astratto. Ambiguo perché è protezione, rifugio, casa, ma la faccia oscura della medaglia è la sua capacità di separare. È intimità, riservatezza, famiglia, ma può anche tenere lontano ciò che in natura sarebbe unito.

La storia della civiltà è anche storia di muri: i valli romani contro i popoli che vivevano oltre i limiti dell’Impero; Chángchéng, la Grande muraglia che non riuscì a salvare i cinesi dalla furia dei nomadi mongoli; l’imprevidenza dello stato maggiore francese, che pensava di evitare un’invasione tedesca con la lunga ridotta di bunker e cannoni della Maginot, semplicemente aggirato dalle divisioni corazzate di Hitler.

Ci sono culture che hanno conservato un muro per piangere sul passato, dal momento che non possono dimenticarlo né riscriverlo; alcune di queste civiltà hanno costruito altri muri, credendo sia la soluzione per mantenere la sicurezza. Un pensiero immateriale, un simbolo astratto — l’attualizzazione di una barriera di difesa che è un’dea antica come l’umanità — si solidifica in una colata di cemento che attraversa valli e rilievi, taglia in due i centri abitati, interrompe le strade lasciando una terra mutilata, offesa, incompiuta. E così, dopo lo smantellamento del muro di Berlino, altri ne sono stati costruiti per tenere fuori ciò che si vuole insegnare a odiare: Palestina, Ungheria, il Río Grande. L’odio è un sentimento naturale, oppure un veleno che si impara? Il muro è una metafora, anche quando è maledettamente solido. È un’idea di purezza così assoluta da non esistere in natura. Nemmeno se il mondo fosse in bianco e nero, i colori si potrebbero tenere così caparbiamente, irrazionalmente separati.

Come tutti, da adolescente ho ricoperto i muri di casa con poster di cantanti, e nei momenti peggiori sono rimasto a fissarli per raccogliere i pensieri. Capita a tutti a quell’età: hai bisogno di pareti che ti separino dagli altri, finché non impari a distaccarti per conto tuo. In un disco che ho quasi consumato a forza di ascolti, i Pink Floyd cantavano il muro che i traumi psicologici possono costruire intorno ai sentimenti, un’autodifesa per attenuare la sofferenza. Quel muro in copertina era di una semplicità commovente: linee nere che si incontravano a angolo retto su una superficie bianca, centinaia di unità rettangolari in stati sovrapposti, leggermente sfalsati, che l’occhio di chi guarda identifica subito con una parete di mattoni. Un’idea lineare, terribile nella sua purezza: un piano vuoto, che pochi tratti di penna trasformano in una barriera.

Pochi oggetti-simbolo si prestano a un tale manicheismo, evocano una tempesta di emozioni così distanti. Ho trovato muri sulla mia strada in ogni angolo del mondo, e ammetto che alcuni di questi sono tra i ricordi più belli. Il muro dei Riformatori a Ginevra, che incorpora le statue dei grandi innovatori del cristianesimo: Calvino, Coligny, Cromwell, Guglielmo d’Orange e altri. Il  muro dei Draghi nel parco Beihai a Pechino, con il suo sfondo acquamarina e le figure sinuose e squamate di nove terribili draghi, che si riflettono nelle acque del lago a ridosso della Città proibita. A Parigi, c’è la statua in bronzo di un uomo che stenta a uscire dall’interno di un contrafforte sulla collina di Montmartre: è Dutilleul, il protagonista del racconto Le passe-muraille di Marcel Aymé, un piccolo impiegato-supereroe che acquisisce la facoltà di attraversare i muri fino a rimanere “congelato” a metà dentro uno di questi. Ho visto muri diventare arte sotto i pennelli di autori anonimi in ogni parte del mondo. Ad Atene, nel quartiere di Exarhía, tra il Museo archeologico nazionale e la collina del Licabetto, i graffiti di resistenza civile sono diventati attrazione turistica. A Londonderry i murali che inneggiavano all’IRA e ai caduti nella resistenza all’oppressione, vengono restaurati e rinnovati per mantenere attuale la memoria. Lungo la Carretera Central, che fa da spina dorsale all’isola di Cuba, agiografie della rivoluzione illustrano muri scrostati dal sole e dal tempo inclemente. Ho camminato sul ripido selciato della Grande muraglia, salendo scalinate e passando nelle torri di guardia affacciate sul una foresta larga come un continente.

Quando entrambi avevamo più di un secolo di vita, sono andato finalmente a vedere con i miei occhi il Berliner Mauer, che fino al ’91 aveva il nome ufficiale di Antifaschistischer Schutzwall, “barriera protettiva antifascista”: un’intera sezione lungo la riva della Sprea è stata conservata, e oggi ospita un’incredibile galleria di cento opere d’arte che raccontano l’infamia della libertà negata. Eppure altri muri verranno, e saranno accolti con entusiasmo, anche se sono cicatrici sulla pelle del pianeta; ma ora sappiamo che nessun muro è eterno, e finché ci sarà una volontà tesa a farli crollare, rimarrà la speranza di una civiltà senza barriere né confini.

 

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