Amar Riso: neorealismo e teatro

SABATO 1 APRILE ANDRÀ IN SCENA LA «PRIMA» DI AMAR RISO, LO SPETTACOLO MUSICALE CHE HO SCRITTO su richiesta di due amiche produttrici e sotto l’egida di Skenè Teatro Team. Si tratta di una riduzione teatrale in musica del film Riso amaro, per il quale ho scritto il libretto, comprensivo di dialoghi e testi delle canzoni (messe in musica da Francesco Cilione).

Tra le icone del neorealismo italiano degli anni Quaranta e Cinquanta, Riso amaro di Giuseppe De Santis viene distribuito nel circuito cinematografico il 21 settembre 1949. È il primo film neorealista a ottenere successo di pubblico nelle sale italiane, e diviene portabandiera della rinascita del nostro cinema all’estero. L’idea del film viene al regista nel 1947 quando, tornando da Parigi dove ha presentato una propria opera, si trova alla stazione ferroviaria di Torino in attesa della coincidenza per Roma. Sentendo dei canti, scopre le mondine che tornano a casa dal lavoro in risaia. Ne rimane affascinato al punto da cominciare a pensare a un film ambientato in quel mondo.

Per il ruolo della protagonista De Santis è alla ricerca di «una Rita Hayworth italiana». Silvana Mangano si presenta alle audizioni con trucco e abbigliamento eccessivi e vistosi, l’opposto di quello che il regista ha in mente; per il ruolo della protagonista Silvana è indeciso se scritturare Lucia Bosè. Un giorno incontra casualmente Mangano per le vie di Roma, vestita in modo modesto, senza trucco e con i capelli bagnati dalla pioggia. Si appartano a parlare per circa mezz’ora. In seguito De Santis la convoca, le rifà un provino e riesce a fatica a scritturarla, convincendo la Lux Film e Dino De Laurentiis che preferirebbero un nome di richiamo.

Per il ruolo del protagonista maschile, gli autori si rivolgono al direttore del quotidiano comunista L’Unità, che presenta loro un giovane giornalista di bell’aspetto, di nome Raf Vallone. Coprotagonista femminile è l’attrice statunitense Doris Dowling, la cui sorella Constance, che pure in quegli anni lavora come attrice in Italia, ha una relazione sentimentale con Cesare Pavese (a lei è dedicata la poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi).

Con Constance Dowling ha già recitato in un altro film l’attore che ricopre il ruolo antagonista,  il venticinquenne Vittorio Gassman, destinato a diventare uno dei volti più noti del cinema italiano.

Le riprese del film si svolgono nelle campagne vercellesi, alla cascina Veneria nel comune di Lignana. Molti esterni sono girati invece presso la cascina Selve nel comune di Salasco, tra cui l’arrivo delle mondine in autocarro.

“Il Neorealismo non è stata una scuola, ma piuttosto un insieme di voci, una scoperta delle diverse Italie fino ad allora inedite. Senza la diversità di quelle Italie, sconosciute le une alle altre, non sarebbe esistito il Neorealismo.”

Italo Calvino, prefazione  a “Il sentiero dei nidi di ragno”, Einaudi, 1964

L’estetica neorealista nel Cinema si manifestò immediatamente dopo la cessazione delle ostilità; il primo capolavoro neorealista, Roma città aperta, fu girato da Roberto Rossellini nella capitale mentre al nord ancora si combatteva. Il neorealismo diede all’Italia sconfitta in guerra la possibilità di una rivincita, e un palcoscenico internazionale per il proprio cinema, che mai più avrebbe ottenuto in futuro. Afferma il regista Jean-Luc Godard in La monnaie de l’absolu (1998), capitolo 3a delle sue Histoire(s) du cinéma:

Com’è che nel ‘45 non ci fu cinema di resistenza? Non che non vi fossero pellicole di resistenza, ma l’unico film nel senso di cinema di resistenza all’occupazione del cinema da parte dell’America, a una certa maniera uniforme di fare cinema, fu un film italiano. E non è un caso che l’Italia è stato il paese che meno si è battuto, che più ha sofferto, che ha tradito due volte e ha dunque sofferto di mancanza d’identità, e se l’ha ritrovata con Roma città aperta è perché il film è stato fatto da persone senza uniforme; con Roma città aperta l’Italia ha semplicemente riconquistato il diritto di una nazione di guardarsi in faccia — e poi è arrivata la sorprendente vendemmia del grande cinema italiano. Ma la cosa strana è: come poté il cinema italiano diventare così grande mentre tutti, da Rossellini a Visconti, da Antonioni a Fellini non registravano l’audio in sincrono con le immagini? La risposta è una sola: la lingua di Ovidio e Virgilio, di Dante e Leopardi era passata dentro le immagini.

Se il neorealismo nel cinema e nella letteratura è riconosciuto e studiato, meno codificata è la sua espressione nella fotografia, che non solo esisté ma fu anche notevole, con nomi come Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli, Fulvio Roiter e molti, molti altri; questo misconoscimento è in parte dovuto al fatto che nel dopoguerra la fotografia si dedicò alla ricerca di una specificità che la affrancasse dalla pittura e dall’indifferenza della cultura, perdendo l’opportunità di riconoscere e documentare quello straordinario momento d’espressione artistica, malgrado fosse decisamente nelle sue possibilità.

La partecipazione alle prove per l’allestimento di Amar Riso mi ha permesso di giocare al fotografo senza destare equivoci nei miei “soggetti”, e una sessione all’aperto su terreni del comune di Crova mi ha consentito di spingere il gioco fino al bianconero del neorealismo, nella suggestione della splendida fotografia di Riso amaro curata da Otello Martelli.

Foto © Franco Ricciardiello

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