1Q83 — parte I

Tutto sembra essere cambiato nella fantascienza italiana durante anni in cui ho cessato di occuparmene attivamente, salvo pubblicare racconti su antologie presso editori non specializzati. Innanzitutto, come chiunque può verificare, per esempio durante una manifestazione come Stranimondi, il panorama delle case editrici di genere si è molto arricchito, e con un ventaglio di pubblicazioni di assoluto rispetto; in secondo luogo, l’editoria elettronica ha reso più semplice l’approdo dei nuovi autori a una pubblicazione professionale; terzo, non meno importante, l’interesse per il genere fantasy non è più così pervasivo da condizionare pesantemente i canali editoriali. Quando la mia disaffezione ebbe inizio, per esempio, il pubblico femminile (e di conseguenza le potenziali autrici) non era interessato alla fantascienza se non in una parte minimale. Persino il genere hard, tecnologico, da sempre snobbato dagli autori italiani, è finalmente arrivato al centro della riflessione letteraria dopo anni di ubriacatura fantastica.

Queste le ragioni per cui ho ripreso a leggere fantascienza italiana.

Quasi subito mi sono imbattuto in un trio di voci nuove — nel senso che ancora non erano arrivate alla pubblicazione quando iniziò la mia disaffezione. Hanno in comune la pubblicazione prevalentemente su eBook (molto gradita dai nuovi appassionati di fantascienza, favorevoli “per definizione” alle nuove tecnologie), l’interesse per le scienze in generale e l’anno di nascita, il 1983: per cui ho voluto intitolare 1Q83 questa serie di post, ciascuno dedicato a uno dei tre nomi, citando il titolo di un romanzo di Murakami Haruki, 1Q84, dove la lettera Q stava per question mark (punto di domanda): ’84 di quale spaziotempo?

La prima delle tre voci è quella di Serena M. Barbacetto.

Nata nel 1983, Serena M. Barbacetto ha lavorato in diversi paesi europei ed extraeuropei come ricercatrice e cooperante internazionale. Coltiva la passione per la scrittura fin dalla tenera età, come dichiara in un’intervista sull’Evelyn Storm’s book blog:

Verso i sei anni e mezzo ho steso su un block notes (con la grafia corsiva disordinata e “stirata” di un’adulta, fortunatamente corretta dalla maestra a furia di paginate di esercizi) una quarantina di pagine di un “romanzo di fantascienza” che parlava di guerre fra fazioni aliene e macchine senzienti precipitate con la loro astronave nel bel mezzo della foresta amazzonica.

Dopo questo precoce esordio, ha cominciato a scrivere dedicandosi, come molti adolescenti, alla poesia, per tornare alla prosa durante il liceo. Ha pubblicato due saggi di economia internazionale (La scienza delle anomalie, Edicom 2011; Le imprese sociali in Europa, Sartimagi 2012). Suoi racconti sono apparsi in diverse raccolti antologiche: Into the Galaxy vol.2 (2011), 256k (2011), Symposium (2012), Creatori di Universi (2012), Sine Tempore (2013), 50 sfumature di sci-fi (2013), Oltre Venere (2016). È stata finalista al Premio Urania 2017 con un romanzo intitolato Diĝir.

Questo post prende in considerazione tre opere di Serena Barbacetto:

l’antologia Overclock (Delos Digital, 2016, ISBN: 9788865308172)
il racconto lungo Marte Nostrum (Delos Digital, 2016, ISBN 9788865308134)
il romanzo Wormhole (Lettere Animate ed., 2014, ISBN 1502546930)

Overclock è una raccolta di tre racconti brevi che sembrano risalire a un periodo precedente rispetto alla seconda pubblicazione presso Delos, Marte Nostrum. Il brevissimo Cobweb models è la storia improbabile di un crash finanziario evitato grazie all’intervento di un hacker solitario. Teddy, il testo più lungo è un thriller che però si svolge senza sorprese intorno a un tema relativamente originale. Il racconto più interessante è il secondo, E pur si muove, che come il romanzo Wormhole appartiene alla fantascienza d’ambientazione “spaziale” giocato intorno a bel paradosso spazio-temporale.

