Carmen, l’anti-Wagner

DA MÉRIMÉE A BIZET, PER IL PIACERE DI FRIEDRICH NIETZSCHE.

36 ascolto 26-9-2016I «Racconti di musica» sono serate di ascolto di musica classica che da tre anni organizzo insieme a alcuni altri appassionati: un lunedì ogni mese, da settembre a giugno, ogni volta una composizione di un diverso autore. A settembre gli appuntamenti ricominciano con l’ascolto di un’opera lirica, Camen di Georges Bizet: alcune arie selezionate tra le più belle e conosciute, dialoghi recitati da attori non professionisti e una dimostrazione di danze sevillanas.

Oggi la storia d’amore e morte che racconta Carmen non è patrimonio esclusivo dei melomani, e alcuni temi musicali di sono entrati nell’immaginario culturale comune; è difficile credere che possa  scandalizzare. Invece gli spettatori della prima, il 3 marzo 1875, furono disorientati dalla passionalità sanguigna della storia e dal timbro esotico della musica. Il teatro Opéra-Comique di Parigi era infatti luogo d’incontro sociale dove facevano conoscenza i giovani delle famiglie perbene, in vista di un possibile matrimonio: per tradizione gli spettacoli dovevano essere moralmente ineccepibili, come richiedeva l’ipocrita etica borghese. Per la verità il pubblico si abitua presto; quando Georges Bizet muore, esattamente tre mesi dopo la prima (siamo alla trentacinquesima replica), Carmen è già un grande successo mondano.

Bizet ha scelto di trasporre in musica un’opera letteraria non molto conosciuta, un racconto lungo di Prosper Mérimée ambientato nel 1830 in Andalusia. Il narratore è un dilettante archeologo francese, giunto per confermare la propria ipotesi sul luogo in cui fu combattuta la battaglia di Munda, decisiva per la vittoria di Cesare nella guerra civile contro i pompeiani. Dopo avere salvato dall’arresto un ricercato, José Lizarrabengoa, il narratore arriva a Córdoba dove viene abbordato da una delle donne che al tramonto fanno il bagno nel fiume:

Era vestita in modo semplice, forse modesto, tutta in nero, come la maggior parte delle grisettes vestiva la sera. Le donne perbene indossano il nero solo al mattino; la notte vestono à la francesa. Quando mi raggiunse, la bagnante lasciò scivolare sulle spalle la mantiglia che le copriva la testa, e all’oscuro chiarore che cade dalle stelle, vidi che era piccola, giovane, ben fatta, e aveva occhi molto grandi.

L’ossimoro dell’ultima frase è in corsivo perché si tratta di una citazione da Corneille, Le Cid, atto IV scena III. La bella giovane non è una grisette, una giovane nubile di estrazione proletaria, ma una gitana. È Carmen. Tramite lei il narratore torna in contatto con José, che lo salva da una trappola. Qualche tempo dopo viene a sapere che José è in prigione in attesa di pena capitale. Prima dell’esecuzione, si fa raccontare la sua storia, è questa è la trama scelta da Bizet per Carmen.

Al contrario della tradizione del teatro musicale, i protagonisti non sono nobili decaduti che si ostinano in un amore contrastato, né racconta un episodio biblico o dell’epoca classica; tutto si svolge in un décor urbano che sta per essere trasformato dall’industria: la gitana Carmen è un’operaia del tabacco con frequentazioni nella mala, che seduce un sottufficiale per riuscire a evadere. Lui però si innamora perdutamente, al punto di rifiutare il matrimonio con la giovane che sua madre gli invia dal paese. La tragedia è in agguato: come ogni gitana, Carmen non sopporta il laccio di un’unione stabile; quando a José preferisce il torero Escamillo, la tragedia procede inarrestabile. Oggi il brutale e ingiustificato assassinio di Carmen sarebbe l’ennesimo caso di femminicidio, un uomo che piuttosto di accettare l’indipendenza di una donna preferisce ucciderla: quando l’opera fu scritta, era solo un dramma d’amore.

Il 27 novembre 1881 Nietzsche assiste per la prima volta al debutto di Carmen. Ne rimane folgorato. Nel suo saggio Il caso Wagner (1888) esalta l’opera lirica di Bizet, gli elementi esotici della sua partitura e la sua chiarezza strutturale, definendola un simbolo della vera nuova musica. La apprezza soprattutto dopo la rottura dell’amicizia con Richard Wagner, che si era lasciato coinvolgere nel movimento völkisch, il populismo tedesco, e in un rigido antisemitismo:

Ieri ho ascoltato ‑ lo crederete? ‑ per la ventesima volta il capolavoro di Bizet. Ancora una volta ho persistito in dolce raccoglimento. […] Si sono mai uditi sulla scena accenti più tragici, più dolorosi? E come sono ottenuti? Senza smorfie, senza contraffazioni di alcun genere, in piena libertà dalle bugie del “grande stile”. […] Posso dire che il timbro orchestrale di Bizet è quasi l’unico che ancora io sopporti? Quell’altro timbro orchestrale, che oggi è sulla cresta dell’onda, quello wagneriano, brutale, artificioso e «innocente» allo stesso tempo, e che in tal modo parla insieme ai tre sensi dell’anima moderna — come mi è nocivo questo timbro orchestrale wagneriano. […] Questa musica invece mi sembra perfetta. Giunge a noi lieve, duttile, con gentilezza. È amabile, non suda. […] Questa musica è cattiva, raffinata, fatalistica: ciononostante resta popolare ‑ ha il raffinamento di una razza, non di un individuo.

Con il suo esotismo mediterraneo, la passionalità popolaresca, le tinte forti, Carmen aveva le qualità giuste per rappresentare una musica agli antipodi di Wagner, il quale agli occhi di Nietzsche era comunque solo un sintomo di una più vasta malattia che infettava l’Europa, ossia il nichilismo.

La modernità delle musiche di Carmen ha superato la prova del tempo. Brani come la Habanera, sa seguidilla Près des remparts de seville o il couplet del torero Escamillo sono autentici manifesti della lirica; vi sono alcuni temi che, annunciati dal preludio, attraversano tutta la partitura; tra questi, il più significativo è il tema che simbolizza Carmen e il suo destino tragico

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che dà il tono all’atmosfera più volte nell’opera, fino al presagio di morte dell’ultimo, breve quadro, il femminicidio di Carmen.

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