«Nell’ombra della Luna», capitolo 1

Questo è il prologo del mio ottavo romanzo, Nell’ombra della Luna, pubblicato il 30 agosto scorso da Meridiano Zero editore. Buona lettura.

Non sono molte le automobili lungo le arterie di Città del Messico, in questa notte raccapricciante di stelle fredde del gennaio 1942. Una donna sta morendo sul sedile posteriore dell’automobile in sosta d’emergenza a lato dell’Avenida de Los Insurgentes, a poca distanza dalla sede diplomatica di quelli che prima della rivoluzione comunista erano conosciuti come Stati Uniti d’America.
Le interminabili vie del centro, larghe come fiumi della foresta equatoriale, sono illuminate a giorno dalla nascente prosperità di questo paese che si sta riprendendo dal sussulto rivoluzionario degli anni Dieci. L’avenida Constituyentes con i murales di Diego Rivera, Chapúltepec, il paseo de la Reforma con i suoi sessanta chilometri di lunghezza.
Una Chrysler del 1935, gli ammortizzatori provati dallo stato delle strade della capitale federale, è ferma a lato dell’avenida, sotto un mural alto come l’edificio; le portiere anteriore e posteriore dalla parte del guidatore sono spalancate, come se l’autista fosse sceso di corsa per salire sul retro dopo il parcheggio in emergenza nel cono d’ombra fra due lampioni. L’uomo è curvo sul sedile, chino su una donna magra, forse invecchiata precocemente, sdraiata contro lo schienale, la blusa slacciata e aperta sul collo per favorire la respirazione.

— Non allontanarti, — sussurra la donna fra un attacco a l’altro, le labbra e le narici dilatate per graffiare l’aria; si umetta le labbra con la lingua, senza riuscire a staccare gli occhi dal tettuccio della Chrysler che occupa tutto il suo campo visivo. — Ho paura, non ti allontanare.
— Lascia che fermi qualcuno, — la implora l’autista. — Avremmo dovuto portare Bernard con noi.
— Non andartene, ho paura.
La donna parla come se avesse fretta di espellere le parole in mezzo ai denti, si intuisce una frenesia di concretizzare pensieri, di coagulare istanti di memoria che altrimenti andrebbero perduti, come se comprendesse che sono gli ultimi che le restano.
— Il cuore, — dice. — È dal ’35 che me lo porto dietro in queste condizioni.
L’uomo scuote il capo. — Perché non ti sei riguardata?
— Aspetta, devi ascoltare. — La notte respira l’odore polveroso del catrame, entrato in uso da qualche tempo come mantello stradale, il rumore dei freni delle automobili, le lame di machete dei fari. — Ho questa cosa in mente, non ne ho mai parlato a nessuno, né con Palmiro né con Edward, neppure con Antonio.
L’uomo scuote il capo. — Ma è così importante? — dice, e pensa a come avvertire la sede diplomatica.
— Prima che perquisiscano la mia stanza, — insiste lei, — devi andare a casa mia: fra il materasso e le molle del letto, dentro una busta di carta troverai una copia del Guardian del gennaio ’33. Devi prenderla prima che i compagni o la polizia la trovino.
L’uomo le scosta i capelli sul collo, ritrae le dita che tremano per la tensione. — Non sforzarti di parlare, adesso, — implora.
— Devi leggere quel giornale. Devi capire cosa è successo, io me lo domando da dieci anni e non sono riuscita ad avere una risposta. Forse ho paura di trovarla. Ho paura di essere stata io a attirarmi addosso quella cosa, ho paura di portarmi appresso questa maledizione da quando ero ragazza.
L’uomo sospira. — Cosa dici, come puoi credere a queste cose?
— Non parlo di magia. Ho solo paura di avere causato qualcosa di irreparabile. Ricordi cosa ti dissi a Montréal, il giorno in cui mio cugino è partito per l’esilio in Canada?
— “È più facile cambiare la Storia che le nostre piccole storie” — risponde l’uomo.
— La mia non era una riflessione filosofica ma la sintesi di un’esperienza reale: avevo già visto quel numero del Guardian che troverai sotto il materasso.
La donna si sforza di trovare le parole più ricercate, pensa che siano le ultime che potrà pronunciare, e forse è vero a giudicare dalla debolezza del suo polso.
— Tranne Sergej, non l’ho mai raccontato a nessuno, forse perché me ne sono resa conto solo dopo quello sciagurato giornale. Sai chi era Vladimir Il’ič Lenin?
L’uomo sente una fitta al cuore, vacilla per un ricordo. Il suo dito indice che scorre le costole dei libri in ordine alfabetico su uno scaffale, nell’inverno di Montréal, da destra a sinistra alla ricerca di un volume in particolare, Majakovskij Machado London Lermontov mentre un altro dito femminile avanza da sinistra, Ibsen Joyce Kafka Laplace per arrestarsi sul miele gelato della luna di García Lorca, fuori ordine sulla libreria.
— Ho conosciuto Lenin a Praga quando avevo 17 anni, prima di emigrare in America. — continua la donna.
— Non ti affaticare. — L’uomo cerca di alzarsi dal sedile. — Fermo la prima automobile, farò chiamare  un’ambulanza.
— Mio padre era già emigrato a San Francisco da qualche anno, — continua la donna, e gli  afferra il polso per non che si allontani. — Sapevo che di lì a poco anch’io avrei dovuto attraversare l’oceano perché non c’era più lavoro per noi a Udine, eravamo schedati dalla polizia imperiale come “anarchici”. Lavoravo in filanda dodici ore al giorno da quando avevo dodici anni, per portare a mia madre l’unico reddito della famiglia dato che mio padre era lontano.
L’uomo si rassegna; osserva con occhi velati dalle lacrime lo scorrere rarefatto e indifferente delle automobili sull’avenida, mentre dal mural sopra di loro sciamani aztechi li spiano con occhi predestinati all’estinzione, importunati da venditrici di mais e tortillas dalle rughe profonde come i corsi d’acqua della Sierra Madre; sopra le spalle di questi progenitori polverizzati dalla storia, nella parte alta dell’affresco, si stagliano le linee rette dei canali di Tenochtitlán che congiungono le scalinate delle piramidi, flotte di imbarcazioni a remi, capanne di paglia, isole di terra riportata che saranno distrutte dagli spagnoli, tutto il lago sarà ricoperto, la città d’oro rasa al suolo e riedificata dalle fondamenta all’ombra di Santa Romana Chiesa.


Ma mentre alza gli occhi al mural, l’uomo nella Chrysler non pensa allo sterminio degli autoctoni né alla Repubblica comunista a nord del Rio Grande che gli paga lo stipendio; non pensa nemmeno al momento cruciale della sua vita, all’alba livida di fosforo sul fronte di Schenectady: si limita ad ascoltare le parole di questa donna che gli muore fra le braccia troppo giovane, non ha ancora cinquanta anni, e il salgemma di lacrime sulle labbra gli ricorda le labbra di un’altra immigrata italiana come lui, come lui scomparsa oltre il cerchio della sua vita, oltre l’oblio delle lettere o dei biglietti d’auguri nelle ricorrenze, eclissata in una piccola storia difficile da cambiare, e la voce della donna che muore gli rivela che la Storia è stata cambiata dal battito delle ali di una farfalla a Praga.

Franco Ricciardiello, Nell’ombra della Luna, ed. Meridiano Zero, Bologna 2018, 320 pagine € 18,00, ISBN 9788882374815

Tutte le immagini contenute nel presente post sono di © Anne Magill

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