Marte Nostrum è un racconto lungo nello standard editoriale delle collane Delos Digital, perfettamente adeguato allo sviluppo dell’idea, affrontata con stile raffinato e ottima gestione dei tempi: una storia compatta che possiede unità d’azione, scritta con uno stile maturo e controllato. Ambientato in Andalusia, racconta le ore concitate di una geologa, testimone casuale della pericolosa manifestazione di una forma d’intelligenza aliena. La lingua è levigata e attuale, i dialoghi sono  ricondotti al minimo indispensabile all’azione, il cui ritmo è assecondato dalle scelta del tempo verbale, l’indicativo presente. Il tema scelto è riferibile alla fantascienza hard, tecnologica, che ha l’effetto di permettere una limitata caratterizzazione dei personaggi, spostando l’attenzione sull’idea fantascientifica.

Mentre si trova su una spiaggia della costa atlantica dell’Andalusia insieme ai figli della sorella, la geologa Isabel Delgado Millán incontra un suo conoscente: Raymond Myers, ricercatore statunitense con un curriculum brillante (MIT, NASA, Jet Propulsion Laboratory), che sta testando all’aria aperta il comportamento di Marvin, cane cibernetico di sua progettazione. L’animale meccanico percepisce qualcosa di insolito, dando avvio a un finale di azione concitata che omette una spiegazione esplicita perché la narrazione si interrompe, giustamente, alla risoluzione del climax, uno dei paradossi tipici della fantascienza ma trattato con intelligenza e misura.

L’ottima gestione dei tempi, la lunghezza adeguata all’argomento, lo stile raffinato fanno presagire che le prossime prove dell’autrice possano procedere sulla stessa traiettoria.

Con le sue circa 600 pagine nella versione stampabile, Wormhole è una lettura impegnativa; inoltre possiede una serie di caratteristiche che sembrerebbero congegnate apposta per dispiacermi — eppure sono rimasto agganciato subito, dal primo capitolo, e l’attenzione non è venuta meno fino all’ultima pagina, a parte evitabili lungaggini in alcune scene e altri difetti che, con mia stessa sorpresa, non inficiano il risultato complessivo: il tallone d’Achille sono soprattutto i dialoghi, costruiti come una serie di domande-risposte senza quel meccanismo di sorprese, deviazioni, silenzi, risposte incongruenti etc. essenziale per la credibilità. I dialoghi cioè quasi sempre accadono perché i personaggi si parlano, non per far progredire la trama o fornire informazioni al lettore.

La trama non è facilmente riassumibile, non solo per la complessità, ma perché come spesso accade per il genere fantascienza, presuppone un preambolo a proposito dell’ambientazione — occorre dire che Barbacetto evita accuratamente di infliggere una pesante spiegazione al lettore, attirandolo lentamente dentro la complessità dello scenario con un uso molto misurato di quel mælström affonda-romanzi che è l’infodump.

Il protagonista maschile, Kyrin Samyia, è uno straniero che affitta per qualche giorno una camera a casa della famiglia di Myriam, studentessa universitaria che vive in una qualsiasi città occidentale — probabilmente italiana, ma potrebbe anche essere estera perché i dettagli di ambientazione sono molto labili. La ragazza s’innamora inevitabilmente dell’ospite, di notevole bellezza, ma si rende conto che è costretto a nascondersi per una ragione che non vuole rivelare.

Myriam viene coinvolta in un incidente quasi mortale mentre si trova in autostrada in compagnia di Kyrin: attaccati da quello che ha l’aspetto esteriore di un elicottero, si salvano solo grazie allo scatenarsi di una forza talmente incontrollata da devastare un’ampia zona tutto intorno. È chiaro che Kyrin e gli amici che lo raggiungono (Liam e una giovane donna di nome Maray) non sono comuni mortali, però la verità che Myriam apprende è davvero fantastica: i tre sono umani extraterrestri provenienti da un’entità statale interstellare, l’Impero, estesa su più mondi; sopravvissuti a un attacco a tradimento sferrato dalla nemica Federazione, che comprende altri pianeti, sono giunti in prossimità della Terra per effetto di un wormhole, una “scorciatoia” attraverso il tessuto spaziotemporale. Anche qui però la Federazione dà loro la caccia per mano di Micah Vexna, traditore passato dalla parte imperiale all’altra.

La parte che segue in carattere grigio contiene uno spoiler; chi non ha ancora letto il romanzo può saltare il testo, riprendendo a leggere a partire dall’immagine successiva.

Vexna riesce infine a mettere le mani su Kyrin, e di conseguenza su Myriam, durante un tentativo di recuperare materiale dall’astronave che Liam ha affondato in mare per nasconderla. Quando tutto sembra perduto, Micah Vexna inaspettatamente cambia di nuovo bandiera, dichiara che ha solamente finto di tradire e si sbarazza sanguinosamente di tutti i carcerieri, conducendo i prigionieri a un’astronave che permetterà loro di fuggire; ma rimane gravemente ferito nel tentativo.

Benché scettico di questi voltafaccia, Kyrin lo porta con sé nella fuga fino al pianeta Nimos, che fa parte dell’Impero; qui confessa finalmente a Myriam di essere lui l’Imperatore che tutti credono morto nell’attentato di sei mesi prima. Viene reinsediato sul trono, e Myriam diventa una sorta di “first lady”, ma il ritorno dell’Imperatore non ha risolto lo stato di guerra con la Federazione, che anzi provoca un atto terroristico distruggendo il Parlamento mentre le Camere dall’impero votano sulla guerra o sulla pace.

Kyrin Samya in realtà è imperatore anche in virtù dei suoi enormi poteri: viene chiamato comunemente “figlio degli Altri” perché è stato solo  adottato da genitori umani (il precedente Imperatore), in realtà la sua origine risale a una misteriosa razza aliena che un tempo aveva colonizzato l’Universo. Kyrin condivide questi poteri con una sorta di inquietante alter-ego, Klain Sen Vrays, che ha le sue stesse sembianze, grazie alle quali è in grado di ingannare persino Myriam. Ma è solo la fusione dei due in un solo corpo, voluta dagli Altri per reintegrare una primigenia completezza, forse mai esistita, che gli permetterà di controllare mentalmente l’intero Parlamento dei mondi della Federazione in modo da evitare una guerra devastante.

Kyrin e Myriam, illustrazione dell’autrice (dalla pagina Facebook di Wormhole Saga)

A un giudizio superficiale, Wormhole potrebbe sembrare un romanzo giovanilistico, uno zibaldone cresciuto involontariamente nella forma di una vasta saga a episodi, simile a un lungo manga restio a dare l’addio al lettore; ma sarebbe un errore fermarsi a quest’apparenza, con il rischio di perdere i suoi molti pregi.

Innanzitutto, malgrado sembri proseguire in equilibrio su una lama affilata, Barbacetto evita come già detto il pericolo dell’infodump, sfruttando la lunghezza del testo e la possibilità di anticipare a piccole dosi elementi di spiegazione (e va detto che in Wormhole quasi ogni tecnologia futuribile è giustificata con spiegazioni scientifiche, lasciando al soprannaturale soltanto alcuni residui come i poteri di Kyrin e Klain — almeno per ora, si vedrà nel prosieguo). Le ellissi narrative tra alcuni episodi, che molto lasciano nell’incertezza del non detto, contribuiscono a un’atmosfera d’insieme di una certa asprezza narrativa, distante dalla sofisticata architettura a orologeria ormai patrimonio del gusto letterario corrente — dalla quale io mi lascio spesso ahimè indurre in tentazione. L’ideazione e la scrittura di Wormhole si sono protratte per più anni. Malgrado la considerevole lunghezza, si tratta solo del primo episodio di una saga dal progetto ancora più ambizioso in tre volumi. Solo apparentemente tutte le domande poste da questo episodio iniziale hanno infatti trovato risposta prima della parola fine; in realtà alcuni argomenti sono suscettibili di sviluppi interessanti: il rapporto tra Kyrin e il suo doppio Klain per esempio, giustamente mai esplorato fino in fondo secondo un understatement che è la vera cifra di eleganza del romanzo, e che per questo entra talvolta in conflitto con dialoghi eccessivamente didascalici. Anche l’interazione dell’alter ego Klain con il punto di vista femminile del romanzo, Myriam, sembra passibile di ulteriori, auspicabili sviluppi, anticipati da alcuni momenti ambigui di scambio d’identità.

Wormhole è un romanzo spiazzante, perché non lascia in alcun modo prevedere la prossima svolta narrativa; pensato come un manga ma scritto con un linguaggio minuzioso e razionale, cui bastano poche scene — per esempio l’incipit, che con le sue immagini piovigginose di una realtà introiettata nel punto di vista lascia subito capire che si tratta solo della prima pietra di una storia di ampio respiro — per far dimenticare continue cadute di stile soprattutto nella modalità di rappresentazione dei personaggi, forse dovute alla precoce scrittura di alcune parti del testo.

Serena Barbacetto si mostra consapevole di determinati aspetti fuori standard del suo romanzo: nella già citata intervista al blog Evelyn Storm’s accenna alla lunghezza di Wormhole, in teoria più adatta a un genere letterario come il fantasy, e anche a una questione di trasparenza di scrittura secondo le regole della cretive writing — il suo stile appare infatti contaminato da digressioni etico-filosofiche; anche lo slittamento del punto di vista da un personaggio all’altro durante un medesimo frammento narrativo può essere disorientante, ma ognuno di questi elementi concorre a quel détournment che è l’elemento di fascino di questo romanzo magmatico, impreciso, a volte sconcertante ma pieno di idee e di immagini che potrebbe essere una delle vie future della fantascienza italiana.

Le illustrazioni sono tratte dalla pagina facebook di Wormhole Saga

2 pensieri su “1Q83 — parte I

  1. No, non è che le scrittrici non ci fossero quando eri attivo tu: è solo che allora, come d’altra parte oggi, non venivano pubblicate dalle case editrici “vere”. E non è che la pubblicazione in digitale avvenga adesso perchè di moda, avviene perchè da una parte Silvio non fa cadere le saracinesche mentali quando legge un nome che finisce in a, dall’altra parte la pubblicazione in ditale comporta meno rischi. Ma ti posso assicurare, perchè ero attiva allora e conosco altre che lo erano, che ci siamo sempre state.

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    • No, attenzione che qui c’è un fraintendimento: io non faccio assolutamente un discorso di gender. Non dico che avevo smesso di leggere SF scritta da donne, ma che avevo molto dilatato le mie letture di fantascienza. Il fatto che il nome nuovo di cui parlo in questo post appartenga a una donna è puramente incidentale. Non sto dicendo: “attenzione! le donne hanno imparato a scrivere fantascienza hard!” bensì “ho trascurato la fantascienza perché la mia generazione diceva cose poco interressanti e con uno stile scolastico; adesso invece mi pare che la moltiplicazione dei canali di distribuzione favorisca un mercato di nicchia che io trovo mediamente superiore ai testi che si pubblicavano venti o trenta anni fa.” Inoltre non sostengo che sia “di moda” la pubblicazione in digitale: dico che i tre nomi di cui intendo parlare hanno tutti e tre pubblicato prevalentemente su eBook.

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